Era sopra di me a distanza di voce. L’onda
un ostacolo all’ascolto dall’alto. Non so quanto alto,
certo diverse lingue. Dall'alto è un riferimento
terrestre caduto dal cielo. Ma il cielo per noi è fine
che fa acqua da tutte le parti. Prima, lo ricordo,
le claveline danzavano immaginandosi braccia
per insegnare flessuosità ai moli. Poi questi
preferirono l’esercizio che fermava le ondate.
Poiché mi insinuavo in quell’armonia
come uno spettatore che cerca posto in platea,
non mi meragliò sentire: “Ti prenderò, dannato pesce!”,
e: “Sei scaltro, ma tra un po’ sarai fritto!”, oppure: “Stai solo
allungando il destino di una pinna appena.” Parole simili
nel nostro mondo attirano più dell’esca.
E noi siamo cibo che va di bocca in bocca
in crescendo. Come una diceria, sostengo.
Diciamo - per questo - che la natura è presa in giro ma rifratta:
una bella immagine spezzata in diversi punti:
la ferocia, il ghigno, la menzogna, e via via di peggio.
Più comunemente rumore di fondo sempre in onda.
In fondo, ognuno di noi ha in mente un oceano calmo
agitato dallo spirito necessario a lasciarlo in pace.
Una vastità ridotta a nugolo dalla perdita
di significato delle cose quando le abbandoni.
Dal mio punto di vista il cielo è a stretto contatto
con la fine peggiore ma non la contiene. La contiene
la terra che però ci consegna a nuovi verbi; potrei dire
volare, oppure fiorisco, perfino di striscio. Ma, ci giurerei,
andrà in fumo come dice il tizio sopra di me.
Vorrei che a saperne fossero cefali e claveline.
Farei un salto di qualità potendo conservare
coscienza delle scaglie o mantere insieme elementi
con molte attrazioni del genere.
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