La distanza tra l’ape e me è abissale
già a salve. La saluto ora che si perde,
e direi che avanzo nel soliloquio.
Ma la distanza non è nelle ali che ci misurano
nei salti. Talvolta in alto. Come copula dell’aereo.
Salta agli occhi questo divario inumano, certo,
ma insufficiente a tenerci lontani.
Insetto meno di me, ha ragione dell’impero
del vento, poco attore ma tanta scena.
E non è ancora abbastanza. Cosa manca allora?
Sono convinto che la distanza
stia tutta nella cura maniacale di diffondere
i petali, possederne l’alfabeto e imbrattarsi
dei contenuti: l’ape coltiva il linguaggio efficiente,
invece io - e con me il potere, l’epica e i sentimenti -
trovo comprensibile un linguaggio solo
nell’aria viziata.
All’aperto mi colloco tra i semi incoscienti.
Coltivo la loro stravaganza: quella nettezza,
quella diversità di infilarsi nella terra
in altre parole.
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