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Dono

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 08/01/2022 10:44:32

DONO

Andavamo al mare a Brolo. La spiaggia di Canneto ci sembrava polverosa e desolata. A Brolo c’era anche la sabbia nera e il litorale si estendeva spazioso da ovest a est. Ci piaceva il nome: brolo, orto o boschetto, è un termine poetico. Pensavamo a Montale e a D’Annunzio.
Mi veniva a prendere sotto casa. Parcheggiava la Vespa davanti all’edicola.
Io scendevo dopo poco. Di solito indossavo il mio abito estivo preferito: quello color rosa con le libellule blu.
Lui portava i pantaloncini rimboccati sopra il ginocchio e una camiciola a maniche corte. Quando sedeva sul mezzo io guardavo la rotula robusta che sporgeva in fuori.
Lungo la strada andavamo piano, anche per parlare un po’.
Allora si rideva per un nonnulla e poi il sole e il vento mettevano allegria.
Quando arrivavamo nella località, lui voleva andare al bar a prendere l’aranciata. Non che la bevesse tutta. Gli piaceva il contenitore, la bottiglia di vetro panciuto, e il colore.
Io non volevo nulla. Mi bastava essere con lui.
Ci sedevamo davanti alla massa azzurra che era capace di stemperare ansie e iniettare energia. Ci sentivamo cultori di un elemento naturale che avrebbe propiziato la nostra gioia futura.
Era felice se ridevo. Diceva che avevo i denti e le gengive sane, proprio come piacevano a lui. Allora pensavo a Gozzano malato che faceva lo stesso apprezzamento per la Guglielminetti, ma ero assolutamente ignara.
Io avevo sempre in testa gli autori e dovevo trovare costanti riferimenti che implicassero la realtà in cui eravamo immersi: dalla “vile prudenza” alla “cattiveria che scaturisce dalla noia e dall’avidità”.
Lui non sottovalutava quello che gli dicevo e teneva bordone alle mie citazioni perché apprendeva in fretta ed aveva buona memoria. Poi pensava che la domenica in chiesa si sarebbe seduto all’organo e avrebbe riempito le navate con “Jesus bleibet meine Freude” di Bach. Quella musica non solo aumentava la mia pressione nelle arterie ma mi faceva sentire gli occhi irrorati di lacrime calde.
Credo di non avere mai provato emozione più grande.
Aveva conseguito il diploma al Conservatorio nel giro degli anni canonici, studiando allo stesso tempo Filologia Moderna.
Era grande perché, nonostante le sue competenze, sapeva essere semplice e alla mano.
Quando andavamo a Brolo, insisteva per portarmi da un intagliatore di legno che teneva sulle balate esterne dei modellini di case e di strumenti musicali. Diceva che quello creava la bellezza per offrirla agli altri ed era superiore a noi che invece eravamo solo dei trasmettitori.
Quando s’immergeva in acqua e dava le bracciate, era lieve. Procedeva cadenzato e regolare. Io ero una patita della rana, ma andavo anche in apnea come un siluro contro il fondale.
Ci sdraiavamo sotto un sole chiarissimo e stordente che continuava l’opera rilassante del bagno.
Il mio costume era dello stesso colore del vestito, solo di un rosa più marcato, un color ciclamino con le libellule blu, mentre lui indossava degli slip scuri.
Sole, mare e vento. Vento e mare.
A ottobre partiva per la Svizzera. Suonava per l’Orchestra da camera di Ginevra.
Io rimanevo a Canneto e insegnavo lettere a Sant’Agata.
Sognavo di trasferirmi da lui al più presto.
Non dirò della malattia.
Voglio ricordare solo i giorni in cui ero felice.
Quando andavo a Brolo e guardavo il mare e sentivo il sole e il vento leggero e pensavo all’incommensurabile dono della sua vicinanza.







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