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Dimmi che sei felice

di Rita Mura
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Pubblicato il 19/04/2026 14:39:04

Dimmi che sei felice

 

Un risveglio improvviso destava da torpori e sensazioni mitigate dalla dolcezza della notte. Erano giorni che Ada non riusciva a riposare bene. Aveva sempre una strana sensazione, un pensiero fisso che le attraversava la mente e sembrava parlarle.

Era marzo e come ogni inizio di mese aveva una preoccupazione tagliente che la destava e le tormentava l’animo. Prese il telefonino appoggiato al comodino per guardare l’ora. Erano le 06:06, il cuore sembrava batterle forte. Scorrendo la tendina in alto per vedere le notifiche una piccola ruga iniziò a solcarle lo sguardo. Erano presenti dei messaggi what up e non pochi.

Qualcuno l’aveva cercata e lei non si era resa conto. Prese gli occhiali dalla custodia e sollevandosi un po’ sullo schienale del letto aprì i messaggi per leggerli. Erano di Pietro, doveva essere successo qualcosa. Era da tempo che era partito, la redazione lo aveva inviato in India, nelle zone circostanti il deserto del Thar.

Pietro non inviava messaggi di saluto e neanche di circostanza. Quando partiva scompariva e veniva assorbito dal lavoro. Il messaggio era chiaro e non lasciava molta immaginazione:

“Raggiungimi, ho bisogno”.

Non era certamente il miglior risveglio per Ada:

“Come poteva pensare di inviare un messaggio del genere e credere che una persona fosse pronta. Ognuno ha una vita, degli impegni. Non è facile stravolgere tutto e fare una valigia”.

Pietro conosceva Ada, controcorrente, diversa e silenziosa, pronta per tutti, non aveva certamente dubitato un attimo nel messaggio inviato e sapeva già la reazione della sua amica.

“Caspita Pietro! Questa volta hai proprio esagerato. So già che mi pentirò di tutto!”

La mattina per Ada era come un carburatore che riscaldava lentamente, vagliava luci e ombre, profumi e sapori. La scoperta di un nuovo inizio aveva sempre i suoi tempi e valori che dovevano essere riscoperti e nutriti in ogni istante immortalato da un tempo tastato in piccole gocce che infondevano profumi primaverili.

La valigia non creava problemi per chi come lei, era donna di poche pretese, l’essenziale era il naturale e giusto. L’abbigliamento seguiva il suo pensiero. Valigia alla mano, in un’ora Ada era già pronta all’aeroporto in attesa dell’imbarco.

Il viaggio sarebbe stato lungo ma l’India, avrebbe certamente risvegliato i colori del suo cuore.

Jaisalmer era la sua destinazione, la redazione avevano destinato il servizio fotografico in realtà isolate e Pietro era certamente lì.

“Sto partendo, Jaisalmer mi aspetta. Pietro l’hai fatta grossa!!”

Ada usava sempre ironia per sdrammatizzare ma il suo spirito ribelle amava improvvisare e anche per lei quei frangenti avrebbero donato ispirazione per la sua vena scrittoria.

Ada era da tempo che certava uno spunto per un nuovo libro e Pietro questo lo sapeva. Tutti e due erano usciti dalla scuola di giornalismo, avevano preso strade diverse sia dal corso di studi che dalle loro iniziali aspirazioni. Pietro era diventato fotografo della rivista e Ada scriveva articoli e libri di avventura per bambini.

L’aereo era arrivato e il caldo opprimente destava colore nel pallore del viso di Ada. Marzo era lontano in quell’atmosfera e il foulard era un optional che osava riparare i raggi diretti ma sfilava e scappava nel vento scompigliato, ripescava a sé la leggerezza sferzante della novità.

Così fu che il foulard ritrovò la mano del caro amico pronto a salvare la situazione:

“Vuoi subito regalare al posto la tua bellezza?”

Pietro era sempre pronto col suo sorriso e ironia. Col foulard tra le mani, la osservava divertito.

“Un giorno o l’altro mi farai morire. Ti sei reso conto del viaggio che mi hai fatto fare?

Ada amava sgridarlo ma sapeva che non poteva resistere al suo sorriso e agli occhi penetranti.

Pietro la prese per la mano e la portò a sé:

“Non vedevi l’ora di venire e io lo sapevo. Conoscerai l’essenza della bellezza che non chiede prezzo ma esalta l’essere vero e sensibile”.

Ada sapeva benissimo che Pietro era poetico e rendeva tutto meraviglioso.

Arrivarono a Jaisalmer, una cittadina non grandissima, vivibile. L’albergo non destava differenza, era immesso in un’uniformità di colore con l’ambiente circostante, case in tuffo rendevano la semplicità l’essenziale che distendeva gli occhi. Ada era esausta e Pietro decise di accompagnarla in camera dove le aveva già fatto preparare una vasca rigenerante di fragranze del posto. Avrebbe avuto modo di mostrarle il motivo del viaggio l’indomani.

“Toc, toc.”

Ada si risvegliò, la notte l’aveva assorbita e rigenerata. Pietro era alla porta con il suo grande sorriso e un vassoio con al centro una rosa.

“Dai, dormigliona. E’ ora di esplorare le meraviglie del posto!!”

Partirono all’avventura, Pietro sembrava impaziente di immergere la sua amica nell’impensato.

Arrivarono in un’area poco al di fuori della città, una nube di sabbia brillante sembrava rialzare il manto terreno, avvicinando la sommità terrena al cielo e rendendo la vista rarefatta. Il brilluccicare diveniva sempre più intenso, tramutando la vista in una valle apparentemente color oro. Due enormi statue sembravano presentare un mondo in trasformazione ed evoluzione.

Ada era estasiata ed incredula, il color oro era talmente intenso che non riusciva ad osservare davanti a lei.

“Ecco qui la bellezza che tutti ricercano. Riesci a scorgerla? Attrae. E’ tanto intensa che non riesci ad osservarla, emana luce e bagliore, riesce a trasformare l’umore e a stravolgerlo. Pensa che la prima volta che sono venuto ho provato a fotografare ma non ci sono riuscito tanto era il bagliore. Adesso avanza lentamente abbassando lo sguardo e poi riprova ad osservare.”

Ada decise di seguire i suoi consigli anche perché oramai aveva le lacrime agli occhi, la luce era troppo intensa che sembrava che gli occhi non riuscissero più a vedere oltre.

“Adesso alza lentamente lo sguardo.”

Ada osservò e rimasa impietrita, tutto ciò che era sembrato oro adesso era divenuto fango, tante casette in tuffo scolpito con tanti bambini vocianti attorno. Osservò Pietro incredula, lui aveva sempre un grande sorriso.

“Volevo che potessi vedere di persona l’illusione e scusa se lo ritieni da poco.”

Questo posto mi ha insegnato tanto, guarda quei bambini tra le case. Sono poveri e ridono, non hanno niente, noi siamo passati dal sorriso alla tristezza. Un capovolgimento di sensazioni che dovrebbero far pensare. Noi chiediamo, vogliamo, inseguiamo tante illusioni, il vero sorriso però rimane semplice e dimora a volte nel niente che non è altro che la vita stessa.

“Adesso prendi la mia mano e dimmi che sei felice”

 

 

 

 

 

 


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