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Per gioco o per malore

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 05/05/2026 19:16:10

Dunque stordirsi. A tal fine ripetere costantemente fino a non capire.

Ore trascorse della mia giornata: bubbole. Le bubbole sono delle bolle di sapone simili ad abitazione di pensieri. Scoppiano.

Ri-fare, ri-cucire, ri-strappare.

Ri-nazina, quando il mio naso è chiuso. Allora respirare. Chiedersi perché.

 

La notte è una cavalla addormentata. Senza galoppo, sogna.

Generalmente movimenti acuti. Invisibili nel sonno, come il moto silente delle stelle. Addormentarsi, allora. Forse, quando arriva domani. Ma domani che sarà dei suoi garretti?

Chi leggerebbe un libro che comincia così…?

 

Qualcuno cammina. Qui. Qui è dove adesso ascolto.

Andare, recepire, precisare. Ora salgo e gli domando cosa sta facendo. Probabilmente riceverò stupore.

Piove. Alla pioggia non posso chiedere perché.

 

Il Monastero senza la collina è una frana imprecisa. Chiocciole accatastate le sue scale, come galline prive di pulcini.

Dunque vuote, le galline e le stanze, le stanze e le galline, le uova e la mia pancia. Friggere al tegamino? Solo olio.

Vabbé, un po’ di pane ci si può anche mettere. Fritto di pane, come questa vita.

Abitavo un Monastero: quando credevo in Dio.

Ah, se la carità si decidesse almeno a considerare l’alba senza sonno!

 

Saliva come sale un ascensore, di quelli antichi con le cinque lire. Saliva, come sale chi non può evitare di farlo. Alla fine c’è il sole.

Quindi si muove ad arco insoddisfatto. Comunicare al vento le nostre insoddisfatte prestazioni.

 

Generi alimentari di riserva: è scoppiata la guerra. Aspettarsi, pertanto, penuria e pestilenza. La prima non manca; della seconda se ne farebbe a meno.

Ricorre, come l’acqua dal cielo e i fiori dalla terra. Quando è stagione esplode. Diversa a seconda delle locations del pianeta. Gli effetti sono identici.

Tu non hai fantasia, morte che vieni.  Al massimo puoi variare le occasioni generative del finire, ma l’esito è lo stesso.

Identica al tuo esito, tu non esisti. Sei soltanto un pensiero.

Certo, certo: te ne scriverò.

 

Qualcuno si è scordato di partire. Perché dovrebbe farlo? (Il punto è: partire o cancellare?)

Alle cancellazioni provvedono le compagnie aeree togliendoci l’impaccio del dovere (pratiche, no?)

Mancanza di carburante o passeggeri? Per ora la ragione è la prima; tra poco l’altra.  L’Ucraina non è a plurima generazione. Nemmeno il Medio Oriente.

I Cinesi no. Loro si generano, autogenerano, rigenerano, ma tra poco saranno coinvolti (siamo bravissimi a coinvolgere, noi!).

Gli Africani generano un po’ meno: troppi virus. Anzi, lo fanno moltissimo, ma troppi virus.

Il virus è un parassita del sapere: lo abita e lo uccide. Gli animali no. Con loro l’accordo è sufficiente; loro non sanno di dover morire.

 

Qui il piano è inclinato: arrampicarsi o scendere.

La prima ipotesi richiede società: ci si arrampica lì. Nella seconda se ne può fare a meno. Come d’altro, del resto, se non fosse che la musica francese mi assottiglia: fa passare ogni voglia. Ti resta solo un senso d’infinito; vorresti condividerlo ma l’infinito viene verso sera e la sera finisce.

Adesso mi racconterò una storia.

 

C’era una volta un gatto assassinato.

Questo gatto, che è stato assassinato, si aggirava dove stanno gli assassini. Privo di scelta, dunque, si aggirava proprio lì dove stanno gli assassini.

Questi, riuniti in schiere, aspettavano di venire assassinati (gli assassini vengono sempre assassinati; è nell’ordine dele cose). Il gatto no: ormai era successo.

Dunque fantasma, e per questo al sicuro, si aggirava in attesa del tempo. Dicono si rinasca, prima o poi. Aspettava.

In tale sospensione e sua mancanza, Roma gli offriva angoli di casa. Il Circo, il Grande Stadio, il Colosseo. Ruderi di teatri gli offrivano ricordi di commedie. Ne ascoltava a bizzeffe, ne recitava a iosa, anche quando saliva per Marforio alla ricerca di vecchi documenti che il Tabellarium un tempo custodiva.

Scendeva, anche, dove i santi morti scoprivano le fonti del morire. Ne sgorgavano, da terra e pavimento, da speranze e tormenti, persecuzioni e dei, vuoti e fantasmi. Tutti avevano morti.

Poi, nel Campo di Marte, beveva acqua priva di acquedotti, attraversava il ponte, arrivava a San Pietro, dove si raccontava fosse nato. Era morto sul monte maledetto, come Crescenzio, ma non era Roma.

Allora riscendeva dalle falde, giù, verso Castello. Quindi per Santo Spirito: andava a riposare all’ospedale. Non cercava una cura.

Cercava chi l’aveva assassinato ma sapeva che era stato il destino.

 

A proposito: sono le tre o le quindici? Sono bravissimo ad ingannare il tempo.


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