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La castellana della Val Senio

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 29/12/2020 18:41:50

LA CASTELLANA DELLA VAL SENIO

Minuscolo quanto una mattonella venti per venti. Un acrilico dalle accentuazioni coloristiche, concepito improvvisamente.
Ero andato a Casola per alcune foto ai resti del castello, ruderi di un'antica chiesa. Me le avevano chieste in occasione della mostra che prevedeva anche una serata da dedicare al libro su Caterina Sforza .
Pensavo che la strada verso l’Appennino era un diversivo rispetto ai dedali della Bassa: il viaggio d’andata si compì senza intoppi. Un sole alto e abbastanza cocente, anche se autunnale e pomeridiano, fece il gioco dell’obiettivo.
Poi, quando vidi il chioschetto della piada realizzai che avrei potuto risparmiarmi il traffico serale in cucina.
Il giro dell’antico nucleo abitato fece coincidere la passeggiata digestiva con un rapido ripasso di storia. Mi compiacqui dei ricordi ancora freschi, nonostante gli anni trascorsi.
Quando fu l’ora di ripartire e andai per mettere in moto la vecchia Punto, trovai che l'automobile non dava segni di vita e scoprii che era scarica anche la batteria del cellulare. Il solito smemorato. E adesso?
Avevo parcheggiato di fronte a una vecchia casa. Dal cancello si poteva intravvedere il giardino. C’era qualcuno all’esterno che agitava i rami di una pianta ma non riuscivo a vedere bene.
-Senta… Senta!- chiamai allungando il viso in direzione.
Un cespuglio di rose canine si mosse e al di sopra comparve il capo di una signora avvolto in un foulard di cotone a fiori, le mani dentro i guanti.
-Sì!?- la voce tradiva la reazione di chi è ben vigile sulle cose che l’attorniano.
Tenendomi aggrappato ai ferri del cancello, feci trasparire un certo imbarazzo:
-Mi scusi, mi dispiace disturbare, ma ho la macchina e il cellulare che non mi funzionano. Mi chiedevo se non potrei usare il telefono.
La signora uscì dal viluppo di vegetazione e si avvicinò al cancello decisa. Reggeva con il braccio un canestro dove c’erano due uova e delle bacche.
Aveva un aspetto giovanile ma le si indovinavano gli anni della saggezza.
-Noi non facciamo entrare gli sconosciuti- mi rispose con voce naturalmente ferma.
-Lo capisco bene. Mi chiamo T.B. e sono qui per un servizio fotografico in occasione della mostra- dissi con trasparenza.
La signora abbassò il tono difensivo, tirò fuori dalla tasca della gonna fiorata una chiave, venne verso il cancello e lo aprì.
-Se vuole accomodarsi, faccio strada.
La seguii avvertendo il peso della leggera violazione.
La signora aveva un passo vivace. Attraversò il vialetto che si snodava nella macchia di verde e raggiunse la soglia di casa. Dal corridoio interno prese una scala di mattoni rossi in cotto, ripida e stretta, e mi condusse al piano superiore. L’abitazione era solida, i muri perimetrali spessi. In un ingressino c’era il tavolinetto col telefono.
Mi accostai all’apparecchio, feci il numero, chiesi soccorso.
Quando ridiscesi mi sentii prendere dal silenzio assoluto dell'interno.
-Grazie, ho fatto.
Lei mi riaccompagnò al cancello.
-Abita in un bel posto- mi venne da osservare.
-Sì- rispose lei- un posto pieno di ciò che conta. Almeno per me.
Fece un cenno con la mano e direzionò lo sguardo verso l'interno.
Io risposi e girai le spalle.
Sapevo già come ricambiare.
Avrebbe avuto le dimensioni di una mattonella. Un acrilico venti per venti. Un cielo blu punteggiato di tempesta a indicare gli ostacoli della vita. Sotto il cielo, la solidità e la sicurezza di un castello verde a forma di pianta oppure di una pianta a forma di castello, con i torrioni simili alle pale dei fichi d’india. Poi, tra le finestrelle tutte chiuse, una, una soltanto illuminata e una rosa sul davanzale.
L’avevo immaginato così e gliel’avrei donato a Natale.



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