(Il bullone infantile. E il perno su cui avvitava, nell’approssimazione di uno spazio apprendistato. Ricordo ero tale, o che altro significa animare il presente di una sembianza posseduta tra date capesante svuotate del mollusco rimasto. Oh, che bel bocconcino è stato!)
Le ragazze avevano calamità inconsapevoli,
delle quali si diceva, sognando anche.
Ancora mi chiedo quale effetto ebbero
le prime volte del nailon sotto le gonne
dentro di loro.
Che cosa le rendeva slanciate? L’abbandono
dei calzini bianchi o il bianco bacio sulla scala A?
A me capitò vicino l’albero di giuda, a bordo
dell’aiuola con la forma a u e lì il tremore mi colse
preannunciando addii a qualcosa di più minaccioso
del cielo in penombra che spodesta un grande giorno.
E a letto poi non c’era battito che non suonasse da uomo.
Ci sono segreti nella femminilità che superano
l’accordo tra il cortile e il corpo vago: stretti o che;
e domande ignorate che avremmo dovuto porci
e che ci prendono in seguito per niente.
(Direi, al modo di una guerra di corsa: si ruba al calendario più che le pagine da navigare quelle già navigate, simili alle barchette di carta puntute ma tozze che nel lungo flusso - e riflusso - restituiscono un foglio impregnato, non il rigo diritto ancora. La vie est un bien-être pernicieux, mon vieux!)
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