Corro sulle pietre; e le smusso non volendo altro
che carezzare la terra il più tardi possibile. Tardi
è per l’ora, per il qua qua qua nel mio cortile.
Anche fuori: ovunque l’oscurità abbagli, la notte
coglie le foglie con buona voglia. Io, un ramo
di come. Sono le due a.m. continuamente,
per amore di l’una e l’altro in pieno corso,
la mia acqua fa i conti con i galleggianti.
Molti di questi invitano ad un’esca di scena.
Qualcuno è un verme, ma sostanzialmente
l’umanità è un’opera a ciclo aperto.
Dichiaro che scrivo solo perché sono pennuto.
E scrivo sapendo che non m’innalza affatto:
le ali affrontano le aie per liberare il cielo
dall’ingombro dei volanti, ma sono ottimi
manubri per l’equilibrio in terra. In teoria,
certi voli raggiungono altezze eccitanti;
quindi: o la testa tra le nuvole o dentro sogni.
In quest’aria che lascia fare a cuor leggero
viene la pelle d’uomo. E viene sia la terra
che l’acqua come pompieri all’inferno.
Ecco il fuoco. Arriva il fuoco senza fiamma:
lo strepitìo mette il contagio all’opera.
A questo punto, entro di diritto nella fisiognomica
con il vezzo eterno. Si dice che nulla duri per sempre.
La pelle, ad esempio, perché muta parla del tempo?
Sono palmata: vuol dire che l'acqua è un deserto?
Starnazzare: com'è che ci fu dato un solo verbo?
Sappiamo che non è vero, sappiamo che ne abbiamo
ma la coniugazione misura a mala pena i toni.
So della costruzione dell’Universo con la faccia tosta
di un Botto solerte e, più precisamente, la luce
è cinica con la lanterna: tanta fatica per qualche
bagliore nell'immensa tenebra, per dirla in breve.
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