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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Bomba Carta

Romanzo

Francesco Prisco
Guida Editori

Recensione di Antonio Piscitelli
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Pubblicato il 09/03/2012 12:00:00

IL LIBRO “BOMBA”

SUL MERCATO DELL’EDITORIA NOSTRANA

 

Vien subito in mente don Ciccio Ingravallo, il commissario del “Pasticciaccio” di Gadda, tanto per trovare il prototipo di questo Gaetano Santaniello, epigono, ma anche un po’ emulo del ben più noto predecessore. È lui, il Santaniello, a condurre le indagini su una serie di atti terroristici che l’Accolita Scrittori Anonimi (in acronimo LASA) mette a punto contro i personaggi simbolo del mondo dell’editoria, del giornalismo, della televisione, in pratica contro i padroni dell’informazione. Tutti assimilabili a reali personaggi pubblici, ben riconoscibili dietro la maschera di cognomi artatamente ammiccanti a qualche caratteristica degli originali.

Si tratta della versione romanzata de “La casta”, ma con la marcia in più d’una scrittura che, nel contaminare stili, si fa stile in proprio, allo stesso modo in cui un musicista nella combinazione di toni e semitoni, di tempi e pause afferenti crea l’originalità dello stile personale.

Bello, dunque, questo «Bomba carta» che Francesco Prisco ha pubblicato per l’editore Guida. La quarta di copertina lo definisce un noir, ma gli fa torto perché il colore nero poco si addice a un’opera che, per molti versi, è policroma, nell’intreccio, nelle variazioni tonali, nella felice contaminazione dei registri, nella caratterizzazione dei personaggi. Questi, coi loro tic, i loro vezzi, le loro parlate regionali, alludono all’illustre tradizione italica degli Zanni, tranne poi deludere le aspettative del lettore, perché da comici si fanno grotteschi, tragici nell’epilogo della vicenda narrata. Sì, perché l’umorismo iniziale evolve in satira feroce, poi in sdegnosa denuncia di un male che corrode dal di dentro il sistema democratico e ne narcotizza le coscienze critiche: lo sciocchezzaio banalizzante dei mezzi di comunicazione diventa la nostra coscienza, ci mette in testa i pensieri, in bocca le parole. Mai omologazione è stata più consona al Potere. È una  sindrome di Stoccolma casereccia, con noi tutti beceri complici delle sentinelle della libertà di pensiero e espressione, beninteso una libertà condizionata, assai condizionata. Così l’industria della carta stampata, alla quale il titolo del libro allude, in combutta strategica con le reti televisive consociate, produce pennivendoli piuttosto che scrittori, imbonitori da strapazzo invece di giornalisti, opinionisti scemi quale degenerazione triviale delle menti pensanti. E rissa, null’altro che rissa infeconda.

Questo il senso di un’operazione letteraria che, per altri versi, mantiene l’autonomia del fatto in sé, vale a dire del romanzo fantapolitico ben scritto a vantaggio dei buongustai. Di questo si tratta soprattutto, di un’operazione d’alta cucina che, dosando opportunamente ingredienti vari, serve una pietanza affatto nuova e originale. Prisco è un sapiente alchimista della parola, costruisce pagine di intensa bellezza con materiale estrapolato dal bombardamento quotidiano del chiacchiericcio televisivo e dell’eloquio giornalistico, intinti, spesso senza soluzione di continuità, nel motto plebeo, nell’icasticità della parlata regionale, nel turpiloquio ben dosato e per nulla disturbante. L’allusione a Gadda è dunque un obbligo, benché occorra dire che il richiamo allo scrittore milanese è solo nell’identica capacità di coniare il mezzo linguistico e di calarlo nella materia, quasi a volerle inalare l’alito vitale. Così la vicenda narrata acquista dinamicità e colore nell’esplosività di una lingua creata di sana pianta e plasmata ad arte sulla psicologia dei personaggi. A volte basta una semplice battuta a darti intero il ritratto di un poliziotto, di un uomo di cultura, di uno studente universitario o a restituirti un’atmosfera, un ambiente, una forma mentis. Si vedano gli assolo dei personaggi o la splendida concertazione dei duetti, dei quartetti e persino di quel coro polifonico che è la mimesi di un talkshow televisivo e si capirà cosa intendo.

«Bomba carta» fa ridere, sicuramente, benché talvolta la risata si faccia amara e preluda al corruccio, a tratti commuove persino, quando questo o quel personaggio si accorge di non essere altro che un’impotente marionetta stritolata dai poteri occulti, quelli veri, quelli che conducono il gioco. Così Cristiano e Marta, che non hanno neppure il diritto di amarsi, così l’intellettuale Palanca e il mitomane Fabbri, così persino i tutori dell’ordine Gaetano Santaniello e Alberto Stefanelli, patetici questi nella loro pretesa di salvaguardare l’ordine democratico a discapito del garantismo giuridico. Allora il quadro ti si completa davanti agli occhi quando capisci che il cinismo dei grandi decisori, nonché manovratori del complesso marchingegno, non esita a sacrificare i suoi uomini se sono in gioco gli interessi della casta.

Lo scenario sembra quello dei turbolenti anni di piombo, con la differenza che il dissenso, questa volta, pare assai funzionale al Sistema, se non ne è la legittimazione pseudo-tautologica del genere L'état, c'est moi. Qui l’opposizione sembra provenire da infervorati intellettuali militanti, ai quali rispondono per le rime quelli organici, in un botta e risposta del quale è difficile prevedere gli esiti. Provate a indovinare chi vincerà e con quale vantaggio. Sono aperte le scommesse.

Quanto a me, punto su Francesco Prisco e sul suo bel libro. Se i grandi media avessero l’umiltà e il coraggio di dedicargli un poco d’attenzione, forse griderebbero al caso letterario. Ma dovrebbero essere masochisti e dubito seriamente che lo siano. 



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