Prima di sera
Qui sotto il vento non arriva e i pensieri assumono la forma di concrezioni, sarebbe a dire come di passato. Procedere con calma; c’è rischio di ritornare indietro, visto l’andazzo generale della mente e la voglia d’autunno.
L’altra mattina, quando sono sceso, qualcosa mi diceva: sei sicuro? Non lo sono, ma allora mi sembrava di sentire come se fosse facile (certi richiami suonano sirene). Cioè, l’inganno semplifica le cose e l‘incoscienza aiuta.
C’era aria distesa. Il verde degradava verso il mare tra profumi di macchia e fiori viola, di arbusto, legato al giallo sterpo radicato, come caffè di piante d’elicriso. Cisti a distesa bianchi come il nulla rendevano la strada una valanga (se fosse neve). Lo era: tempestata di luce. Quindi l’onda: cominciare a scavare.
Sera
Qualche goccia dall’alto. La sabbia non argina del tutto: frane leggere intorno. Non tali da preoccupare (almeno per ora).
Assaggiare per precauzione: sale. Sì, la posizione è esatta. Difficile orientarsi. D’altra parte si sa: smarrirsi è facile se mancano gli appoggi per la sera.
Dormire sotto il mare.
Non s’intuiva alcuna curvatura d’orizzonte
senza forma di terra, di cui intravedo l’ombra nel deforme.
Prendimi l’altra mano
nel vasto senza fondo del mio senza
che la mia presa è fragile
e la sera cammina e non si volta.
C’era veglia sul viso
mentre aspettavo un sonno involontario
come sempre la notte
ma non voglio ferirti se ti amo.
Certe volte i pensieri assumono una forma indolenzita, difficile da controllare, specialmente quando il mio io viandante cerca riposo senza alcuna partecipazione della volontà. In pratica, sempre conflitti interni.
Dovrò pur decidermi: girarsi sull’altro fianco.
Ore prive di ore ormai da ore
Io dipanavo vecchi cassettoni assiepati nel fondo del cervello. Del tempo nessuna traccia.
Ogni tanto si sente: mugghio d’onda. Dev’esserci tempesta, lassù. Meglio non provare a risalire. Quando conchiglie, a volte.
Sapete, le processioni girano il paese da un punto per tornare nello stesso. Anche la terra è tonda; un pensiero che non conforta affatto. Conferisce sapore di inutilità a tutto quello che fai, a meno di non sfondare da qualche parte e sbucare nello spazio esterno. Da lì, chissà dove si arriva senza ali.
Sono giorni che scavo.
Tempo
Lei sorreggeva ossa: (l’anima. Le ossa dovrei essere io). Certi sogni a volte mi fanno sobbalzare. Mai che succeda il contrario!
Sotto di sotto (sogni): senza tempo. Peggio di dove sto andando io. Comunque (a complicare): pensiero improvviso: sicuro che sia peggio? Be’, almeno i sogni da qualche parte stanno; io davvero non so.
Se zigzagassi? Ininfluente: più perdita di tempo di così! Cioè, proprio quello che voglio: sono stanco di essere braccato.
Da anni, celestiale e confuso, mi segue. Intento: raggiungermi e superare. Per forza: si muove su carro trainato dalle stelle!
Io, per di più: zoppico. Ah, quale forma di anni avrò ormai assunto! (Mica ho portato uno specchio).
Tut tut tut… i pesci non me lo diranno mai: non riconoscono altre forme.
Primi contatti apatici
Generalmente insignificanti, forme di vita transitano. Per lo più: vermetti.
Strane creature anche, dotate di guscio ed arti lenti: non conchiglie. Probabilmente, forme di fantasia, sepolte qui da tempo immemorabile. Comunque, dubito che qualcosa sopravviva a tali profondità (devono essere morte). Io, tuttavia…
Riflessione. Eh sì: l’identità dipende dall’ambiente. Dunque, in tale sospesa distanza (essenzialmente vuoto), vagolo ergo sum. Significa: andante periferico.
Fare ginnastica prima di colazione.
Trasmissione
Dal Palazzo delle Massime Espressioni trasmettiamo la conferenza programmatica di Sua Eccellenza Tal Altro Tale Identico Cazzaro sul tema del consolidamento del banale. Si fa obbligo alla popolazione di partecipare ed esprimere il consenso con l’apposito tasto del telecomando.
No, non ho la televisione; è che è impossibile liberarsi da certi ricordi.
Deviazioni
Tu deviavi spesso dal mio letto, io m’inventavo spasimi diversi e posizioni. Anche costumi insoliti atti a diversificare identità, ma, mettila come vuoi, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Dunque sogni: chissà se esiste un inconscio dell’inconscio.
Più in là
Turgido e stagnante, il tuo capezzolo zampillava attimi di noia sovrastata da languore. Da parte mia riempivo il serbatoio per scongiurare future carestie, visto l’andazzo incerto e il temporale.
Poi sbadigliavi futile; m’affrettavo (non si riesce mai a farsene una come si deve), ma tant’è la vita è varicosa e l’embolia soggiace a strane leggi. Dunque, vatti a fidare!
Incontro
Da direzione opposta:
chi sei?
Sono il te senza te vago sperduto.
E allora io?
L’identico contrario.
(Meglio riunire in un’unica forma. Serve ad immaginare compagnia).
Ultimo scavo
Occorrerà smentire.
Notte soccorre muta come idea (non la vedo da anni). Io sapevo le stelle, le comete, astri cadenti voglie di rottura. Sapevo luoghi senza consacrazione, troppo prossimi al vero per libri sacri estorta confessione. Non ho potuto rinunciare a te, notte fulgente, e alle tue vaste inutili scansioni. Sono colmo di mappe.
Spesso disegno intrecci di destini. Li lascio andare al suono della lira: una voce di vento. Non c’è traccia del mio.
Ti smentisco per questo, vasto immutabile mai sorgente davvero lume cadente verso la rovina. Tu cedi all’insensibile infinito; io vivo di macerie.
Occorrerà lenire.
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