Il mio nome è Youssef.
Prima della guerra la mia vita scorreva come quella di qualunque ragazzo di vent'anni a Blida dove l'aria, in inverno, durante le giornate di vento, ha il profumo inconfondibile delle arance amare.
Dalle prime ore del mattino fino al tardo pomeriggio, aiutavo mio padre nei nostri frutteti della Mitidja, con le mani immerse nella terra e la testa piena di sogni come ogni giovane della mia età. La sera mi piaceva camminare lungo i viali alberati della città.
Avevo studiato alla scuola comunale francese: sui libri leggevo della Senna, di Parigi, ma per me il mondo finiva dove iniziava la maestosa montagna dell'Atlante, che si alzava imponente proprio dietro i nostri campi, con il suo profilo scuro e roccioso che d'inverno si copre di neve.
Sognavo solo di mettere da parte un po' di soldi per comprarmi una radio, ascoltare la musica che trasmettevano da Algeri e, forse un giorno, sposare Samia, la figlia più piccola dello spazzino che abitava nel vicolo accanto.
Ma poi, la storia accelerò.
Quando arrivò il bando di arruolamento nell'inverno del 1943, mio padre guardò le mie mani già indurite dal lavoro nei campi e, alzando di poco gli occhi, mi disse che se la Francia era un'idea lontana la necessità di poter avere, invece ogni giorno, un pasto assicurato non lo era affatto.
Promettevano una paga regolare, una divisa e, soprattutto, il rispetto e quei diritti civili che fino ad allora ci erano sempre stati negati.
Così firmai, e diventai un tiratore nel 7° reggimento Tiratori Algerini.
Ci addestrarono in fretta a Cherchell. Poi ci ammassarono nella pancia di enormi navi da carico americane, scatoloni di acciaio ribattezzati per il trasporto truppe.
Lì sotto, stipati su brande di tessuto tese tra tubi di ferro, il tempo sembrò fermarsi.
Di quella stiva, illuminata solo dal riflesso spettrale delle lampadine schermate di blu per il coprifuoco, ricordo soltanto il gran fetore di nafta e vomito che la pervadeva.
E anche l'acqua del mar Mediterraneo che rimbombava contro le pareti dello scafo a ogni colpo d'onda, cancellando, ogni volta, sia l'orizzonte, sia il mio passato.
Quando i portelloni si aprirono, il 16 agosto 1944, i miei piedi, come del resto quelli di tutti i miei compagni di viaggio, affondarono subito nella sabbia fine della costa della Provenza.
I Francesi la chiamavano Operazione Dragoon, ma per noi quella terra non era altro che una terra straniera, stranamente simile alla nostra per il canto delle cicale, ma con case dai tetti di ardesia e vigne completamente diverse.
La marcia verso Marsiglia fu soltanto un susseguirsi continuo di spari e scoppi.
I francesi lungo le strade ci guardavano passare. Alcuni applaudivano, altri fissavano i nostri volti alcuni più scuri, altri meno, con una strana diffidenza.
Eravamo l'esercito della liberazione, leggevamo i loro stessi cartelli e rispondevamo ai loro saluti nella loro stessa lingua, il francese imparato sui banchi di scuola.
Eppure, nei loro sguardi, rimanevamo "gli indigeni".
Il 23 agosto entrammo finalmente nei sobborghi di Marsiglia, i tedeschi si erano asserragliati sulle colline o nei bunker del porto. L'ordine era quello di avanzare verso il cuore della città antica. I selciati delle strade rimandavano un calore assolato e soffocante, identico a quello della costa algerina in estate, ma l'aria lì era solo impregnata di odore di polvere da sparo e di urla.
Nei pressi di rue de la République ci unimmo ai partigiani locali.
Ricordo un ragazzo della mia età; si chiamava Jean e portava una fascia tricolore al braccio. Dopo avermi dato una sigaretta, mi disse:
"Grazie, amico, è giunta l'ora di riappropriarsi della nostra terra."
Dividemmo quella boccata di fumo, dietro una cantonata, mentre i proiettili fischiavano sopra le nostre teste.
Mi mostrò la foto di una ragazza di Marsiglia, io gli parlai di Samia, dei frutteti, del profilo gigante dell'Atlante che dall'alto, quasi con occhi materni, sorvegliava, attento, la mia città.
Capii ogni singola parola; pensai che in fondo non stavamo che versando lo stesso sangue per una causa comune, anche se a casa mia io non ero un cittadino come lui, ma soltanto un suddito.
Eppure nei suoi occhi stanchi, lessi lo stesso identico desiderio che avevo anch'io: anche lui, come me, voleva solo che quell'orrore finisse.
Ci stringemmo la mano prima di scattare in avanti.
Il mio plotone ricevette l'ordine di ripulire un nido di mitragliatrici tedesche che bloccava l'accesso al Vecchio Porto.
Iniziammo a correre allo scoperto. La fanghiglia che ricopriva le strade si mescolava al sangue dei miei compagni che via via cadevano come mosche.
Sentii un colpo sordo al petto, come un pugno sferrato all'imrovviso. Non ci fu dolore, solo un grande freddo che risaliva dalle gambe.
Caddi contro il muro, di una casa a ringhiera, a pochi passi dal porto.
Una donna si affacciò alla finestra, sventolando un lenzuolo bianco e gridando:
"Siamo liberi!".
Jean urlava il mio nome poco lontano da lì, ma la sua voce non era ormai che un ultimo flebile sussurro prima della morte.
Sopra di me il cielo di Marsiglia era dello stesso azzurro intenso che avevo lasciato in Algeria.
Non avrei mai comprato quella radio, non avrei più rivisto Samia, né i frutteti di mio padre, né la neve sulla vetta del mio Atlante.
Pensai che la Francia era finalmente libera, anche se io, in fondo, non l'avevo mai vista davvero.
NOTA STORICA
Il protagonista di questo breve racconto, Youssef, è un personaggio di fantasia, ma la sua tragica vicenda incarna fedelmente quella delle migliaia di soldati nordafricani che persero la vita per liberare l'Europa dal nazifascismo.
Nel secondo dopoguerra, la promessa di uguaglianza e diritti civili svanì rapidamente, portando l'Algeria alla sanguinosa guerra d'indipendenza (1954-1962).
Nel 1959, lo Stato francese scelse di bloccare le pensioni di guerra dei veterani delle ex colonie, pagando loro cifre irrisorie rispetto ai commilitoni nati in Francia. Questa profonda ingiustizia è stata parzialmente sanata solo nei primi anni Duemila, restituendo dignità storiografica al sacrificio dei "Tirailleurs".
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