Andrea, Fabio, Luigi e Federico decisero di visitare un antico palazzo seicentesco, ma quel pomeriggio d’estate si trasformò ben presto in un incubo surreale, tra echi inspiegabili e ombre che si insinuavano nel silenzio delle sale nobiliari ormai decadute.
I quattro amici varcarono il portone del vecchio edificio barocco, immerso in un’atmosfera polverosa e spettrale. Andrea, orgoglioso della sua vasta cultura storica, iniziò subito a illustrare con tono saccente le caratteristiche architettoniche del XVII secolo. All’improvviso, un fruscio gelido seguito da un tonfo sordo riecheggiò nella sala da pranzo, nonostante le finestre fossero sbarrate e l’aria completamente immobile.
Convinti che si trattasse di uno scherzo organizzato per prendersi gioco dell’erudizione di Andrea, gli altri minimizzarono l’accaduto. Lui, pur fedele alla propria razionalità, avvertì una presenza invisibile e opprimente avvolgerli, come se l’essenza di qualcuno fosse rimasta tragicamente imprigionata fra quelle mura consumate dal tempo.
Giunti nel salotto principale, Andrea si fermò davanti a una grande specchiera annerita dagli anni. Con la coda dell’occhio scorse il riflesso di una splendida fanciulla in abiti d’epoca, il volto rigato dalle lacrime. Quando si voltò di scatto per chiamare Fabio, Luigi e Federico, l’apparizione era già svanita, lasciando soltanto una lieve patina di condensa sul vetro.
Quella donna era Rebecca, assassinata secoli prima per gelosia dal suo amante, Ubaldo. Il suo spirito si rifiutava di lasciare il palazzo, perché ogni stanza custodiva il dolore e il ricordo di un amore finito nel sangue.
Un boato improvviso interruppe i pensieri di Andrea: un enorme lampadario di cristallo si staccò dal soffitto del salone, frantumandosi a pochi centimetri dai quattro amici. Sconvolto, Andrea gridò di fuggire immediatamente, convinto che l’edificio fosse dominato da una forza oscura.
Gli altri, credendolo intento a inscenare l’ennesima trovata teatrale per spaventarli, scoppiarono a ridere. Fu allora che Rebecca si manifestò nuovamente solo ad Andrea, sussurrandogli di raggiungere la cantina e cercare una piccola porta di legno che conduceva a una collinetta sicura. Ubaldo, lo spirito dell’assassino, non sopportava la presenza di estranei e aveva deciso di eliminare chiunque osasse violare il suo regno d’odio.
Andrea implorò gli amici di seguirlo nel sottosuolo, ma ricevette soltanto sorrisi increduli, finché un vento innaturale mandò in frantumi, nello stesso istante, i vetri di tre finestre. Fabio fissò Andrea e comprese un dettaglio inquietante: nessuno di loro conosceva l’esistenza di quella cantina segreta, poiché era la prima volta che visitavano il palazzo. Capì allora che l’amico non avrebbe mai potuto inventare un particolare tanto preciso e convinse gli altri a seguirlo.
Mentre correvano giù per la scala buia, l’intero edificio sembrò impazzire: i dipinti si staccavano dalle pareti, i mobili antichi si rovesciavano e i fregi di gesso precipitavano dal soffitto come grandine. Raggiunsero la piccola porta indicata da Rebecca e sbucarono appena in tempo sulla collinetta erbosa, mentre il palazzo crollava su se stesso in un’immensa nube di polvere e calcinacci.
Da lontano osservarono ciò che restava della dimora ridursi a un ammasso di macerie. Tra la polvere scorsero ancora la figura luminosa di Rebecca tentare di elevarsi verso il cielo, ma una sagoma maschile in abiti nobiliari emerse dalle rovine e la afferrò con violenza per un braccio.
Ubaldo la trascinò nuovamente tra i detriti, impedendole di liberarsi. Un attimo dopo, entrambi svanirono nel nulla, proprio mentre l’ultimo muro cedeva, restituendo il silenzio a quel luogo maledetto.
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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