Volai per ore, appeso a un filo di rame trascinato da vento. Ore.
Nessuno sa dire da dove quel filo di rame provenisse, fosse stato divelto, distaccato, trafugato. Tuttavia volai: ore.
Non è possibile spiegare la ragione per cui quel filo si trovasse in volo, né io appeso ad esso. Nessuna logica potrebbe dipanare il fenomeno di quel volare e quell’essere appeso. Solo la fantasia che, per sua natura accetta l’impossibile e considera con benevolenza l’inaccettabile, potrebbe; ma non ne ha alcuna necessità. Tuttavia volai.
Forse quel filo di rame faceva parte di una cabina elettrica o di un palo addetto al trasporto di corrente piantato lungo una ferrovia costiera, una di quelle che guardano nel mare che le guarda. O di un locomotore che quella ferrovia transitava spinto da un treno di vagoni che a sua volta provvedeva a trascinare. O di un pelo della giacca del macchinista, anche se è difficile capire come quel filo di rame potesse farne parte, a meno di considerare l’opera di un’amante, forse tradita, che a quel modo intendeva segnalare la propria vita e il tradimento.
O forse un’ondata che quella ferrovia invase senza ragione apparente, tranne che fatto celeste, quando la luna si avvicinò alla terra e disse: buonasera!
O magari (forse con maggiore probabilità) si trattò della fatica di un uccello, uno di quelli piccoli giallini prigioniero che, con infinita costanza, divelse un tratto della gabbia che lo conteneva e finalmente fu libero, trascinando tuttavia con sé, da allora, una coazione e strappare ogni filo cui si trovasse ad imbattersi, anche di rame. Le ipotesi sono figlie dell’ignoto e, pertanto, tali restano, ma di questo abbiamo già discusso.
Tuttavia volai. Nessuno può rappresentarsi l’angoscia che trascinai con me mentre venivo trasportato da vento, appeso a un filo di rame di provenienza ignota, a sua volta trasportato. Né può dirsi cosa trasportasse quel vento. Un’angoscia immortale: l’angoscia dell’abisso.
Non pretendo che qualcuno possa contenere in sé, e quindi riferire – se del caso - quella mia condizione, né provarne l’instabilità totale. Ogni totalità è necessariamente instabile, non poggiando su nulla di reale.
Furono di aiuto fatti terrestri propri di ogni corpo, come vertigini, senso di costrizione, vomito. Furono d’aiuto, mentre vomitai.
Lo feci per ore, tanto da ritenere di non avere più uno stomaco. E neppure un esofago.
Gli occhi: credo non li avessi più, tanto vomitai.
Mi soccorsero brividi (ovvero scossoni profondissimi del corpo) che mi ricordavano di averne uno, cosa in quel momento non trascurabile ma di cui, comunque, avrei volentieri fatto a meno, dato che lì mi trovavo e con esso venivo trascinato.
Fu d’aiuto quel corpo mentre mi atterriva. E l’arcobaleno, che mi disse che poco più in là pioveva. Desiderai quella pioggia, come una bibita dell’ultimo ristoro.
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