Questa storia inizia un pomeriggio di gennaio, dentro un negozio di libri usati dove ogni tanto mi reco per acquistare libri antichi. Quel giorno cercavo un dizionario di francese che desideravo da tanto, una edizione che ormai è diventata quasi introvabile: il vecchio Vocabolario Francese-Italiano di Francesco Grimod, stampato dalla Dante Alighieri nel 1930, quello con la solida copertina rigida telata.
Il caso volle che lo trovassi frugando su uno scaffale basso, dove i libri erano accatastati uno sull'altro in un disordine caotico. Non potevo crederci. Fuori, intanto, iniziava a nevicare. I fiocchi che cadevano giù veloci avevano già imbiancato la strada. Pagai, uscii, affrettai il passo e dopo una mezz'ora ero di nuovo a casa.
Sul momento, non lo sfogliai dedicandomi ad altro. Ma il giorno seguente, seduta alla mia scrivania sotto la luce potente della mia "Parentesi", decisi finalmente di aprirlo.
Le pagine erano in buono stato, leggibili. Cominciai a farle scorrere lentamente, finché non mi accorsi che dal fondo di una pagina, incastrato proprio tra i lembi della lettera M, sbucava un pezzo di carta. Si trattava presumibilmente di un ritaglio di una pagina di quaderno a righe.
Sfilai quel foglio, sul quale in bella calligrafia era scritto in corsivo:
"Ricordati del fazzoletto annodato, ci rivediamo a settembre".
Subito mi chiesi chi mai avesse scritto quel biglietto e a chi fosse destinato. Guardai se per caso nel frontespizio non vi fosse il nome del proprietario, ma non trovai niente.
E fu da lì, da quel ritrovamento, che iniziai a fantasticare...
Caro lettore, qui potrai leggere due storie, lascio a te la scelta di decidere quale delle due sia più di tuo gradimento.
La frontiera aperta
Estate del 1944. Lui si chiama David, ha ventun anni e un futuro da ingegnere davanti. Abita con la sua famiglia, padre, madre e due sorelle in via dell'Agnolo a Firenze.
Anche suo padre è ingegnere. Lei si chiama Matilde, fa la traduttrice e vive rintanata in un piccolo appartamento di via dei Macci. Come sempre sulla sua scrivania è poggiato un dizionario.
Ed è proprio lì, tra le pagine di quel dizionario, che David le ha lasciato il suo ultimo messaggio.
Matilde prende da un cassetto del comò un fazzoletto da uomo e lo annoda alla grata della finestra. Cerca di non sbagliare: "fazzoletto annodato a destra, pattuglia fascista passata. Annodato a sinistra, aspettare."
Matilde lo annoda con cura a destra, le sue mani tremano, ma ormai non ci fa più caso.
Dopo qualche minuto un giovane passa sotto la finestra, si muove nel buio, riceve il messaggio e consegna a David, che lo aspetta nascosto a casa dell'insospettabile Dottor Bardeschi, il passaporto che forse lo salverà.
David cammina per tre giorni finché non giunge ai sentieri di sassi della montagna. Continua a salire fino a quando non vede in lontananza la frontiera francese. Non sa cosa troverà, ma non ha alternative.
L'uomo che gli chiede il passaporto è alto, giovane, parla italiano. Ha una attimo di esitazione, ma poi nonostante abbia compreso che quel documento è falso, lo lascia passare.
David ormai è oltre il confine. Guarda davanti a sé: di fronte la Provenza è una distesa di viola che pare prendere il volo sotto il grande vento. C'è una piccola canonica isolata, incastonata nella valle, e un vecchio sacerdote che non fa domande. Gli offre un letto, un pezzo di pane e la garanzia che lo nasconderà.
"Tempo bui figliolo, ma finché ci sarò io qui, sarai al sicuro".
Settembre è alle porte, la guerra continua, ma David grazie a quel prete magrolino, claudicante e di poche parole è ancora vivo.
La frontiera chiusa
Estate del 1944. Lui si chiama David, ha ventun anni e un futuro da ingegnere davanti. Abita con la sua famiglia, padre, madre e due sorelle in via dell'Agnolo a Firenze.
Anche suo padre è ingegnere. Lei si chiama Matilde, fa la traduttrice e vive rintanata in un piccolo appartamento di via dei Macci.
Come sempre sulla sua scrivania è poggiato un dizionario. Ed è proprio lì, tra le pagine di quel dizionario, che David le ha lasciato il suo ultimo messaggio...
David cammina per tre giorni finché non giunge ai sentieri di sassi della montagna. Continua a salire fino a quando non vede in lontananza la frontiera francese. Non sa cosa troverà, ma non ha alternative.
L'uomo che gli chiede il passaporto è alto, giovane, indossa una divisa blu scuro. Appartiene alla Milice. Guarda il documento con occhi freddi, lo gira tra le dita per pochi secondi e poi scuote la testa. Ha capito tutto. Parla italiano, ma non ha esitazioni. Fa un cenno con la mano a due gendarmi armati dietro di lui.
Nessun paese consente il passaggio.
Per David la frontiera si chiude lì, in quel piazzale interno dove non tira un alito di vento.
Viene arrestato e consegnato alle autorità tedesche.
Poche settimane dopo è già su un carro bestiame diretto a nord, verso un campo di concentramento di cui non conosce nemmeno il nome.
A Firenze, in via dei Macci, è già settembre. La guerra continua, ma sulla grata della finestra non c'è più nessun fazzoletto.
Matilde fissa la strada vuota dalla sua stanza, stringendo tra le mani quel vecchio vocabolario, sapendo che non ci sarà nessun ritorno.
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