Il fumo della macchina da caffè si alza lento tra le luci a soffitto del bar. Fuori la città è coperta da un fitto strato di umidità che minaccia pioggia.
Walter tiene gli occhi fissi sull'uomo seduto al tavolo d'angolo. Cappotto di sartoria, orologio da polso d'oro che brilla a ogni gesto, il sorriso rilassato di chi ha tutto.
Lo segue da tre settimane, ne studia gli orari, i tragitti da manager appagato, la casa in collina con la moglie e i tre figli.
"Ora è il momento giusto", pensa.
Walter ha quarantasette anni, le spalle curve di chi ha cercato per una vita di rendersi invisibile e le mani deformate, ridotte così dai tanti lavori pesanti e di ripiego fatti.
Sotto una giacca troppo larga, il suo corpo si muove goffo, guardingo. Nei suoi grandi occhi scuri brilla solo il riflesso della sua ossessione.
Si alza, si avvicina al tavolo e si siede di fronte a lui senza chiedere il permesso.
L'uomo solleva lo sguardo dallo smartphone, infastidito.
"Prego? Non ha visto? C'è un tavolo libero là in fondo".
Walter lo fissa nei segmenti asimmettrici del proprio viso, segnato da una cicatrice infantile.
"Non mi riconosci, vero Giulio?".
Giulio corruga la fronte, squadrandolo da capo a piedi, un lampo di stizza gli attraversa gli occhi.
"No. Dovrei?".
La mente di Walter scivola indietro di trent'anni, nei corridoi stretti e angusti di un liceo scientifico di provincia. I ragazzi ridono, spingono, sputano insulti sul suo aspetto.
Tutti tranne uno.
"Suvvia, lasciatelo stare, siete solo degli str....", grida Giulio in una mattina d'inverno in cui l'aria che arriva dall'Appennino sa di neve, mettendosi tra Walter e il branco.
Poi si gira, porgendogli un fazzoletto per il sangue sul naso.
"Tutto okei, Walt? Non ascoltarli. Tu vali più di loro".
Giulio gli sorride con dolcezza. Una dolcezza che Walter custodisce, come un'immagine vivida, luminosa, dentro di sé da anni.
"Sono Walter. Walter, Terza B".
Giulio guarda se l'orologio è al suo posto, poi lo smartphone che vibra per una chiamata. Fa una smorfia con le labbra.
"Senta non so di cosa parli. Ho fretta".
"Il branco, gli insulti, tu che mi salvi, ti ricordi Giulio?".
Walter cerca una scintilla, un aggancio, qualcosa che gli ricordi quel ragazzo gentile di trent'anni prima.
Ma nulla.
Giulio si alza di scatto, sistemandosi l'orologio sotto la manica del cappotto. Sul suo viso c'è solo il disgusto per un essere fastidioso, insistente, forse un delinquente.
"Ma chi è lei? E come fa a conoscermi? In non la conosco. Si tolga dai piedi o chiamo la sicurezza".
Walter resta immobile. lascia che Giulio paghi il conto, si volti ed esca dal locale.
Nelle ore successive, chiuso nella sua stanza, Walter rimugina sull'accaduto, camminando avanti e indietro.
Quel che Giulio gli ha fatto non è sopportabile. Addirittura fingere di non riconoscerlo. Anche lui uguale agli altri, anzi peggio.
"Ma quale bontà? La sua non era altro che una schifosa recita. Ma non la passerà liscia".
Con lucida calma, nei giorni seguenti Walter studia i flussi di persone, le telecamere della zona, l'uscita della banca nella quale Giulio lavora come dirigente.
Aspetta il momento in cui la via è più affollata, distratta.
Il venerdì sera l'aria è carica di nebbia.
Giulio esce dal portone della banca, infilandosi i guanti di pelle. Walter sbuca dall'ombra di un pilastro, accelera il passo e lo colpisce alle spalle.
La lama affonda rapida, precisa, profonda.
Giulio crolla sul marciapiede senza avere neanche il tempo di girarsi, senza vedere il volto del suo assassino.
Walter pulisce il coltello, si mescola tra la folla, e svanisce.
L'indomani, i giornali liquidano il caso in poche righe di cronaca nera. L'omicidio viene attribuito dalla stampa ai tanti criminali che riempiono le strade delle città.
Una rapina finita male; l'ennesimo episodio di degrado urbano che solleva polemiche e invoca sicurezza.
Nessuno saprà mai che Giulio ha pagato con la vita quell'unico debito che aveva col mondo, ovvero un banale, stupido, debito di memoria.
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