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Quel giorno alla rocca

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 27/06/2021 11:58:24

QUEL GIORNO ALLA ROCCA

Muzio Attendolo, Muzio Attendolo. Gliel’ha detto nonna Bianca che quello era un vero guerriero.
Nonna Bianca Maria sa che potere hanno i racconti durante l’infanzia. Rimangono indelebili nelle menti più sensibili. Bianca Maria Visconti vuol suscitare l’ambizione dei nipoti, femmine comprese.
Caterina a dieci anni ha sguardo attento e orecchie tese. Sogna sulla lama lampeggiante, brandita dal suo avo, apre la bocca di fronte all’arazzo fiammingo che ritrae una scena di battaglia.
Lei ha già deciso: vuole essere una guerriera. Già ingaggia piccoli duelli con gli altri figli di Galeazzo e presto il maestro d’armi le darà lezioni.
Il padre ne è certo: sarà come un uomo e saprà sopportare l’infelicità coniugale in nome della ragion di stato. Girolamo è il marito che nessuna si augurerebbe, ma imparentarsi con papa Sisto IV val bene un matrimonio.
Adesso è diventata signora d’Imola e di Forlì: alla rocca di Imola, in occasione delle nozze, la popolazione ha tributato alla giovane sposa, virgulto in fiore, una festa senza fine.
La vita accanto al Riario è triste. Se il popolo mal sopporta abusi e sfruttamento, la contessa è afflitta da grettezza ed egoismi, ma una strana forza interiore muove i passi di Caterina ogni giorno: ella sente che presto dovrà esercitare il potere.
Intanto non dimentica la cura della bellezza. Pelle liscia e capelli lucenti rappresentano il desiderabile nel volgere delle stagioni, e non solo per lei.
Il veloce succedersi degli eventi interessa le vite non comuni e aprile è il mese dei colpi di mano, delle cose folli.
In città c’è stato uno strano movimento stamane e sotto il palazzo dei conti, nelle prime ore del giorno, alcuni alzavano la testa verso l’alto: sembrava che guardassero le aperture dei muri.
A notte fonda la contessa ha appena ripreso sonno quando viene svegliata da un fracasso che inquieta: scende dal letto, afferra il lume, indossa il mantello e si precipita alla porta.
Nel corridoio le fiaccole appese ai muri lanciano la solita luce fioca e sinistra sui dipinti.
Poi, uno scalpiccio lungo le scale. Qualcuno della servitù.
- Chi è? Che succede?
- Sua Signoria! Sua Signoria!
- Che succede? – ripete la nobildonna concitata.
- Hanno preso Sua Signoria…
- Che cosa?! E dove, dove l’hanno portato?
- Nella sala.
Caterina comincia a scendere freneticamente le scale, ma non fa in tempo a raggiungere la porta che vede qualcosa stagliarsi sull’apertura di una finestra e precipitare.
Si affaccia. Di sotto un manipolo di soldati illumina con le fiaccole in mano lo spazio antistante il palazzo. Caterina guarda: nella polvere, immersa nel sangue, c’è la testa del Conte.
La donna grida. I sicari degli Orsi spingono i figli in catene, la raggiungono e la fronteggiano. La tromba delle scale risuona del fragore di passi, armature e spade in movimento.
- Come osate?- Caterina è decisa a opporre resistenza.
- Abbiamo abbattuto il tiranno. La città è nostra - annuncia uno dei fratelli Orsi.
- Non l’avrete. Tommaso Feo difende Ravaldino e non la cederà mai!
È la verità. Il castellano, fedelissimo ai Riario, sarà irremovibile.
I congiurati esitano. Temporeggiano e lasciano che Caterina si rinchiuda nelle sue stanze. Sono sicuri che il contrasto si concluderà a loro favore, avendo in ostaggio i figli.
La contessa ha ancora modo di parlare con i sottoposti. Sa chi conosce il passaggio segreto per uscire dalle mura e cavalcare verso Milano in cerca di rinforzi.
Quindi, chiede di incontrare i congiurati.
-Mi impegno per la resa della città. Ma devo entrare nella Rocca e negoziare con Feo- annuncia- I miei figli nelle vostre mani garantiscono per me.
La parte avversa tentenna, ma ha deciso di cedere. Ravaldino non può essere espugnata senza una perdita ingente di soldati.
Caterina è condotta all’ingresso della Rocca e sa cosa fare. Le porte vengono sprangate, i cannoni caricati e orientati in direzione della città.
Gli Orsi hanno capito. Quel diavolo di donna li ha aggirati e li sta mettendo alle strette. Ma non oserà, non oserà: ne va della vita dei suoi figli.
Vengono condotti sotto le mura, umiliati dai carcerieri.
Donna, non hai pietà dei tuoi figli?
Lei è sugli spalti. Guarda il cielo, guarda gli usurpatori in basso. Nonna Bianca le dà forza, la vita a corte le ha fatto conoscere le malizie mondane, le letture il meccanismo dei sentimenti.
Ha deciso. Le poche ore di quiete precedenti le hanno dato l’idea. Non ha dubbi. Farà così. Sarà ricordata come una virago, stupor mundi, lei, Caterina Riario Sforza figlia di Galeazzo e Lucrezia Landriani.
Si affaccia dall’alto, solleva la gonna, e pronuncia la frase che sconcerta.
I nemici adesso sono statue di sale.
Non sanno che dire. Non sopportano lo smacco che brucia e continuano a rivolgere parole minacciose alla donna che di lassù fa sentire la sua voce potente, la sua risata irritante.
I rinforzi da Milano non tarderanno ad arrivare.
Sarebbe inutile infierire sugli ostaggi.
Loro ormai lo sanno.
Lei ha vinto.


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