La polvere della strada, levata dai piedi
e portata in giro come cimelio, si deposita
ovunque entro il termine di velatura. Questo
termine muove niente, sta sopra tutto.
Non fa una grinza.
Il mio percorso ha la cura dello straccio,
ma disattende le indicazioni: nessuna strada
porta il tuo nome e la pianta nega
che almeno una conduca a te. Anche Roma
in questo secolo ha ridotto i suoi confini: le cupole
non reggono che il buon vecchio firmamento.
Dai suoi fianchi si capisce il limite
della specie (vicolo, viale, via, corso:
un tanto alla metro, poco davvero)
come le luminarie che ci prendono
dai capelli, bicchiere in mano, a tentoni.
Il cuore della città è una residua curva
retta da storie legate approssimativamente
alla sommità delle polveri rimaste.
In un bar con sole donne spunta la mia
velatura e altrove supera ogni resistenza
con l’invidia dei cimeli nella piccola teca
(i cimeli infilano la guerra di soppiatto
nelle belle vetrine di via Condotti, ma
la pace interiore mostra l’occhio caduto).
Così qui passo come pochi - eppure troppi -
templi che abbandonano i ruderi
in tempo.
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