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Ulisse ancora un po’

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 03/05/2026 18:13:31

 

 

 

 

 

 

 

Generalmente non c’erano le mosche, almeno in questa stagione.

Più tardi. Colazione appartata (dietro cespugli). Quanto al resto, si vedrà.

E la frutta…? C’erano molte more.

 

Muoversi.

Incrociato d’un tratto: stagno lucente. Specchiarsi. Dei che faccia ho!

Temo di essere malato; credo di essere malato; evidentemente sono malato.

 

Prima dell’approdo: vento scompagina.

Frangenti e fondo basso; qui si cede. Non ricordavo questa sponda a est.

In breve zuppo.

 

Freddo.

Come malinconia. O nostalgia.
Succede ai vecchi, quando non c’è più tempo. Fingono, allora, di dimenticare o peggio fuggono nel ricordare.

Una vita da vecchi, dunque: scuotere il tempo e farne una tagliola dove resti avvinghiato. Se sei un ricordo la ricerca è finita.
La malattia è una cosa strana. E allora vieni a stare da noi, mi dicono, che qui possiamo ancora ricordare questa discesa lunga: malattia.
Una ferita antica, uno squarcio dell’anima nel mondo che mentre ci stai male ti fa stare. Quando finisce muori.

E allora mi dicono vieni a stare da noi, che almeno facciamo finta. Ma stare dove, stare quando, che tutto è solamente un grande senza ed io non ho più tempo per il mio.

Che magari mi ritrovo in un occhio un raggio di luce che è partito da una galassia lontana tredici miliardi di anni fa. Adesso nel mio occhio: tredici miliardi e adesso. O di un gigante cui ho accecato la vista.
E magari è anche passato un raggio di una luce che si è portato via l’immagine che ero quando sono partito fino a un qualsiasi estraneo che nemmeno se ne accorgerà tra qualche migliaio di anni. E nemmeno ci ho fatto caso.
E le stazioni intermedie, dove il tempo si cambiai, ma la carrozza è la stessa, come adesso.
Come è adesso quell’istante in cui sono venuto a aspettarti sotto casa quarant’anni fa.

L’universo è un ricordo.

 

Ragazzo mio, sei vecchio – dice allora la dea quando compare.

Ah, sei venuta… mi pareva!

Su, su… devi tornare a casa!

Guardarsi intorno. E dove sarebbe?

Vieni, ti guido io.

 

Prima di darle fuoco. A Troia.

Mi ricordo un pittore (ci andavo travestito segretissimo. Certo, come cavallo!)

Atelier elegantissimo. Donnine, barattoli, pennelli. Tu eri lì. Mi stai sempre tra i piedi! (Vabbé, da Circe hai impedito che diventassi un porco).

Eri lì, tra i miei piedi e io tra i tuoi. Sicuri non ci sia mai stato nulla tra noi? Ma no… ci piaceva la testa!

Eppure una volta ti ho rubato!

 

Tu ti atteggiavi spesso in pose osé. Lui eccitatissimo.

Avido, ti osservavo. Vergine? Manoncipossocredere!

E dài! Ma guarda cosa vai a pensare...

 

Salita impegnativa. Ansimo.

Sei sicura sia la strada giusta? Io qui avevo spianato… c’erano delle aiuole…

Eh, mio caro, mio caro…

 

Febbre.

Rallenta…. non sto troppo bene.

La debolezza ti presenta il conto. Viene frugando quel poco di pensiero che rimane. Lo condiziona mentre lo indirizza verso un unico scopo, una specie di illogica ossessione che conosci e trascuri. Non ho nessuna voglia di curare.

Pesa la dimensione del pesare e trasformi i pensieri in fantasie.

“Magari non è niente” – ti sorprendi a inventare – che la vecchiaia inventa le sciocchezze tese ad alleggerirne la comparsa. In questo modo si insedia e ti trascina. Dove? Inutile parlarne.

Malato, allora, mi verrete a trovare in ospedale e, dimesso, mi direte: vieni a stare da noi. Da noi vieni a stare.

E allora mi vedrete sgusciare e, inevitabilmente, sono venuto qui, su questa terra stretta, dove non potete raggiungermi perché ho tolto le scale.

E ci passo le notti e sopra ci passano le stelle e sotto tutto quello che passa. Voi mi direte: scendi, vieni a stare da noi. Voi, più o meno, in qualche modo: ricordi.

Neutri per lo più, pieni di apparenze di cose che sembrano intenzioni senza averne intenzione.

Ed è inutile che da sotto gridiate: vieni a stare da noi. Lo direte fino a quando vi stancherete, laggiù, nello scorrimento, nell’assedio che vi rende impraticabili.

E ho finito le sigarette.

 

L’uliveto, l’orto, la radura. Dovremmo essere arrivati…

La dea sembra agitata. A disagio, per lo meno. Scorgo le prime mura.

La casa è cambiata (sussurra).

Distante. Prendere appunti e poi dimenticare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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