“Non preoccuparti, Marco, io ci sono", ripeteva Elsa dalla sua terrazza vista mare, all’Elba, con la brezza tra i capelli e una stabilità economica che le permetteva di guardare al futuro con leggerezza. A Milano, dall'altra parte del filo, Marco ascoltava, orfano e con la fatica di chi insegue un lavoro fisso che sembra non arrivare mai. Quelle parole erano la sua ancora.
Ma quando il frangente si fece duro e a Marco servì un aiuto concreto, la musica cambiò. Elsa, dinanzi alle richieste velate ma disperate dell'amico, fingeva di non capire, cambiando argomento sulla sua vita felice e spensierata. Le promesse si sciolsero come neve al sole.
Marco, deluso, non si perse d’animo. Accettò il silenzio di lei e, con estrema dignità, fece della necessità virtù. Imparò a gestire il poco denaro con tale maestria da non temere più l'abbandono di nessuno. La sua forza divenne una ferrea indipendenza.
Passò molto tempo. Un giorno, il cellulare di Marco vibrò: era un messaggio di Elsa. Voleva sapere come andassero le cose, forse per placare la propria coscienza. Marco guardò lo schermo, lesse quelle parole vuote e capì che la maschera era caduta, siccome lei non aveva mai posseduto quella sensibilità che fingeva di avere.
Senza esitare, Marco cancellò il messaggio. Elsa era diventata insignificante. Aveva imparato che il vero "esserci" non sta nelle parole, ma nei fatti, e la sua dignità valeva più di qualsiasi falsa promessa.
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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