Dietro le bandiere si spostano le montagne;
e dove arrivano le vette si piantano bandiere
- ci sono catene che non smettono di legarsi.
Ma tu che puoi toglierci l’urlo in pieno sonno
dacci oggi l’armonia che intona lune e soli.
Oh mamma! o-oh! e-eh! Cantava da dio.
Lo davano per morto, ed era morto, ma
ci dava dentro con un bel sentimento.
Era un crooner dietro la patina celeste
tra l’acquasantiera delle nuvole e l’ombrello
di ceri che non vedono e non si sentono.
Roca, sofferta, incendiata, la voce arrivava
al fondo della notte dove sedeva di guardia
per il suo regno e il pane quotidiano.
Quella notte la riflessione della luna
era il più lucido vincolo al sole. Qualcuno
diceva “si distende sul mare quello che sta
in cielo: se l’anima è a strappo, l’effetto
ci toglierà il fiato”. A questo punto
l’uomo batte sul tasto canc, sicché
la frase “farò meglio domani”
è già diventata pura intenzione.
Oh mamma! o-oh! e-eh!, cantava; e noi dietro
come i luoghi che appaiono nel nome dei santi
simili a boe che legano al porto ogni essere
scafato se, navigando, ha seguito una stella. Così
niente resta nel panorama passando per il vetro,
tranne la pagina densa e disordinata
che le voci indirizzano all’occhio.
Il cantante non scrive quel che canta bene
- lo ha già fatto meglio la boa, la stella, l'ombra -
o dal basso verrà chiesta un'altra riflessione.
Oh mamma! o-oh! e-eh! La notte piena e
la maglia ubriaca hanno un tono confidenziale:
intimità vocale che ti rende splendente. Il sottile velo
del vetro tra noi amanti copre la prima amata:
il buio appare alla punta del dito non le lune
e i soli come indicato.
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