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Servo di scena

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 04/07/2026 17:46:47

Servo di scena

 

 

 

Prima Scena

 

Vento ululava vitreo. Appeso alla sua sponda, mare ondeggiava in direzioni avverse e brancolanti vuoti per poi rizzarsi in onde desolanti. Quindi crolla, con rinnovato moto, su spiaggia ormai ridotta a confusione.

L’uomo procede ripiegato. Svolta un angolo, tenendosi il cappello. Quindi penetra un portone, sale una rampa di scale, strette e male illuminate, apre una porta. Una targa indica: “ingresso degli artisti”.

Si inerpica per una scala a chiocciola; due svolte, un pianerottolo, un frettoloso buonasera a una donna che spazza. Bussa all’ingresso di quello che si suppone un camerino. Entra.

(Seduta di fronte a uno specchio, la signora chiede): fa molto freddo?

Urticante (mentre si toglie i guanti. Poggia cappello, sciarpa e soprabito su uno sgabello mozzo; alita sulle mani).

Le preparo un tè?

Se vuoi… fanne anche per te.

Grazie.

Da un camerino accanto qualcuno canta; si percepisce appena.

Oddio quella…! (la signora spazientita). Ancora… Dopo valle a dire se può urlare sottovoce. Tanto, per quello che sa fare…

Senz’altro. (Versa il tè. Ne porge una tazza alla signora). Vuole che ripassiamo la parte?

Dopo… (con gesto malinconico). Questa sera non mi sento… non ne ho nessuna voglia.

Ha mandato a memoria quelle ultime battute?

A memoria a memoria… suggerirai tu! Per quello che vale questo schifo di commedia farei meglio a improvvisare.

Non ne dubito, signora.

Te l’ho detto, mi sento strana. Sarà il tempo.

È probabile; infastidisce anche me.

Ecco vedi…

(Bussano).

(Preceduto da un enorme mazzo di rose): mia divina creatura…

Direttore… (porgendo la mano da baciare).

(Quello bacia: mano, braccio, lungo il collo, fino a un orecchio). Inebriante, madame…!

Sempre galante…

Allora, è pronta per l’ennesimo trionfo?

Vedremo… vedremo….

Trecentesima replica, madame… come dicevo: un trionfo! Questa sera il pubblico non avrà occhi che per lei, come sempre del resto.

(Con gesto vago): mi dia la lista degli spasimanti.

(Il direttore toglie da una tasca della giacca un foglio ben ripiegato. La donna legge).

I soliti noiosi… Anche i regali saranno sempre gli stessi… fiorifiorifiorigioielligioielli: mai qualcosa di interessante davvero, un minimo straccio di novità! E, dica un po’, le interviste?

Tutta la stampa, naturalmente. Guardi… Poi mi dia l’ordine di ricevimento.

(La donna legge. Quindi, arricciando il naso, restituisce il foglio): come al solito, per importanza di testata.

Come lei vuole.

(Madame, con fare annoiato): che si dice lì fuori? Qualche novità nel mondo?

(Il direttore, imbarazzato): come… non sa… Signora cara, sono tempi difficili. Il Comitato è preoccupato… Persino Lui, dico… sa, è molto contrariato… Corrono voci insolite, come di sconcerto diffuso. Sembra che l’usuale non regga più… ci sono segni di cedimento, inespressa lagnanza, vasta insoddisfazione e, soprattutto, un vuoto dilagante, come mare sfondato dove si affonda asciutti. Ecco, in pratica… sembra stiamo affondando,

Oh ma davvero… Come mai? Anzi no, la prego, non dica niente… devo concentrarmi. Mi lasci preparare.

Senz’altro. Allora, ci vediamo dopo.

(Esce chinato in due, camminando a ritroso, rosso sotto i baffetti appena accennati e l’occhio indistinto rabbuiato).

Noiosissimo uomo! Su, sbrigati… aiutami a truccarmi.

Il servo si accosta. Prepara il trucco. Comincia a spargerlo sul viso.

(Con gesto infastidito, la donna si ritrae): dico…  fai piano! Cos’avete tutti questa sera! (Poi sbuffando) Vuoi rovinarmi più di quello che già hanno fatto i noiosissimi discorsi di quell’imbecille che è appena uscito!?

Chiedo scusa, signora. Come lei ha detto, sarà il tempo. In strada non gira nessuno; neppure una carrozza. Il lungomare è un corridoio buio, sfoltito. I vicoli: una faccia contorta. È una serata strana, poco adatta a una recita. La sala è ancora vuota.

Verranno… verranno (Sbadigliando).

Bussano di nuovo. Si affaccia un inserviente. Porge una busta. Esce.

E allora, cosa c’è adesso?

Sembra una lettera.

Fai vedere.

(Apre nervosamente. Sbianca): ma… sono impazziti tutti… (Getta il foglio sulla toilette. Si alza di scatto. Esce sbattendo la porta).

Perplesso, il servo prende il foglio; legge; lo poggia di nuovo sulla toilette. Siede in una sedia contro il muro. Poi si alza, si accosta alla toilette, sposta qualche vasetto per il trucco. Quindi si avvicina alla finestra, scosta la tenda, guarda fuori. Si ritira e si muove verso la porta, la apre, sbircia nel corridoio vuoto. Richiude. Torna a sedersi.

Dopo poco, La signora rientra, visibilmente agitata, seguita dal direttore affranto. Si rivolge al servo: aiutami a vestirmi… me ne vado!

Quello si alza. Fa per aiutarla a togliere la vestaglia.

Madame, madame… (il direttore disperato).

Niente! Stia zitto lei (mentre toglie la vestaglia. Si siede alla toilette; passa le mani sul viso. Quindi rivolta al direttore): non lo farò mai, capito? Mai!

Non può rifiutarsi, madame… lo sa bene… La lettera porta la firma dei membri del Comitato… capisce? Il Comitato! Tutti!

Me ne frego del Com…

Zitta per carità!

La donna cerca di calmarsi.  È  visibilmente nervosa. Quindi scoppia a piangere.

(Il servo si accosta; le porge un fazzoletto): posso chiedere cosa…

Oh tu…!  Non fingere di non aver letto… so benissimo che lo hai fatto! E poi, probabilmente sapevi già tutto!

Il servo si gira verso il direttore con aria interrogativa. Quello allarga le braccia.

Cosa dovrei sapere?

Quello che hai letto!

Ho letto solamente un cambio di programma. Questa sera non andrà in scena la commedia prevista, ma un nuovo lavoro, scritto direttamente da…

Zitto, zitto…! (Il direttore, sempre più costernato).

Già, scritto da… (la donna, sibilante). E tu, come ci sei arrivato così in alto? Hai presente chi è quel signore? Il Comitato non muove un dito senza la sua approvazione. E adesso, si intromette qui, scrive una commedia, mi toglie la parte… Ah, Cristo! Non posso crederci!

Avranno le loro ragioni (il direttore mellifluo)… servirà sicuramente a qualche nuovo intento educativo. Noi non possiamo giudicare.

E chi giudica! Io non giudico:; semplicemente mi rifiuto. Sto male, ha capito? Sto male! Potrò stare male… Rinvii tutto!

Impossibile, signora (il direttore, asciutto). Si prepari. (Poi, rivolto al servo): lei venga con me.

Escono.

 

 

 

Seconda Scena

 

Ufficio del direttore. Un solo lume sulla scrivania, mobilia di secondo ordine, tende tirate, mentre fuori vento scompagina scenari invisibili e pioggia sbatte con rumore frantumante sopra i vetri. Lampi a tratti.

(Il direttore, seduto alla scrivania, poggiato all’indietro sulla poltrona): allora, ha capito…?

Credo di si.

Ho i miei dubbi… Comunque la situazione è questa. Si sente in grado?

Non so…  E se rifiutassi?

Lei non ha alcuna possibilità di farlo. È assolutamente fuori questione. Sarà mica impazzito anche lei come quella svampita di là? È stato stabilito in alto; capisce? In alto! Non c’è replica. Studi la parte! (Porge alcuni fogli al servo).

(Questi legge in silenzio. Poi, alzando la testa). È assurdo… tutto questo non ha senso…

(Direttore): non ha senso, non ha senso… non sta a lei dirlo.

(Servo. Legge). “Sono servo, signora, della scena. Soltanto ombra, silenzio, copiatura”.

(Si interrompe). È offensivo.

(Direttore): il tono, il tono… più dimesso.

(Servo. Legge ancora. Poi, guardando il direttore): no, non intendo farlo.

Senta, giovanotto, se ci tiene quando rientra a casa questa sera a rivedere quelle storpiature di marmocchi che ha messo al mondo insieme a quella disgraziata di sua moglie, a metter loro una minestra nel piatto, a svegliarsi domani e cercare di sopravvivere nel peggior modo che crede, studi la parte!

Non ha alcun senso… perché dovrei farlo… Se deve finire, potrei anche scegliere di farla finita qui.

Insomma, insomma… Senta, se lei vuol suicidarsi faccia pure, ma perché vuol trascinare nella rovina anche me? Che male le ho fatto io… E tutti quelli che ruotano intorno a questo teatro, e il pubblico, e quelli lì fuori… Ma si rende conto!?

(Servo. Poggia i fogli sulla scrivania. Cammina su e giù. Poi si ferma; ascolta il rumore intenso della pioggia).

Lì fuori… cosa c’è lì fuori… Almeno mi dia qualche spiegazione… mi faccia capire…

Cosa vuol capire lei! Cosa accidentaccio le interessa! (Poi, con evidente sforzo di calmarsi). Senta, qui le cose precipitano: non è più tutto scontato. C’è malcontento in giro… non se ne è accorto? Anche lei, con questo suo atteggiamento, lo conferma. Serpeggiano dubbi, si sollevano teste, si mormora! I giornali… non li legge i giornali? Critiche! Si scivola nell’indistinto giorno dopo giorno, non c’è più alcuna certezza. Persino il Testo viene messo in discussione, Il Testo… ma si rende conto? La Voce non viene più ascoltata meticolosamente, passivamente, umilmente. Si discute invece di eseguire: la rappresentazione non ha più un finale certo. Una catastrofe le dico, una catastrofe!

Va bene. Ma che c’entro io?

Lo chiede a me? Se qualcuno pensa che lei c’entra, c’entra. Esegua e basta! (Poi, conciliante). Faccia un piccolo sforzo di comprensione. Se l’Ordine cade sarà anarchia. Se lo immagina? Ognuno vorrà parlare, dire la sua… parole a precipizio ovunque… novità dissonanti! Il caos! Senza una pre–scrittura il mondo perde forma. Lì fuori… cosa vuole che ci sia lì fuori…  teste: ci sono teste. Vuote! Il Comitato consegna contenuti, altrimenti: nulla! Non possiamo permetterlo. È la natura stessa delle cose: chi comanda e chi esegue.

E ora il servo dubita, il servo tenta di capire, attorce l’occhio, replica. Questo ormai è incontestabile: pensa! E tuttavia esegue lo stesso. È chiaro adesso?

Un lampo traversò la stanza per intero, ingiallendo i volti dei due uomini.  Un fragore enorme fece tremare i vetri. Poi, solo la pioggia.

(Il direttore. Pallido): c’è tempesta.

(Servo): mi dia quei fogli.

 

Terza Scena

 

Camerino della signora. Luci soffuse, cipria sparsa. Polvere.

(La donna, ancora scossa): apri un po’ la finestra… non riesco a respirare. (Tossisce, si piega in due, tossisce ancora. Il servo esegue).

Vento spazza la stanza vorticando. Scroscia. Pioggia filtrava intensa. Volano fogli, abiti, il trucco di scena, le parrucche. Il servo richiude precipitosamente. Si accosta alla donna.

Ancora agitata, le mani sul viso. Le scansa lentamente, lasciando intravedere un’espressione sfatta. Quindi si rivolge al direttore.

Si rende conto…? Questo sovverte… tutto!

Madame… loro sapranno… ci deve essere un senso…

Lei dice? Personalmente non vedo che un disastro. (Poi, rivolgendosi al servo). Allora, sei pronto?

(Chino su di lei, il servo): aspetti… le aggiusto ancora un po’ i capelli.

Ma cosa vuoi aggiustare! Piuttosto, facciamola finita… Andiamo!

Si alza. Si avvia verso la porta. Esce. Il servo la segue. Anche il direttore. Poi, chiude la porta del camerino. Si avvia con passo incerto costernato.



Dietro il sipario chiuso

 

(La signora, titubante): c’è gente in sala?

Il servo scosta appena il sipario. Guarda. Poi, rivolto alla donna, fa cenno di sì.

Oh povera me… povera me…

(Il direttore): allora… io vado là dietro… (indica le quinte). Mi raccomando…

 

 

Apertura

 

Il servo va al centro della scena, un unico riflettore puntato su di lui. La signora si ritira in un angolo in penombra. La sala resta in silenzio.

L’uomo si guarda intorno. La luce lo acceca; di fronte a sé soltanto buio. Quindi, con voce calma:

 

Sono servo, signora: della scena. Soltanto ombra, silenzio, copiatura.

Io la seguo, le porto il tè, le scaldo la minestra, curo il suo guardaroba, le parrucche, sfrondo le rughe, inciprio, la incoraggio. Spazzo se occorre.

Negli intervalli prendo una licenza, Bisbiglio con le serve in corridoio, i costumisti, il guardiano di notte, fino a quando lei chiama. Accorro.

Io trucco i suoi bisogni d’apparire sotto diverse luci ed i colori che spargo sul suo viso, mentre lei chiude gli occhi e lascia fare, danno risalto e tono all’espressione.

Le gingillo i capelli, glieli arriccio; passo il phone sulla lingua, gliela arroto; spazzolo anche.

Lei grida a volte “cosa hai combinato!” Io taccio la pulisco la ritrucco, finché non vedo l’ombra di un sorriso.

Attento alle sue voglie, la assecondo, leggo i suoi desideri. Faccio da spalla, lucido i copioni, rimbalzo le parole che lei sparge. Suggerisco, se la memoria manca. Scrivo persino a volte correzioni dettate dal suo estro. M’ingobbisco a un tavolino d’angolo candela del camerino e luna alla finestra compatisce sotto una luce gelida di stelle.

A volte, quando occorrenza chiede e la ripetizione stagna, m’infilo nei cunicoli nascosti del teatro, perlustro corridoi, vecchi scaffali. Razzolo polvere e scantinati bui alla ricerca di testi inusuali, antichi manoscritti, pergamene. Roba perduta e gialla come il tempo. Quando li trovo afferro. Li porto su, con fare trafelato e l’emozione stretta contro il petto. Li stiro, li pulisco, glieli dono. Lei legge, con lieve arricciatura del suo naso dove occhialini poggiano leggeri. Sfoglia, sbuffa, annota; poi alza gli occhi verso il sottoscritto, quando qualcosa attira l’interesse: “dove hai trovato questo…?” Ma senza enfasi né dar soddisfazione; un servo va tenuto al posto giusto.

La osservo, quando è ora, dalle quinte, spandere soffi d’arte, gonfiare le parole, traboccarle dentro la sala colma. Dalla mia ombra conto le battute, le pause del respiro, le inflessioni. Il mio applauso è il primo; non lo faccio per lei: servo di scena.

Questa sera è diverso. La commedia prevede incongruenza: io.

Un copione malato l’ha ingannata: dentro la scena il servo. Un’ossessione un rantolo un intruso e gemiti sommessi, estraniazione: il vuoto della fine.

Per lei è diverso, la recita è la sua. Reciti dunque. Può dire quel che vuole: Enrico terzo, Macbeth, i Personaggi, Il berretto a sonagli. Mi va bene. Scelga; s’industri; se preferisce balzi da una tragedia all’altra. Io conosco le parti: sono servo.

Lei tace; questo fatto la spiazza. Il mondo cambia, diventa rovesciato, spegne la parte, puzza di groviglio, sommovimenti d’improvvisazione, sconsiderata, oscena ambiguità. E allora sarò io ad incominciare. Darò prima battuta; dunque ascolti.

Lei che s’illude d’essere Parola, senno, invenzione, sale della vita; lei che smagliante rigurgita commedie, versi, anatemi, poesie, aforismi e prosa di grandissima fattura e roboante splende nel teatro che asciutto ascolta e freme nella notte, per poi dimenticare la mattina e volgersi a discorsi d’altra fonte e tuttavia sboccati come i suoi, lei è solamente qualche frase stinta, priva d’iniziativa, sordomuta.

 

Se qualcuno non scrive lei s’accascia, tace silente, giace. Non è altro che parte e come tale carta di copione, goccia d’inchiostro, stampa.

Lei s’agita, s’aggrappa a drappi vuoti, scalcia, strombazza, pensa d’aver detto mentre è tomba, come la pietra dura che s’aspetta di rinnovarsi per fulgenti fiati mentre è silenzio, ristagno, vita asciutta dietro e oltre le quinte del non dire.

Lei grida ride danza s’aggroviglia o recita parole senza forma gonfie d’aria di niente che altri hanno pensato per ripetere domani l’arte silente del non dire nulla. Materiale d’ascolto il suo non dire; vuoto, come l’ascolto stesso che si riempie solo dell’altrui.

E tuttavia quel riempimento sazia chi non parla; si gonfia senza saper parola. Domani con la penna scriveranno, su sgualciture righe di giornale, delle battute che lei ha pronunciato e critiche estasiate incenseranno la falsità del falso. Lei è menzogna.

Lei è una parola detta; lei non parla. Né pensa altro che il già pensato e scritto. E chi la ascolta di menzogna vive e di un altrui pensato. Lei, Signora, ci aiuta a non pensare.

Dunque, lei è solamente una ripetizione ripetuta di quanto ripetitivamente masticato. Per questo lei è acclamata: tranquillizza.

Mentre notte s’accosta e preda il sonno, lei, signora, che del sonno è volto, come la notte acceca anche la morte. Noi le chiediamo solo di dormire.

La vita è una parvenza da teatro. Questa la realtà: la scena muta.  Dunque che dire… Dal fondo della sua stortura, il servo tace, tranne questa sera. Io mi scanso, m’inchino; striscio se vuole e non mi assumo meriti che non competono ai miei servili intenti. Altri hanno scritto: eseguo.

 

Quindi si ritira nell’ombra. La signora si porta al centro del palcoscenico, intensamente illuminata. Si inchina.

 

Sipario.

 

 

 


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