Calcolare ancora.
Da anni, senza alcun successo. Per cui: ancora calcolare.
Hobbes provocava apparizioni. Tavoli: = improponibili proposte di evidenze. Egli ignorava che la materia è fatta di pensieri. Dunque le particelle pensano?
Se fosse vero, dovrebbe esisterne una (particella, dico) capace di pensare il mio pensiero. Non mi va di essere pensato.
Basta un riflesso. Una stella improvvisa improvvisata, un brillìo di fotoni, un vuoto alterno e ti ritrovi non sai dire dove. E se arrivasse un riflesso di città?
Sorelle chiamano altrove. Appaiono scompaiono, cambiano direzione. Devo riaggregarmi di continuo, dalla testa alla coda (quando sono cometa).
Suoni, come fossero voci. Sono certo di no. Nel vuoto il suono non propaga. Un silenzio indicibile. (Dunque mi sembra inutile parlarne).
Tutto semplicemente accade. Né si capisce come. Buon dio… come ci sono capitato!?
Sollevarsi un po’.
La malattia è una funzione riflessiva: si ricorda di noi.
Un’estranea, cui ti consegni e sogni. Quando sto male dormo. Quale la differenza?
Due reali diversi. Uno di mondo, l’altro di incostanza. Ma chi può dire che il mondo non sia sogno? Tutto procede duplice.
Privo di apparizioni temo inganni. Se ci fossero, chi ne garantirebbe l’esistenza?
Quale esistere, allora? Io per l’altrove potrei essere altrettanto non reale di forme insoddisfatte della sera. Esse non hanno nulla da eccepire: sanno l’oscurità.
Guardare fuori.
Filtra dalla finestra il mio disagio.
Che faccio, mi alzo…? Ma sì! Prepararsi una minestrina.
E intanto proponeva l’imbrunire: questo scorcio di mondo.
Numericamente parlando, Dio è un’equazione instabile: potrebbe dare qualunque risultato. Tuttavia, considerando le ultime condizioni (mi riferisco al mondo), l’altra sera la Madonna si aggiornava.
Con lei, solito stuolo di anime: che si mangia? (Ma perché mi vengono in mente queste cose?)
Me la ricordo appesa a vecchi muri dove stavano le grazie ricevute. Lumini, cuori accesi, malattie.
Io mi scompenso, Madre, come un gatto durante un temporale.
Niente, sempre lo stesso risultato. Dopo la morte il tempo è uguale a 0.
Tuttavia, quantisticamente parlando, il tempo è mio diritto. Potrei infatti trovarmi contemporaneamente in un luogo in cui vivo e un altro no. Nel primo caso ho diritto al tempo; nel secondo a nascere. In entrambi a morire. Dunque, dopo la morte tempo = 0.
Disperso. Probabilmente l’universo è morto. Se il tempo è uguale a vita adesso manca. Da qualsiasi prospettiva.
Proviamo ad accostare una qualunque massa, che sia stella, cometa, nebulosa. Non un sistema limbico; quello è soltanto una mitologia. Binario si, limbico no.
A scendere, anche, su un qualunque pianeta. In ogni caso non manca distorsione. Di luce, spazio, tempo, prospettiva. Nell'universo il tempo non è uguale. Come lo spazio che si piega e sfiora fasci di eoni proivo di alcun sale.
La massa ci distorce: distorciamo. Distorti, non si conosce dove (ovviamente né quando). Senza considerare che ci muoviamo a una velocità pazzesca in un non luogo che non è dove e quando. Trasportati da vento (cosmico, no!?) ventiliamo. Chiudersi in casa.
Tanto ha fatto che piove. Chiudere, dunque. Chiudere.
Scrosci come frangenti: le anime hanno fame.
Quando si mangia?
Sto preparando… un poi’ di pazienza.
Devi capirle (dice la Madonna), loro non hanno bocca, ventre, suola per camminare un mondo che non sia troppo simile a nulla. Qualsiasi novità – devi capire – per loro è atto di misericordia. Manca molto alla cena?
Non direi, Madre, ma dipende dal forno.
E subito mi viene in mente fondo. Fondo dove, fondo cosa; di cosa?
Eppure un fondo esiste: sempre un fondo. Come a dirsi: quando lo tocco? Fin dove arriverò?
E poi penso: forse ci sono già.
Quindi guardarsi i piedi.
Qui non li ho. Neppure le mani. Per recuperarle devo traversare un anno luce.
Entità divergenti compiono apparizioni. Strane luminescenze (lucciole?) come singhiozzi atomici d’amore.
Particelle vaganti. Mi compaiono ombra per riapparire sole. Quando il contrario diventa più difficile calcolare il tempo dell’attesa. Tra l’altro, perfettamente inutile.
E trascinato amo il mio passare.
Procedere su piani non pensati.
Piani inclinati, linee parallele, ma non so dove l’alto e dove il basso. Non ci incontriamo mai.
Senza incontro, la solitudine non ha più conoscenza.
Delusa: non può essere sola.
Non ho mai creduto al multiverso (sarebbe a dire molteplicità di universi). Neppure alle teorie delle stringhe per la quale universi affiancati transitano da uno all’altro sconvolgendo le dimensioni uguali dell’uguale.
Dunque dimensioni diverse – dicono. Non tre non quattro. Numeri. Ed io?
Io suono Bach (almeno lo facevo). Oggi senza un archetto.
Il tempo è un atto di scomposizione. Se ci fosse. Quando si muore più nemmeno lei.
Mi è tornata la febbre.
Una città diversa dal presente, senza passato, priva di futuro. Una città di sovrapposizione. Epoche, quando vivevo a Roma.
Non ho mai ritenuto necessario sovrapporre il mio dire al suo restare. Scriverne, forse; parlarne. Lei non ne ha mai bisogno.
Sa di non essere nient’altro che un’idea, un universo esile, un tramonto.
Corrosa; fatta di pietra e tempo, non ne ha più. L’ho riposta in valigia.
Alla stazione il treno s’è ridotto a un fischio ed un vapore.
Vento sferzava ruote e in mare aperto servirebbe un battello. Dunque, come partire?
Forse aria, forse idroplani, forse concessioni.
Partire è un espediente sospensivo: mentre si viaggia. Quando si arriva: un infinito senso di mancanza.
Non ti posso fermare. Anima te ne vai.
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