Vista nel profondo l’anima
non si trova che a disagio.
Un timbro stinto in calce alla nuca.
La luna che vedi ebbe lo stesso fazzoletto
di cielo. Dammi una lente, ti dico, una lente
capace di farmi vedere i suoi crateri.
Chi manipolerà il resoconto? Serpenti
e lucertole che cambiano pelle per non cambiare idea,
beh, pure il contrario, come dei tormenti.
La vitaccia, lì dove la prendemmo,
secca si è fatta pensiero inebriante.
Oggi ne sono assuefatto. Tipico prodotto
lo spirito. Cambio la ricetta, dissi.
Ne rafforzerò l’umore terragno, dissi.
E’ venuta con un retrogusto di fabbrica, sentenzi.
Ti chiedo: è una linfa, un gas, una maceria, cos’è?
Ribolle presa dall’evanescenza,
ma il borbottìo contagia l’aria che già sa
di reticenze, del suo intoccabile decalogo,
della stima per un santo scorbutico
che cala i quattro assi del miracolo.
Ieri, in pieno martedì, mettendomi a nudo,
affacciato ad una emozione, fronte a balcone,
l’occhio nella veglia di una malattia da sopire,
ho messo piede in tutto me stesso.
Non mi trovo che a disagio.
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