Venga il Patrono delle viti. Il ferramento
dal tannino. A salvare il mio primitivo.
Con la sua impossibile trasposizione
dello spirito in salute. E sottolineo di questa reliquia
il clima nella scrittura. La mano rimasta del tutto.
Come direi a saggio e dotto vino. Il rosso
è un congiuntivo in carne. Il bianco sofisticato
comparve a Cana da un otre; e va otre per la fesseria
della mia bocca.
Per ora, ti invito a sopportare quest’acqua torva.
In comprensibile ora. Il sole rosola,
i pampini si slacciano, i novelli s’iniziano al freddo.
È sobria la stella creativa, l’astro
quando occorre - tranne, lo vediamo tutti,
se si perde in nuvolaglia; e sarà tra poco l’ovvio
di questa male detta.
Allora discenda il Patrono
con il dolce di vino in stile nuovo ed un miracolo
sulla lingua ci porti. Non è più
aprire porte in mente quanto moltiplicare lucernai
per le visioni. Quest’organo ci vede? O Patrono. Vede
noi da dentro oppure produce solo echi?
Apre al cielo la sua casa di giada, risponde. Un pensiero
custode, adesso citofono, poi teletrasporto, infine vuoto.
Donaci uno spiraglio a tuo comodo, o tu!
Graziaci con almeno il segno della comprensione!
Quello della compassione sia con passione.
Non sempre efficace tra dono e perdono.
Tra bue e tue e mia e sia. Vieni
ripetendo più sillabe che contano.
Sui fondi piatti liberati
saltano le voci a consumo
(ad lib).
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