Pubblicato il 15/09/2015 04:50:56
Lalbero di Canto / Emilia La tradizione in Italia
Lalbero di canto* un bellissimo brano strumentale suonato al violino da Raffaele Nobile polistrumentista e narratore che girovaga, si fa per dire, nelle lande settentrionali che ho preso qui ad esempio per narrare questoggi della nostra amabile terra: lEmilia. Ma che anche ci parla della florida natura che ci circonda, della buona tavola, di alcuni strumenti tradizionali nonch della musica che riaccende i ricordi. I miei in particolar modo sono legati a un violino meraviglioso che in giovane et osservavo appeso sulla parete dellampia cucina economica a casa di un mio cugino acquisito, Gianni Migliavacca, in quel di Bosco di Corniglio, nellappennino parmense, il cui suono muto non ho mai potuto ascoltare perch il suo esecutore, Augusto Migliavacca, compositore del bellissimo valzer e della famosa mazurca variata che portano il suo nome, era ormai deceduto da un pezzo. Violinista dotato di notevole vena era nato nel 1838 non vedente, all'et di sette anni fu avviato allo studio del violino, e in esso trov un'autentica fonte di vita, perfezionandosi sempre pi fino a raggiungere un virtuosismo eccezionale che gli valse pi tardi l'appellativo di "Paganini dei suonatori ambulanti" la cui padronanza dello strumento lo condusse ben presto all'attivit di solista.
Visto anche che Augusto Migliavacca era in possesso di una discreta voce, cominci ad abbinare il canto al suono del violino. Ancora molto giovane comp una tourne (se cos si pu chiamare) attraverso vari caff del Piemonte, e poi, per lungo tempo, accompagnato da uno stridulo suonatore di chitarra e per i successivi 15 anni, dal violinista Giuseppe Ferrari e dal violoncellista Bartolomeo Marchesi con i quali form quel Trio Migliavacca che si aggirava per le vie, le piazze e i cortili di Parma, a proporre la propria musica. Notissime restano le sue tappe dinanzi al vecchio caff Marchesi e nelle sale del Concordia e del Croce di Malta e che molto spesso prendeva parte alle feste in occasione di sagre e fiere nei paesi della provincia. Egidio Bandini* su La Gazzetta di Parma del 05/07/2011 cos lo ricorda (estratto dellarticolo):
Pochi certamente conoscono il Migliavacca, ma moltissimi conoscono la Migliavacca, uno dei brani musicali pi eseguiti al mondo, opera del compositore parmigiano. (..) Probabilmente, a parte la disfida con un analogo trio per accaparrarsi i migliori locali della citt dove suonare, vinta per acclamazione da Migliavacca, Ferrari e Marchesi, nessuno si sarebbe ricordato del violinista cieco, se non fosse proprio per quella sua composizione che egli intitol Flora, ma che al Mondo tutti conoscono come la Mazurka di Migliavacca: pezzo di bravura assoluta, diventato celeberrimo nellesecuzione per fisarmonica e che oggi, solo grazie allamore per la musica dei maestri Eugenio Martani e Stefano Mora, si pu ascoltare dalla voce del violino, come la suonava appunto Migliavacca con il suo trio (..) in un passato ormai lontano, al musicista che cre quella sarabanda di note, che comincia sempre e non finisce mai, diventata il cavallo di battaglia dei pi virtuosi maestri di fisarmonica; che (..) mor in miseria da suonatore ambulante. Per questo vogliamo qui ricordarlo anno 2011, nel centodecimo anniversario della scomparsa, invitando tutti ad ascoltare la mazurka Flora o, come la intitolarono nella prima incisione su disco della Columbia nel 1927, Migliavacca mazurka, confondendo il nome dellautore con il titolo del brano. Sar un tuffo nel passato per chi la conosce ed una scoperta entusiasmante per chi la ascolti la prima volta, immaginando di essere ai tavoli del Caff Marchesi e di poter chiedere al Trio Migliavacca un bis che costa solo pochi centesimi.
Sono queste pagine di vita vissuta che pi altre ci permettono di catturare il colore e il profumo di una citt e forse di unintera provincia, quella Emiliana appunto, immersa nel cuore della pianura padana, terra di donne amabili e schietta generosit, di una cucina per soli buongustai, ed anche di uomini di sani principi, lavoratori che sanno quando rimboccarsi le maniche in difesa della propria comunit (vedi la Resistenza); con spirito di sacrificio e solidariet (il terremoto del 2012); di contadini schietti, aperti al sorriso, quanto veri conoscitori e divulgatori di quellopera lirica che ha dato i natali al pi grande dei nostri compositori, Giuseppe Verdi, e al direttore dorchestra che si conosca Arturo Toscanini, nonch a tutto uno stuolo di interpreti tra i pi famosi al mondo, e che qui vale la pena ricordare come Tagliavini, Bergonzi, Raimondi, Pavarotti. Il Regio di Parma infatti non solo un teatro dopera, e non viene dopo La Scala di Milano, semmai permette agli interpreti verdiani laccesso a questultimo dopo aver riscosso il benestare dal suo 'loggione' crogiuolo di raffinati intenditori.
Accade cos che anche la musica colta, per dire quella pi impegnata del teatro lirico, finisce con l'occupare un suo posto precipuo, onde recupeare cori e arie apparse in balletti d'Opera, nonch pagine sinfoniche e cameristiche quasi dimenticate e che riascoltiamo, non senza provare un certo piacere per le nostre orecchie. Come ad esempio il Concerto delle Dame di Ferrara* (per soprano e clavicembalo) di Luzzasco Luzzaschi (1547-1607); i Madrigali a cinque voci* di Carlo Gesualdo (1561-1613); le Canzoni e Moresche* di Rolando di Lasso (1532-1594); le Tarentule-Tarentelle* del XV e XVI sec. ricostruite da Gregorio Paniagua che gi appartennero, per quanto riguarda linfluena spagnola in Italia, allarea popolare laziale-partenopea; ma anche quel Salterello Montanaro ripico dellappennino tosco-emiliano:
Dal Concerto delle Dame di Ferrara * di Luzzasco Luzzaschi:
(III) Chio non tami, cor mio? Chio non sia la tua vita, e tu la mia? Che per nuovo deso E per nuova speranza, i tabbandoni? Prima che questo sia Morte non mi perdoni Che se tu se quel core, onde la vita M si dolce, e gradita Dogni mio ben cagion, dogni desire Come posso lasciarti, e non morire?
(VIII) O dolcezze amarissime dAmore Quest pur il mio ben, pi che languisco Che fa meco il dolor se ne gioisco Fuggite Amore amanti, Amore amico O che fiero nemico Allor che vi lusinga, allor che ride Condisce i vostri pianti Con quel velen che dolcemente ancide Che par soave et pi pungente e crudo Et men disarmato allor ch nudo.
(XI) Non sa che sia dolore Chi dalla vita sua parte, e non more Cari lumi leggiadri, amato volto ChAmor mi di S tardo e fier destino S tosto oggi mha tolto Viver lungi da voi? Tanto vicino Son di mia vita al termine fatale Se vivo torno a voi, torno immortale.
Ma gi il suono del violino impegnato in un trescone ci invita a levar le gambe sullaia in questa Emilia segnata dai solchi profondi dellaratro, e da bei filari di olmi intrappolati nelle consuete armosfere di nebbia della bassa; mentre il canto di una villotta ci consente una visione entusiastica di gruppi di giovani, ragazzi e ragazze in bicicletta dal sorriso cordiale e accattivante, sentimentale come pu esserlo solo un possibile appassionato intreccio damore che sappia di una stanza calda o di una tavola apparecchiata. Qui la gente non perde occasione per adunate in allegria, riunendo attorno a s parenti e vicini di casa, compagni di bevute e sconosciuti di passaggio, che si ritrovano a consumare insieme momenti di svago suonando e cantando, cos come nel levare i piedi in una contradanza alla francese, nel trescone o nella roncastalda al suono di una fisarmonica o di una chitarra (chitarrone?), o meglio ancora di un violino, il cui richiamo, da sempre, aspira al legame collettivo con la partecipazione attiva di tutti. In questo senso la festa costituisce un insieme di valori condivisi e di esperienze vissute alla base di una vera identificazione sociale. Si pu ben dire che lEmilia forse la sola regione che sia riuscita a conservare delle forme sociali comunitarie altrove divenute urbanamente formali. Qui, pi che altrove, la funzione sociale dello stare insieme assume in vero laspetto di sollecitazione, di scambio, di presenza, insomma un modo forse pi sano di vivere la vita.
A tal proposito scriveva Enzo Biagi: certo una terra di epicurei, gli ultimi io penso; lo stesso paesaggio che lo esige: branchi di maialetti o di faraone al pascolo, buoi che per limponenza suggeriscono laccompagnamento col suono dellorgano, alberi carichi di frutti e, nel Po si cattura lo storione e certi pesciolini che per la sinuosit con cui si muovono li chiamano puttana e li buttano in padella; e inoltre le anguille e i cefali della palude, e le lepri, le folaghe, i colombacci di passo, e poi tanti vini: dal lambrusco allalbana, allabboccato sangiovese. Il cibo entra in tutto e condiziona la vita. E al buon mangiare e bere, bene si addice il canto della villotta che in Emilia pi che una semplice esecuzione di pregio: ..diventa un vanto aggiunge Sandra Mantovani che il pi delle volte risponde a un modello arcaico ancora oggi relativamente diffuso nelle contrade:
n co de lra o mio ben * (Giulia Bontempi / Sandra Mantovani)
n co de lra In cima allaia c un camino che fuma / lamore del mio bene che si consuma / che si consuma a poco a poco / come la legna verde sopra al fuoco. / In cima al fuoco c una piantina / e tutti i rametti chiamano Giovanni. / O Giovannino datemi la buona andata / la vostra gamba lavete ancora malata. / Se mi marito voglio prendere un bifolco / e a ora di pranzo le ha fatto un solco / e a ora di merenda ne ha fatto un altro / quando sera pi stanco degli altri. / Se mi marito voglio prendere uno grande / che mi far ombra in mezzo al campo. / Se mi marito voglio prendere uno bello / non voglio guardare n il ricco n il poverello / i si!
Qula che canta * (Francesca Ghirelli)
Quella che canta una maritata / sentitela nella voce cos / sentitela nella voce e nelle pene / come la maritata non ha pi bene.
In unantica villotta si narra del bisticcio di due innamorati: La mia morosa mi ha detto gnocco e io ci ho detto brutta crescentona, al cui termine il fidanzato si presenta a casa dellamorosa con un mazzo di fiori:
Mamma mia vorrei, vorrei * (I Viulan / Coro Stelutis)
Mamma mia vorrei, vorrei ... Che vorresti fila m? Ah vorrei quel ch' nell'orto me lo dai o morir. L int l rt ai dl pair se le vuoi te le dar. Guarda bn che brutta mamma non conosce il mal che ho. Mamma mia vorrei , vorrei... Che vorresti fila m? Ah vorrei quel ch' nell'orto me lo dai o morir. L int l rt ai dl prggn se le vuoi te le dar. Guarda bn che brutta mamma non conosce il mal che ho. Mamma mia vorrei , vorrei ... Che vorresti fila m? Ah vorrei quel ch' nell'orto me lo dai o morir.
Alla villotta spesso risponde con uno strambotto tipico dellarea ferrarese in cui la disputa amorosa finisce con un ballo detto di Mantova che, a distanza di tempo ha assunto maggior valore e importanza culturale, sia per quanto riguarda la musica che laccompagna, sia per quella specificamente coreutica. Conosciuto in numerose varianti nelle diverse aree tanto in pianura come in montagna, questo ballo ricorre in tutte le feste nel periodo di Carnevale.
Ballo di Mantova o Mantovana * (Maria Grillini)
Fuggi, fuggi, fuggi dai lieti amanti empia donna cagion de' pianti che non gi per esser crudele, ma per esser ingrata ed infedele ogni core t'ha in orrore fuggi, fuggi, fuggi ch chi ti mira per te vive, piange e sospira. Fuggi, fuggi, fuggi ch la vendetta fare l'Inferno dell'error tuo aspetta Ma de l'abisso l'ardente foco sia del tuo male castigo s poco Ah, qual ch'io ti desio Fuggi, fuggi, fuggi via fiera peste che il mondo tutto ai tuoi danni s'appreste. Fuggi, fuggi, fuggi se fuggir nieghi che cos il Cielo, diva, ti leghi N mai possa pur muovere un passo fatta di carne un rigido sasso e infin ch'abbia la tua rabbia Fugga, fugga, fugga chi brama pace perch'ogni froda ascosa qui giace. In un altro testi pi diffuso cantato ed eseguito da Angelo Branduardi*: Fuggi, fuggi ,fuggi da questo cielo Aspro e duro spietato gelo (x2) Tu che tutto imprigioni e leghi N per pianto ti frangi o pieghi fier tiranno, gel de l'anno fuggi, fuggi, fuggi l dove il Verno su le brine ha seggio eterno. Vieni, vieni candida vien vermiglia tu del mondo sei maraviglia Tu nemica d'amare noie D all'anima delle gioie messagger per Primavera tu sei dell'anno la giovinezza tu del mondo sei la vaghezza. Vieni, vieni, vieni leggiadra e vaga Primavera d'amor presaga Odi Zefiro che t'invita e la terra che il ciel marita al suo raggio venga Maggio vieni con il grembo di bei fioretti, Vien su l'ale dei zefiretti.
Non da escludere riporta Stefano Cammelli* che il suddetto ballo conoscesse numerose altre utilizzazioni non ancora meglio documentate e forse scomparse. La sua versione pi originale si svolge attorno ad un solo danzatore che si finge morto (per amore), al quale fanno cerchio un gruppo di altri danzatori (uomini e donne) che toccandolo, sollevandolo in aria, rigirandolo, cercano di resuscitarlo. La situazione diviene facile pretesto per momenti di comicit e lazzi che durano per tutto il tempo di ballo, fino al trescone finale; quando cio il finto morto, svegliatosi, afferra una delle ballerine (la sua morosa) e danza con lei il trescone.
Il trescone ricordavano Alan Lomax* e Diego Carpitella* che fecero le prime originali registrazioni sul campo una tipica danza di corteggiamento dellEmilia Romagna la cui origine molto interessante, riporta al thriskan ovvero lantico termine germanico che significa trebbiare pestando con i piedi. Quando circa attorno lAnno 1000 vi fu linvasione germanica dellItalia settentrionale, il termine assunse significato di amoreggiare. Gli italiani di allora la usarono anche in quanto tresca per definire una relazione amorosa illecita come quella tra i soldati e le donne che li seguivano. Ed anche in quanto intrigo di nozze in cui la compagnia raccolta nel canto, descriveva il corteggiamento amoroso che aveva condotto al matrimonio, mentre la coppia, al centro del circolo, lo drammatizzava nel ballo. Lesecuzione del trescone prevedeva un gruppo di strumenti tipici dellarea tosco-emiliana-romagnola, quali la fisarmonica, il violino, la chitarra e talvolta il mandolino in formazione orchestrale chera chiamata a rallegrare le feste, le sagre, in occasione di matrimoni, ma anche per il ritrovarsi tra amici allosteria. Alloccorrenza venivano levate forme di canto-solo o anche corali nelle forme dello strambotto, del contrasto o, a secondo della ricorrenza, della serenata:
Scarpuln dun bel scarpuln * (Bruno Manfredi)
Scarpuln dun bel scarpuln la mia scapeta / e la voresti tu rangiar la mia scarpeta / e si, si, si cat la ranger perch sei bella / e se la forma non centrer c un bel martello / e sotto il ponte di Garagna c unosteria / e la c da bere e da mangiar / c da bere e da mangiar tutto pagato. Parlare allora di balli sintendeva spesso linsieme di danze etniche entrate nel patrimonio culturale delle nostre realt regionali in tempi pi lontani, alcune delle quali altres andate perdute e con esse i passi che le figuravano, ma delle quali ci rimasto il ricordo delle musiche strumentali che le accompaggnamento, spesso riusate tanto nella musica colta che in quella popolare. Il recupero delle quali, in qualche caso stato possibile grazie ad alcuni ricercatori impegnati sul territorio, quanto anche ad eccezionali strumentisti che hanno ricreato, almeno in parte, quella musica che oggi siamo in grado di ascoltare. Scrive ancora Stefano Cammelli*:
Se quanto detto precedentemente sul ballo poteva sembrare arbitrario, la scoperta del canto arcaico detto Ballo di Baraben lascia pochi dubbi. Linformatrice Maria Grillini, ottima ballerina di balli montanari, afferma chera cantata dai ballerini in movimento ..girando attorno al morto con ambedue le mani tra i capelli. a tutti noto che questo il simbolo classico attraverso cui si rappresenta il pianto funebre. Un analisi, inoltre, del testo, ce ne da ulteriori conferme: viene infatti descritta una veglia notturna a met della quale vi la distribuzione di castagne e nespole. Lusanza di fare la treccia durante la veglia era, nelle famiglie pi povere, un modo per fare pagare agli invitati ci che essi mangiavano. Allinterno della veglia, introdotta dalla morte di Baraben cui viene allestita la camera ardente, si registra lacquisto di carne che verr servita agli invitati. Tanto il Paciucci che il Trebbi-Ungarelli entrambi ricercatori, parlano del pranzo rituale funebre come di una tradizione ancora viva:
Ballo di Baraben *(canzone a ballo)
E l Baraben l mort sufa le la crida e cla na gnanc un solde da comperai la zira cumpre un ta di cheren io de quater baioc la mi compre lira me lo compre a lngros. E l Baraben l mort e a una braze di manali ca li voio spaier an so quanti ragazi che me va dinvider. O tra da meza veia o tra da mezanot ie un panierin di nespel con tre castagna cot. E l Baraben l mort la la la .
Di questo stesso ballo esistono molte versioni strumentali per violino e per fisarmonica, anche se questultima ne ha mutato la tonalit, adattandola a una musicalit pi moderna, e la si ritrova tra i balli in voga nelle balere. Oggi per il ballo cossiddetto liscio a farla da padrone nellarea emiana-tosco-romagnola. Certamente il genere pi seguito non soltanto dagli anziani, ma che raccoglie molti giovani frequentatori delle balere, entusiasti dellatmosfera ricreata della festa; decisamente valido per la variet degli strumenti usati, per la fantasmagoria delle note, nonch per lutilizzo di ritmi pi attuali che ne fanno un campione di successo e, ovviamente, dincassi; e che riesce a mettere tutti daccordo nel ritrovarsi insieme nella magica affermazione della musica. Oggi non pi cos, dicono gli anziani, lasciandosi andare ai ricordi di giovent, anche se la loro non risale a pi di 40 o 50anni fa. Corrado Ferretti, un gentile signore parmense doc oggi in pensione, ha di recente inviato alla nostra redazione un articolo molto significativo su come scorreva la vita quotidiana della sua fanciullezza nei borghi del centro storico di Parma:
Gi alla buonora del luned passavano le lavandaie con le carrette ricolme di panni che si recavano alle rive del Taro, l dove lacqua rasentava largine; o appena dietro il Dazio dove scorreva un piccolo ruscello dacqua sorgiva. Subito dopo, a poco a poco, sincominciavano a sentire i rumori delle diverse attivit: il martello del fabbro, la sega del falegname, il richiavo dei venditori di rane spellate e altri come larrotino e il salire delle saracinesche dei negozi intorno alla Piazza Garibaldi. Era quello per tutti loro lavvio della giornata lavorativa. Ma non per noi ragazzi che siniziava a schiamazzare e a correre avanti e indietro per i borghi chiamandoci lun laltro. Si giocava dalla mattina fino a sera (senzaltro poco studio!). Cera chi di noi imparava allora ad andare in bicicletta, cadendo immancabilmente e sbucciandosi le ginocchia. Ricordo che per consuetudine le mamme, e pi spesso le nonne, ci gridavano contro dalle finestre aperte:Stasera lo dir a tuo padre/madre quando larriver a casa, vedrai, vedrai!; oppure ci raccomandavano: ..e non correre, che altrimenti sudi e ti ammali!.
Di alcuni ricordo ancora i nomi mentre di altri solo il loro soprannome: Fabri, Romanine, Giacca, Cicle, Bignoghe, Corde, Bocillo, Scannagril, Omino, Riccio, Bombolo, Vito, Pierto, e ancora Guglielmo, Silvio, Ernesto che dicevamo mangiava il cavallo pesto, il Giacca bello come Tyron Power. E poi cerano le ragazze: Mirella, Naldina, Marisa, Anna Violi, Anna Barbieri, Egle, Rita, Anna Musetti, tutte o quasi che pendevano per lui. Allora si giocava con le spade di legno e i finti schioppi, alla cavallina, a pio-pes, alla palla stregata, palla prigioniera, al gerlo a maga (testa o liscio), e non mancavano le figurine e il gioco dei sinalcoli. Le ragazze invece giocavano a mondo, all anello, alla campana disegnata col gesso sullasfalto della strada, alla corda. Immancabilmente verso mezzogiorno passava il vigile urbano e metteva fine ai giochi, in primis quelli con la palla cercando di sottrarla ai ragazzi pi scaltri che se la passavano lun laltro talvolta mettendolo alla berlina, facendosi poi rincorrere fino al solaio delle loro case.
Molti sono gli aneddoti delle marachelle combinate da noi ragazzi in barba allautorit del vigile e altre che riguardavano per lo pi gli avvenimenti del giorno: cera Romano che raccontava di possedere il tesoro nascosto di Kammamauri, il personaggio di Emilio Salgari, cui ovviamente nessuno di noi credeva. Cera Marin che alla domanda di dove prendesse il gesso per disegnare le sue interminabili campane sulla pavimentazione stradale, sosteneva di aver nascosto due quintali di gesso in Cittadella. Michele diceva che Gigi barava alle carte vincendo ogni volta i giornaletti di tutti gli altri ragazzi, ed erano: Sciusci, Zorro, Pecos Bill, Gordon, Mandrake, Pantera Bionda grazie anche alla madre che segnava i punteggi. A Borgo Onorato, gi Borgo della Gallinella, ad esempio, cera la Doris che spesso sbraitava contro la mamma di Rita e Giuseppe volendo sapere dove fossero andati i ragazzi per avere notizie di suo figlio Romanine. E quella rispondeva che erano andati sulla strada liscia con i carrettini a cuscinetti per poter correre meglio sul marciapiede a mattonelle con inciso C.P.U.T., da noi ribattezzato Cane Pelato Unto Tagliato che non voleva dir niente, ma che ci faceva tanto ridere.
Ricordo che Menegalli il falegname aveva costruito un carretto di legno pi grande, grazie al quale si guadagnava qualche amlire in pi facendo fare a noi ragazzi un giro intorno allisolato fino alla chiesa di Santa Maria Maddalena, con buona grazia di Don Paolino, il nostro parroco che nellattesa che noi ragazzi arrivassimo fin l, si gustava la sua sigaretta in santa pace, per poi scortarci tutti a dottrina. E che dire della mattina prima della Messa in cui il sagrestano, da noi benevolmente soprannominato Zorro, si aggirava nelle strade per incontrarci e scegliere i chierichetti che avrebbero dovuto servir messa nei modi dovuti diceva. Ma ecco che una volta suonata la campanella dinizio della celebrazione, immancabilmente succedeva qualcosa. Cera sempre tra noi qualcuno che borbottava: ..lo faccio io, lo faccio io e finiva che nel momento in cui Don Paolino saliva i gradini dellaltare, ecco si faceva a gara per togliergli il cuscino sotto il tabernacolo, creando non poca difficolt al parroco, il quale, spazientito, tirava infine un calcio mandando a finire il cuscino chiss dove. Per non dire delluso del turibolo da cui partivano mozziconi dincenso incandescenti che una volta aggiustata la mira, finivano per planare sul tappeto sotto laltare che solo il pronto intervento del sagrastano riusciva a evitare pericolose bruciature. Al rientro nella sagrestia venivamo subito ammoniti da Zorro che gridava: Se fossi io il parroco non vi farei pi entrare in chiesa!. Al che Don Paolino pronto metteva fine alla diatriba e tolti i paramenti sacri, afferrava una manciata di caramelle dicendo: Ma siiv propria di bargnoci!.
Nelle sere invernali nella bassa la nebbia la faceva spesso da padrona e noi si stava in casa senza uscire ma, allorch si sentiva il sopraggiungere del carretto che vendeva i ceci caldi presso lOsteria Emiliana, ecco si usciva tutti quanti dalle case e mentre alcuni di noi tenevamo impegnato luomo a preparare i cartocci, altri alzavano il coperchio della caldara e rubavano i ceci col mestolo oppure a manciate senza essere visti ma spesso bruciacchiandosi le dita. Io minebriavo di quei profumi che vorticavano nellaria facendomi quasi impazzire dalla voglia di assaggiare del buon culatello o di prosciutto dolce di Parma sulle fette ancora calde della torta fritta e perch no un toc de parmisan'. Ma anche dei sapore di cibi pi semplici come le polpette di cavallo della Gerali, della 'vecchia', della polenta, della frittata, del minestrone, dei sughi fatti in casa dalla Norina e delle patate fritte della Velia.
Bel luogo dincontri lOsteria Emiliana, cos piena di vita e di pregiudizi. Gli uomini vi facevano una capatina seguita da una bevuta prima di rientrare a casa dopo il lavoro. Altri i pi vecchi si abbandonavano ai tavoli dietro il fumo di qualche sigaro o della pipa, mentre altri ancora intavolavano un gioco delle carte o della morra, mentre al mat sicure sintrufolava nei portoni aperti delle case a mangiare ci che si portava dietro in uno scatolone. Poi, quando finalmente per molti era ormai lora di ritirarsi per cena, alcuni di loro come Stopi e la Strasra restavano a consumare qualcosa da Gradal fino ad esser ciucchi, anche se a dire il vero tenevano il vino chera una meraviglia e a notte trovavano sempre la strada di casa. Il tutto accompagnato da romanze verdiane che tutti conoscevano a memoria. Anchio come tutti i buon emiliani me ne intendo di musica e devo dire che oltre allorgano di chiesa mi piaceva il suono delle nuove campane che con una grande funzione presieduta dal nostro amato Vescovo, Monsignor Evasio Colli, furono consacrate e fatte suonare a lungo con immenso piacere della nostra gente.
Va detto che in quegli anni alcuni di noi gi suonavano davvero bene; come Vito e Teresa (sua sorella) ad esempio, ritenuti provetti suonatori di fisarmonica a livello nazionale; come del resto era Triosc, soprannominato cos perch dinverno aveva un appuntamento fisso con le gambe rotte a causa della blisgarola. Cicle invece suonava il clarinetto e faceva gi parte della Banda di Parma; Corde si dava da fare alla batteria, mentre Fabri era gi provetto suonatore di chitarra classica. Alcuni di loro nel periodo estivo, tra cui Pino e Luminoso, intrattenevano noi pi giovani in un caldo solaio, esibendosi nel teatro dei burattini allo scopo di ramarci qualche spicciolo per comprarsi le prime sigarette. A quel tempo per noi ragazzi era di rigore portare i calzoni corti sia destate che dinverno con qualche toppa qua e l sul sedere, senza vergognarci, perch allepoca non cera niente di cui vergognarsi, tanto i disastri della guerra avevano disseminato miseria dappertutto.
Ma il clou della giornata arrivava con la sera, quando tutti facevano ritorno dal lavoro con la stanchezza addosso e ci si lasciava prendere dalla malinconia. Dopo cena le madri e le nonne a loro volta madri, prendevano le sedie e scendevano in strada a fare conversazione; mentre noi ragazzi, instancabili comeravamo, coglievamo loccasione del buio per giocare a nascondino. Come un rito che si ripeteva da sempre anche le ragazze scendevano a giocare con noi e cera sempre qualcuna di loro che correva dagli adulti a lamentarsi di noi per averle tirata la sottana: Mamma, quei ragazzi non ci lasciano stare!, ed ecco che unaltra madre prontamente rispondeva in nostra difesa: Anca lor ien petgli. Poi, una mattina che ero particolarmente assonnato, avvertii il rumore di molti portoni aprirsi dietro la spinta disordinata dei ragazzi e delle ragazze pi grandi che in sella alla loro bicicletta partivano per una gita, era quella la prima volta che uscivano tutti insieme dal borgo, destinazione montagna. Erano attrezzati con zainetti in spalla che lasciavano intravedere filoni di pane imbottiti di salumi e marmellate, cera finanche il Pierto con una sporta in pelle ricolma di latte i cui manici stavano appesi al manubrio come un trofeo.
Rammento che mi alzai di scatto, quasi spaventato, e mi accorsi che nellinconsapevolezza del passare degli anni forse ero rimasto indietro. Fu l che per la prima volta compresi che i tempi erano davvero cambiati e che la bicicletta ormai avrebbe rimpiazzato tutti i nostri miseri giochi divenuti improvvisamenti obsoleti. Let matura era ormai alle porte mi dissi non proprio convinto e mi rattristai non poco. E adesso che let ha aggiunto molti lustri al mio novero degli anni, mi ritrovo spesso a domandarmi il senso di una frase ascoltata molto tempo prima, quella volta in cui Bignoche disse alla mamma di Corde, di dirgli che quella sera gli elefanti erano rosa, e la mamma di Corde che mentre saliva le scale di casa, diceva fra s: Cosa mai vorr dire che gli elefanti stasera sono rosa?.
(continua)
Note bibliografiche:
Lalbero di canto - elab. di Raffaele Nobile LP Madau D-05 La mazurka del violinista cieco - Egidio Bandini - articolo apparso su La Gazzetta di Parma del 05/07/2011. Racconto - Corrado Ferretti, (inviato alla redazione 15.08.2014
Discografia:
Concerto delle Dame di Ferrara - Luzzasco Luzzaschi (1547-1607) CD Harmonia Mundi 901136. Madrigali a cinque voci - Carlo Gesualdo (1561-1613) CD Harmonia Mundi -901268. Canzoni e Moresche - Orlando di Lasso (1532-1594) CD Harmonia Mundi 901591. Tarentule-Tarentelle del XV e XVI sec. Atrium Musicae de Madrid dir. Gregorio Paniagua CD Harmonia Mundi 90379. Chominciamento di gioia - Angelo Branduardi CD La Voce del Padrone 489890 2. Musiche e canti popolari dellEmilia (antologia in 4 vol.) a cura di Stefano Cammelli Albatros VPA 8278-9 / 8403 / 8414 - Documenti originali del folklore musicale europeo. Folklore musicale italiano a cura di Alan Lomax e Diego Carpitella 2LP PULL QLP107/8.
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