Preparare un panino col formaggio.
Burro, salame, un poco d’acquavite. Serve per scoraggiare.
A Parigi il burro ha un altro scopo, ma era un’altra estate.
Calda, priva di scarpe. Ci si stendeva lungo il pavimento e non serviva altro.
Guardarsi, forse. Odori.
Parigi è molto più di una serata: tutte le sere del mondo. Quando faceva sera.
Era come il mio minimo: un po’ meno di niente.
Se avessi tempo ne spenderei una parte a rinfrescare l’orto. A futura memoria.
Non ne ho. Quindi rimane asciutto il temporale e la bottiglia naviga la sabbia senza avere messaggi.
Il tempo è un’impostura quotidiana; promette sempre, non mantiene mai.
Insipido spietato stiepidisce, ridotto all’unica funzione di ricevere pensieri sorpassati.
La giornata procede.
Sera per sera. Quindi rincorrere nel luogo senza luogo del non luogo.
La mia vita è lettura, ma non vengo letto. Una volta qualcuno lo faceva; ora non più. Questo significa che non ho più vita.
Non ne provo alcuna meraviglia. Quando hai fatto il tuo tempo il tempo è fatto. E si capisce che devi ritirarti. Ritirarsi significa silenzio.
Il silenzio è una piega atemporale. Privo di tratti, scarpe, conclusioni, spande di sé soltanto il non parlare.
Predilige luoghi sguarniti, possibilmente ancora non pensati. Non pensa; farlo significa rumore.
Detestando la ciarla, evita appartamenti sovrapposti. Dunque condomini, dove non troverai mai ciclamini.
Boschi allora, dove insegna alle tortore a guarnire atti d’amore.
Vola con le farfalle. Lucciole, la sera.
Quando il fiume si getta nella valle segue le acque adesso mormoranti. Scorre lento. Poco più in alto, vento.
Dove lascia stormire foglie e sera in una vasta immensa nullità.
Solo un ultimo atto: pubblicherò le tue poesie.
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