Da un mese il bell'appartamento al terzo piano di via dei Pilastri a Firenze, nel quale abitava da secoli la famiglia Gherardelli, era intriso dell'odore del latte materno.
Anche quel giorno, come accadeva ormai da quando Maria Beatrice era venuta al mondo, Ida, davanti al suo cavalletto, che aveva fatto recuperare in soffitta dalla fedele governante Rosa, il giorno successivo alla nascita della sua bambina, stava riempiendo una tela di verde e di blu oltremare.
Ida, sebbene un po' appesantita dalla recente gravidanza, aveva conservato il suo aspetto statuario: alta, grandi occhi chiari, ereditati dal padre irlandese, capelli castano chiari raccolti in uno chignon, non era di certo una donna che passava inosservata.
Per Edoardo, capo ufficio alla prefettura, quell'improvvisa, rinata passione per la pittura da parte della moglie, che lui considerava disinteresse nei confronti della bambina era intollerabile; non solo perché contravveniva in modo oltraggioso a quello che una brava madre fascista doveva fare, ovvero occuparsi in maniera assoluta dei figli, ma anche perché rappresentava un vero disonore pubblico.
Per lui tutto doveva procedere secondo rigore, come se la vita fosse un disegno geometrico già tracciato, in anticipo, con riga e compasso.
Le sue giornate erano tutte uguali: casa, ufficio, con i suoi timbri, le sue circolari, ma soprattutto chiesa. Non c'era mattina, infatti, che non si recasse, anche solo per una preghiera, nella chiesa di Sant'Ambrogio, prima di raggiungere la prefettura.
Lo aveva imparato dalla sua povera madre:
"Ricorda Edoardo caro, prima di ogni cosa devi essere un bravo cristiano osservante. Se un uomo è un bravo cristiano, sarà anche un buon capofamiglia".
Ma Ida non sentiva ragioni, e così non si poteva andare avanti. Cosa avrebbero pensato i vicini? I colleghi? Cosa avrebbe pensato il prefetto se avesse scoperto quel che stava combinando sua moglie?
"Basta, urlò un giorno a tavola, tu sei pazza, o cambi, o ti faccio internare":
Ma a Ida le urla di Edoardo non facevano né caldo né freddo.
E nemmeno a Rosa, che l'aveva cresciuta.
Si occupava della bambina, a modo suo, certo, ma cosa c'era di male se amava dipingere? Lo aveva sempre fatto, le aveva insegnato sua nonna durante le tante estati trascorse nella casa di famiglia a Howth, sul mare d'Irlanda. Aveva sospeso solo quando si era fidanzata con Edoardo, peraltro conosciuto proprio a una mostra di pittura di Marinetti, per compiacerlo, ma ora riteneva che dipingere fosse un modo per distrarsi dalla fatica di essere madre.
La prima visita medica, a cui fu sottoposta Ida, avvenne di giovedì. Il Dottor Vegni, un anziano medico condotto, che conosceva la famiglia Gherardelli da decenni, osservò i quadri, poi guardò Ida seduta vicino alla finestra, rifutandosi di certificare il ricovero.
"E' solo stanchezza, è fisiologico, curatela, con tanto riposo, comprensione e affetto", disse a Edoardo sulla porta, prima di andarsene.
Ma Edoardo non si arrese e il giorno successivo andò a cercare un altro medico direttamente nel suo studio. Si trattava di un giovane neurologo che aveva fatto carriera grazie alla sua adesione al partito fascista. Già il suo aspetto ne delineava il carattere: abbigliamento impeccabile, sguardo severo, gilet sotto la giacca, il dottor Banchi, malgrado la giovane età, dirigeva una clinica privata per malattie nervose.
Gli bastò sentire che Ida trascurava la bambina per inseguire i suoi sogni velleitari di pittrice, per firmarne subito l'internamento coatto.
Quando il lunedì seguente gli infermieri varcarono la soglia della porta dell'appartamento di via dei Pilastri, Ida era seduta davanti al suo nuovo quadro: si trattava di una donna che corre verso il mare con in braccio una bambina.
Si voltò e scrutò a fondo Edoardo: lui evitò i suoi occhi, sistemandosi, con un gesto di compiacimento la cravatta, mentre dalla stanza accanto risuonava allegra la voce di Maria Beatrice.
Un infermiere, con fare deciso, tese la mano verso il cavalletto per spostarlo, ma Ida reagì con uno scatto improvviso. Afferrò la tela ancora fresca di colore, stringendola forte al petto e macchiando la camicetta bianca di verde e di blu.
Gli uomini, in un istante, le furono addosso e, dopo averle strappato il quadro dalle mani, la trascinarono a forza giù per le scale.
Quando in strada la caricarono sul sedile posteriore di un'automobile nera, una importante Fiat 1500 Ministeriale, il rumore della grande portiera che sbatté si amplificò sul muro della casà di fronte.
Intorno i vicini seminascosti dagli scuri delle finestre, osservavano la scena soddisfatti.
"Era ora", disse una donna al marito, mentre assistevano a quello spettacolo dal piccolo balcone del palazzo adiacente.
L'uomo alla guida ingranò la marcia, la macchina percorse un breve tratto di strada, finche non svoltò verso la ferrovia.
Oltre i binari, i padiglioni di San Salvi apparivano come una città nella città: recintati da mura alte e immersi in un silenzio surreale interrotto, al loro interno, solo dal rumore felpato dei passi delle suore e da quello angoscioso prodotto dagli zoccoli degli infermieri.
La vettura si fermò davanti al padiglione delle Agitate.
La prima cosa che tolsero a Ida furono le scarpe, poi la camicetta ancora macchiata sul davanti di verde e di blu.
Poi le infilarono un grande camicione bianco. Ida si lasciò spogliare e lavare senza dire una parola.
Cercava di tenere le dita strette come a voler proteggere e trattenere quelle tracce di colore che le erano rimaste sotto le unghie.
I medici della struttura avevano ricevuto una nota chiara sul fascicolo:
"Soggetto bizzarro, affetto da mania pittorica, con totale disinteresse per le funzioni materne e domestiche":
La terapia per la "guarigione" di Ida fu spietata.
Niente fogli, niente matite, niente colori.
Qualsiasi tentativo di esprimersi, era considerato un sintomo della malattia da reprimere.
Le giornate scorrevano tutte uguali. Ida, dopo la somministrazione quotidiana delle terapie farmacologiche, passava il tempo seduta su una panchina in cortile circondata da donne e da uomini, ormai privi di espressione, che guardavano fisso nel vuoto.
Passarono trent'anni: tre decenni di inverni freddi e di estati roventi.
Fuori il mondo stava cambiando, ma non dentro quei padiglioni.
Ida se ne andò in un giorno di giugno, distesa sul suo letto, stroncata dai tanti neurolettici che aveva dovuto inghiottire a forza, dai due elettrochoc subiti, fissando le lunghe scie verdi e blu oltremare che si muovevano libere, incontenibili, sull'alto soffitto spoglio.
Di fianco al suo letto, la voce di Maria Beatrice che sgambettava felice sull'erba del grande giardino della casa di famiglia a Howth, sul mare d'Irlanda.
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