Il sangue è il pulsante delle vene. Lo tasta
l’anno, nel giorno convenuto. La nascita
e l’inquietudine, che la perseguita, sono
da un momento all’altro continenti; piena
di nebbia è la navata a mente. Chi
accompagna la grazia all’altare? Il dubbio
sta sul sagrato come un muschio nell’umido.
A lato dei colonnati la fede sbanda
tra assopimento e risveglio tremante.
Come il melo mette a nudo il condotto
e la peculiarità della linfa per il vitalizio.
Una radice, se ne può parlare io credo, mi frusta:
c’è un nervo in qualsiasi braccio di terra
che sostiene i passeggeri. Come un tronco
in ogni acino. Autunno! Vieni con la tua parte
rissosa unicamente al nodo più antico: questo
assimila me nell’ultima stagione di legno vivo
all’anima del discorso. Ciononostante si affermano
le mani simulando la ridda di foglie come conviene.
Ogni distacco procura lavoro a terra, pare.
In realtà le fabbriche ci portano sulla schiena.
E cedono le spalle, come cedono gli stralli.
Gli abbracci sono vele per quelle traversate
che hanno un porto disarmato dal mare:
una per una si deformano le navate; e i partenti
cadono, cedono i nervi, come rotte
sulla grande mappa dove c’è meno spazio
al largo che tra le nostre voci sbarcate a volo.
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