Quindi, se io non fossi quanto voi siete,
ditemi a che serve dubitare di quel ventre
tra le stelle. Con precisione: oltre figlio di.
Viene spontanea l’incertezza che esisto
come castagno o seppia, di più ancora
fa il tramonto prima della corbelleria
che la notte è morte soltanto breve.
Il viaggio in terra, come sostengo, è salubre
per quanto l’atmosfera sia meno di un congegno
sottratto al vuoto prima che le alghe divenissero verghe.
Voglio dirvi che ho tanta forza, ma non fatica.
Che brucia in me la corsa ma il piede è debole.
Che c’è un imbroglio nel vetro come nella pietra.
Tutto questo mentre l’osservazione del cielo
pone un limite agli a pelli: li trattiene.
E aggiungo che una gragnuola di corpi celesti
non fanno molta strada, né cadono, ma
ci investono con richieste di attenzione.
Dell’aria mossa dalla mia bocca a vento,
ammetto che è locale benché minacci
tempesta per chi vanvera del resto.
Oggi api legittime producono miele
ma il circuito degli insetti non aumenta
il nutrimento. So anche questo: la parola
è un badile che scava pozzi all’idea
che basti un verbo a cambiarci in niente
ed io coniugo lo sbaglio a mente.
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