Oggi dipingo senza.
Prima pensarci un po’. Aprire la finestra, richiudere, tende a metà, un po’ meno.
Trovare un titolo, anche. Meriggio? Sospensione? Quasi sera? Magari basta Quasi.
L’importante è qualche ombreggiatura: devi apparire come se ci fossi.
Chiudere ancora un po’.
Astrale, surreale, boreale.
Borea era un vento amico; l‘astro rimanda a notte; il surreale rimanda ad un ospizio: raccoglie condizioni inaspettate. D’essere vecchio non t’aspetti mai.
Mai è come dire buonasera: non mi capita più.
Stavo pensando ai fiori nel giardino e agli anni per curarli mentre tu te ne andavi.
Pensavo al blu accennato verso il viola e il verde quando nasce. Poi scurisce e assume un fondo come di corteccia, sotto l’ombra degli alberi.
Ho messo anni a spandere ninfee tra richiami di vento e indistinguibili riflessi delle acque. A volte i tuoi capelli, mentre formi scintille che sembra che possiedano pensieri e rincorse per coglierli. Di sera, quando la luna cresce e le chimere si levano da gusci di conchiglie dove allevano sogni ed i miei passi ripensano un sorriso di cinabro. E la casa che chiude. Infinite le rose alle pareti, tanto che le persiane: non ce n’è più bisogno. E il glicine al cancello, una tintura lieve pochi giorni.
Poi magari ti viene un’alluvione e ti copre le viole. Capita per incuria; un lieve stato di disperazione che fai finta di niente. Sale dal fondo blu colmo d’azzurro e ripetuti rossi come allarme. Giallo il sole, con toni grigio a strascico di nubi. Fino alla sera grande dove stelle si formano per vaghe nostalgie che tu guardavi dalla tua finestra. Io rastrellavo con i miei pennelli oltre l’ultima luce. Poi pensavo i silenzi rinchiusi di domani.
Pausa pranzo. La tela è ancora vuota.
Patatine, carotine, ovette sode. Adesso faccio un piatto di spaghetti. Sughetto? Certamente!
Dove ho messo il formaggio…?
E se li spiaccicassi sulla tela? Macché! L’ha già fatto qualcuno.
Qualcuno. Questo è il punto: chi?
Entità divergenti compiono apparizioni. Strane luminescenze (lucciole?) come singhiozzi atomici d’amore.
Particelle vaganti. Mi compaiono ombra per riapparire sole. Quando il contrario diventa più difficile calcolare il tempo dell’attesa. Tra l’altro, perfettamente inutile.
E trascinato adatto il mio passare.
Questi succhielli fatti con i buchi aprono vuoti inutili.
Ora lavare i piatti.
Più tardi. Togliere polvere.
La poltrona è un luogo accatastato. Probabilmente accumuli.
Cosmico impolverato aspiro nembi. Esagerando piove.
La polvere è un pensiero frastagliato scomposto in particelle di un addio: tutto ciò che ho pensato.
Quindi, procedere su piani non pensati.
Piani inclinati, linee parallele, ma non so dove l’alto e dove il basso. Non ci incontriamo mai.
Senza incontro, la solitudine non ha più conoscenza.
E intanto proponeva l’imbrunire: questo scorcio di mondo.
Mattina raggelante: ancora piove.
Ma tu non voglia bagnare il temporale, intercettare lampi, frastornare.
Tu non voglia addensarti come nubi che nella stanza il lume si rovina e sera dopo sera: mancano stelle.
Cambi di direzione: vento a disagio.
Dunque avanzare come senza senso.
Rientrato in condizioni assai precarie. Sgocciolavo ben bene, ma non sono un rubinetto.
L’altra mattina l’idraulico smoccolava. Rattrappito, soffiava vento sotto il lavandino.
Un uomo ventoso – pensai, ma il lavandino continuava a perdere.
Ora gli faccio un ritratto – pensai. Al vento.
Per cortesia, ti dispiacerebbe lasciarmi andare?
Alzare il cavalletto.
Angolo temporale. Cioè ad angolo corretto con il tempo.
Più a destra o più a sinistra? Forse meno.
Meno vuol dire andare fuori squadra, epoca, svasatura d’universo.
L’universo è svasato? Dipende dalle folgorazioni in cui mi inquadro.
Gemiti ieri. Bisogna aver pazienza.
Se ti ponessi nella mia cornice, potrei darti il mio tempo. E un altro tempo ancora, ma non so se sia adatto al tuo lenire. Il tempo appare come un incidente: nasce, deflagra, muore.
Tuttavia imprescindibile, tu come il tempo rimani nell’idea del permanere. Una memoria lunga, flebile, quando passa.
Ritrarti è trattenerti.
Indaco e porpora: vecchie passioni. Ritengo necessari mare e stelle.
Frugare: non ne ho più nella borsa.
Piero però li preparava bene.
Ricordo una mostra fiorentina: ricostruzione del suo laboratorio. Ne uscii profondamente impressionato.
Anche Klee: mi sconvolse. Sempre a Firenze.
Firenze: un invito perenne. Oggi promette solo confusione.
Mareggiosa e selvaggia la fantasia inoltrava perdizioni. Suadente e morbida, a tratti. Non ti sto a raccontare ii miei peccati.
Però la spuma s’innalzava caustica. Poi ricadeva fredda sulla nuca.
Smosso, leggermente arcuato, potrei ritrarre un brivido, se non avessi un asciugamano sulla testa.
Potrei ritrarti, se innalzassi la sera.
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