Ho parlato ai pesci all’aria aperta
perché gli uccelli erano già all’erta
e non è possibile raggiungerli a voce.
Succede quando le mani diventano foce
dei pensieri. E i gesti correnti.
La testa si sgombra
tanto che le parole non affondano
e vanno oltre
il fenomeno ottico del letto.
Ho parlato ai pesci in modo corretto,
io sento. Senza mettere l’amo al posto del bene.
Perché per bene intendo rispetto
e per amo evito pene.
Così succede e succederà la bonaccia
per queste vele con la chiglia vocale.
I pesci - con la testa già immersa
nell’inquinamento - si agitavano
tanto da sembrare angeli nel vetro.
Come se dal vetro potessero mostrarci
che non sono assuefatti al silenzio.
Ma che mostro dall’essere trasparente?
La falsità è una maschera di bellezza o
di sopravvivenza. Per l’umano e la belva.
I pesci ascoltano? No, ma sentono quello che li accosta
alle padelle e si lanciano a nuoto le bocche serrate.
I pesci sono riuniti nel grande ordine
delle maree, in cui pure la plastica discinta
si isola, circondata da cattivi esempi.
Chiederò ai sedici petali della rosa
che vengano correnti dall’abisso dei venti
cosicché almeno la loro accoglienza li tenga
al riparo dall’esca: don't call me
Ishmael.
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