(Camminavamo su di un marciapiede stretto, tanto da essere più che immorale - persino le puttane lo evitavano: da questo lato non si guadagna in strada. Strada con tutte le strade del mondo che le vanno dietro, standole davanti come fossero in giro. Quel che c’è sopra, intorno, sotto, da mille secoli e nello stesso momento in cui arrossa occidente, schianterebbe se crollasse; ugualmente, dentro, una via si forma: distesa la sera, pronta la notte in breve, raggiunta dal giorno poi: è la Vita. E’ un uomo e crede. Ricorda, dice. Anche tu, non vedi? Ti prego, dice, camminiamo ancora… Prende un frutto dallo zaino, lo addenta, lo assapora; cola, dall’angolo delle labbra che faticano a stringersi, il sottile umidore del succo: fila il ragno della carie e saliva. Le guance formate dal boccone, gli occhi socchiusi. Anche Dio morde l’uomo; prima, però, lo bacia finché respira.)
E’ la vita, dice, indicando siringhe piantate
in una mecap lungo via Clark. La città in cammino
chissà da quanto. E noi al seguito come nuvole alle volte.
Vedi, la vita è fuori di sé e rientra quando è tardi,
ad un’ora che non ci è dato possedere o usare la chiave
per riaprirla, dice. Non c’è serratura dall’altra parte, dice.
E muove le mani a tentoni fingendo di aprirsi un varco.
Dice: se si chiudono i polmoni, come le porte di Troia,
è il buio che le serra e dentro truppe di cenere sanno
di nessuno più che Odisseo. Bisogna temere questo?
No, no! Abbiamo perso e loro devastano i luoghi
in cui cuore e altri ammennicoli teneri si accavallano.
Non devi temerlo se perdi conoscenza. Ora respira,
respira piano, respira - solleva il diaframma.
Il diaframma è un gabbiano ingabbiato nel torace.
Inspira dal naso lungo tre passi, poi gonfia l’addome,
come un aerostato per salire, espira dalla bocca in cinque falcate.
Vedi gli uccelli più lemmi che umani? E ride!
Ride con quel suono stridulo di cardini consumati.
E’ strano, mi dico, mentre davvero ci sorvola un gabbiano.
Lascia che la lingua si fermi ai denti, alle pedonali,
alle elemosine fuori dai supermercati, continua.
Il fiato lo mette in ginocchio. Dice che dio si rivela
mentre celebra questa breve messa in scena: la vita.
E’ la vita, mio dio, la vita, dice, la vita è dio - ovvio.
Parla, parla: ha un traffico in gola e forse, chissà,
la sua mente è la cosa più vigile che incontriamo.
Lì, ai piedi del muro in via Clark, pungivene ed erbacce
come disperazione comanda e l’incuria protegge.
Borbotta come una motoretta. Diventa un’eco.
Mi attrae il gabbiano che spiega le ali. Capisco
che plana senza sbavature: l’aria è mossa e l’ombra
cade su noi come sale. Indica un papavero rosso,
di quel rosso inopportuno e luminoso come l'attesa
- di una passione, di una dimora, come ovunque
può venire bene a cadere. Quel papavero, dice,
osserva i comandamenti delle vele e dei venti.
Non le domeniche o gli anni, dice. Uno stelo, se vuoi,
è il suo orologio. E la vita è tempo. La vita, il nostro stelo,
suppongo l’unico dio rimasto disponibile, dice.
Dice dio come mettesse sul bavero un papavero rosso,
non il colore per gusto delle cianfrusaglie ideologiche,
ma per la profezia del polline che inarca resurrezioni,
senza la quale tutte le terre devasterebbero le costole
dell’acqua. Gli dico vorrei ancora un po’ di dio
da spendere bene. Ridiamo a pena.
(Questo tratto di strada porta ad una rotatoria che pone domande: assi che procurano vortici nel sangue, innescando pensieri terribili - una rotatoria, in fondo, è un circolo vizioso, un paradosso della strada, come non so dove porta e vado a vuoto. Lui diceva parole pesanti - io non capivo perché, ma sentivo: la fronte corrucciata, le arcate sopraccigliari aggrottate e strette, la partecipazione amara del taglio delle labbra sparite. Di modo che, osservandomi, sembro dubbioso che siamo noi a fare il cammino, non il contrario.)
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