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Faccio solo il mio dovere, signor Thomas

di Alessandra Ponticelli Conti
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Pubblicato il 19/06/2026 14:20:00

Il vento caldo del Mississippi soffia forte, portando con sé l'odore penetrante delle zolle umide. Intorno alla casa si estendono a perdita d'occhio i campi di cotone, una distesa bianca e sterminata interrotta solo dalle sagome scure dei grandi alberi di quercia carichi di muschio.

 

Per Elijah ed Elena, Mayville è una terra difficile, ma l'unica che hanno.

Sono fratelli, rimasti soli a difendere la loro piccola abitazione di legno erosa dal sole e dalle piogge.

 

Elijah fatica nei campi, Elena stira per le famiglie bianche della zona.

Lavora nella stanza più grande della casa, dove l'aria ha l'odore del ferro caldo, un pesante ferro da stiro in ghisa scaldato sui carboni ardenti del braciere.

 

E' una stanza spoglia, con le pareti di assi e un pavimento di legno sconnesso, che si affaccia direttamente sul porticato.

Al centro c'è un solido tavolo di pino, coperto da un lenzuolo bianco pulito, dove Elena sistema gli indumenti.

Accanto alla finestra dalla quale entra la luce dorata del pomeriggio insieme al ronzio incessante delle cicale, tutto è pronto per il lavoro quotidiano.

 

E' in un afoso tardo pomeriggio di giugno, proprio sulla soglia di quella stanza, che Elena incontra  per la prima volta Thomas.

 

Il ragazzo è alto, con occhi chiari e lineamenti gentili. E' il figlio del ricco proprietario terriero locale. 

Nei suo gesti non c'è arroganza, ma solo una timidezza tenera, spesso per lui fonte di forte imbarazzo a causa dei privilegi che la sua pelle bianca gli garantisce.

 

Elena ha grandi occhi scuri, il viso ovale, la pelle liscia color cioccolato e un collo sottile che muove con grazia. 

 

All'inizio sono solo sguardi sulla soglia di quel porticato, all'ombra del tetto che scotta sotto il sole.

 

"Grazie" dice lui un pomeriggio, indugiando nel pagarla.

 

Lei abbassa gli occhi. "Faccio solo il mio dovere, signor Thomas".

 

"Chiamami solo Thomas. Qui non ci sono padroni".

 

Poi, poche parole dette al crepuscolo cambiano tutto e tra i due la simpatia si fa amore.

 

Un legame clandestino fatto di incontri rubati lungo il fiume, nascosti dai fitti canneti e dai salici.

"Se ci scoprono, Thomas, per te saranno guai. E per me... sarà anche peggio", sussurra Elena, una sera, sfiorandogli il viso.

 

"Non lo saprà nessuno", risponde lui, stringendola a sé. "Ce ne andremo da qui".

 

 Ma non esiste promessa che possa fermare la maldicenza. 

 

E la voce di quella relazione si espande a poco a poco come un incedio lento e sotterraneo.

 

Sono gli anni venti del '900.

Nel profondo Sud, l'amore tra una donna nera e un uomo bianco è una condanna a morte assicurata.

 

La resa dei conti arriva in una notte d'agosto immobile e senza luna.

Elijah viene svegliato dal fumo e dal rumore degli zoccoli. Fuori, nel cortile di terra battuta, una croce di legno brucia e illumina l'orto recintato.

Sagome in tuniche e cappucci bianchi circondano la casa.

 

Elijah viene sbattuto a terra, colpito con i fucili, costretto a guardare.

 Poi, trascinano fuori Elena, strappandola al sonno. Ha i capelli sciolti e gli occhi colmi di terrore. 

Non c'è processo. Solo insulti dietro i passamontagna e un cappio sul vecchio noce che svetta vicino al pozzo.

Prima che il cappio le tolga definitivamente il respiro, cerca gli occhi del fratello.

E' l'ultimo addio.

Gli uomini incappucciati svaniscono nel buio. Restano solo il fumo della croce e il pianto senza fine di Elijah.

 

La mattina dopo, il sole illumina Mayville.

Una terra indifferente, spietata, bagnata, oltre che dalle acque del Mississippi, anche da odio e sangue innocente.

 

NOTA STORICA

 

Il racconto è ambientato negli anno venti del Novecento, il periodo di massima espansione del cosiddetto "Secondo Ku Klux Klan". In quel decennio, l'organizzazione razzista arrivò a contare milioni di affiliati, diffondendo il terrore negli Stati del profondo Sud americano attraverso violenze ritorsive, roghi di croci , linciaggi e esecuzioni sommarie.   

Nel Mississippi dell'epoca, regolato dalle leggi segregazioniste, qualsiasi sospetto di relazione interrazziale  o di vicinanza tra una donna nera e un uomo bianco scatenava punizioni extragiudiziali spietate, tollerate o persino agevolate dalle autorità locali, volte a riaffermare con il sangue la supremazia bianca.  

  

 

  


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