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Janas

di Rita Mura
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Pubblicato il 08/02/2026 14:17:54

JANAS

 

La lavorazione intermittente del telaio infondeva nell’aria un rumore e un ticchettio armonico. I colori brillanti e sgargianti, intrecciati con fili d’oro e d’argento, danzavano magicamente apportando alle pareti di pietra uno specchio di figure creative e tipiche delle zone. Una minuta donna, curva in una piccola seggiola impagliata, era instancabile nella sua arte, ricca e varia. Apportava risvolti e cambiamenti a chi professava umiltà e rispetto.  Era fondamentale essere puri di cuore per attirare l’attenzione e avere benefici e risvolti positivi alla vita.

Le domus delle Janas erano varie, sorgevano isolate e silenziose. Le piccole donne accoglievano con magia ed arte secondo la cultura e la tradizione. Le Janas erano adorne nel vestiario colorato e tessuto a mano, uno scialle alle spalle riparava dal freddo e donava grazia ad una sembianza gracile. I colori forti e accesi con i bottoni e i gioielli tipici, ponevano un tocco di bellezza, a voler ricordare i moti e la forza della vita. Lo sguardo scuro ma luminoso infondeva una profondità e contrastava col pallore della pelle non abituata alla colorazione destata dal sole. Era una vita umile ma gratificante, devota agli altri. Non era necessaria l’ostentazione della ricchezza, una piccola apertura sulla pietra mostrava l’essenza luminosa su un mondo magico pronto alle necessità di chi potesse veramente richiederne bisogno. Non esisteva pregiudizio ma rispetto, non esisteva invidia ne disturbo, la porta aperta era simbolo di sicurezza, apertura verso l’altro, disponibilità verso l’ascolto e l’aiuto. Non c’era limite, era risaputo che i tesori erano segretamente custoditi e usati per chi veramente potesse meritarseli.

Un fruscio di vento e una profumazione di mirto attirò l’attenzione della piccola tessitrice. Qualcuno stava per mostrarsi alla sua porta.

“Sono Juanne. Posso entrare?”

Un sorriso era sempre pronto e l’ascolto non aveva bisogno di grandi discorsi.

Non era la prima volta che Juanne si mostrava alla piccola tessitrice. Oramai era quasi di casa ed era una piccola salvezza e compagnia per i periodi più duri e di carestia. Il raccolto non era stato buono e le gregi non avevano donato abbastanza latte per poter attraversare il lungo inverno.

“Scusa se mi presento qui ancora una volta. Il mio cuore non avrebbe voluto ma la famiglia reclama e io non so come far scomparire le lacrime della fame che mangiano e non trovano pace”

Il telaio che fino a quel momento aveva continuato nel suo lavorio si interruppe e la piccola donna alzatasi dall’angolo di lavoro si allontanò verso la stanza adiacente.

Ritornata davanti a Juanne gli prostrò un cesto ricolmo di fili d’oro intrecciati e guardandolo negli occhi lo ammonì:

“Ricorda queste parole e fai molta attenzione. Questi sono dei fili d’oro simbolo di purezza e bontà d’animo. Saranno utili nella necessità e nella fame. Sono stati intrecciati con cura e fatica per alleviare preoccupazioni e malattia. Dovranno essere usati solo per l’essenziale. Fai attenzione perché se andrai contro il destino tutto ciò che userai come ricchezza nell’avidità si trasformerà in carbone e disgrazia.”

Juanne in quella visione non riuscì a capacitarsi della fortuna. Era talmente preso da tale bellezza che non fece attenzione alle parole arrivate con un suono ovattato.

La tessitrice lo aveva aiutato più volte e adesso aveva voluto ammonirlo e dargli un’altra possibilità.

Il giovane uscito si mise a correre, la sua testa fantasticava e non credeva ai suoi occhi. Guardava il cesto e già pensava a quanto oro potesse esserci in quella casetta incastonata nella roccia. Decise di rimanere in zona e attendere la notte. La zona era isolata e nessuno lo avrebbe visto, la macchia mediterranea era fitta e il terreno impervio non avrebbe invogliato nessuno a passare in quelle zone.

Calato il buio e apparsa la luna, si avvicinò ed entrò furtivo. Le stanze, nonostante l’oscurità della notte, apparivano illuminate a giorno. Sembrava che i colori e i filamenti d’oro creassero luce e fuoco.

Juanne era estasiato. Aveva caricato con sé delle bisacce e avrebbe portato via tutto ciò che sarebbe riuscito a contenere e trasportare.

I fili d’oro si mostravano così leggeri. Preso e soddisfatto del gran bottino sgattaiolò fuori senza rendersi conto che il peso delle bisacce diveniva ad ogni passo sempre di più.

Stanco e con un dolore forte alle gambe e alla schiena si fermò appoggiandosi su una roccia poco distante. Il sonno prese il sopravvento.

Un raggio di sole diretto lo svegliò alle prime ore del giorno e un sorriso beffardo portò le sue mani a tastare le bisacce piene e cariche di orgoglio.

“Sono ricco finalmente. Mostrerò a tutti cosa sono e quanto valgo. Finalmente non dovrò pensare agli altri e io avrò tutto. Sono stufo di dover dividere, anche io ho il diritto di divertirmi!”

Infilata la mano nella bisaccia per veder la lucentezza del suo tesoro, tirò un urlo che riecheggiò in tutta la vallata.

“Le mie bisacce! Cosa è questo fumo, cosa è questo colore scuro. Le mie bisacce!”

Tutto era divenuto carbone e ciò che era sembrato vita e speranza si era trasformato in carbone nero, sfumato alla vita e punitivo di avidità.

Fu così che divenne leggenda. Le Janas con l’intreccio di vita e purezza di cuore non furono mai più sradicate alla radice e derubate del cuore ma condivise e ricordate nella riconoscenza mai disonorata o imbrogliata. La ricchezza creata da un intreccio solido è monito solo di aiuto e sostegno e ad essa va sempre diretta la riconoscenza eterna.


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