C’era una volta a Milano, in un appartamento freddo e minimalista di via Melchiorre Gioia, una piccola cerchia di tre vecchi amici: Giorgio, Elena e Marcello. Ognuno aveva attraversato le tempeste più feroci che la vita potesse scagliare contro un essere umano, uscendone non purificato né più compassionevole, ma semplicemente di ghiaccio.
Giorgio aveva sconfitto un linfoma aggressivo a quarant’anni, trascorrendo mesi nei reparti di chemioterapia, dove aveva visto morire molti dei pazienti con cui aveva condiviso quelle interminabili giornate.
Elena, invece, aveva perso Tommaso, il suo unico figlio di otto anni, in un tragico incidente stradale. Per anni aveva vissuto immersa nel buio, con urla soffocate nel cuscino e un dolore che sembrava non concederle tregua.
Infine, Marcello era uscito da un divorzio miliardario e devastante, durante il quale la moglie gli aveva sottratto ogni bene, materiale e affettivo, lasciandolo solo in una stanza d’albergo a cinquant’anni.
Nel corso delle loro disgrazie avevano ricevuto lacrime, preghiere, cene calde portate da vicini premurosi, abbracci di sconosciuti e sostegno economico o psicologico. Ma la guarigione non li aveva resi riconoscenti. Li aveva convinti che il mondo fosse soltanto un teatro di egoismi malcelati.
Avevano imparato che la sofferenza non nobilita necessariamente: spesso svuota. E loro si erano svuotati per primi, trasformando il cinismo in una corazza dorata e impenetrabile.
Ogni tre mesi circa si ritrovavano in un ristorante anonimo fuori città, scambiandosi convenevoli con la stessa noia con cui si guarda un vecchio notiziario.
Nessuno si interessava davvero alla vita degli altri. Quando un cameriere versava loro il vino, lo ignoravano come fosse un oggetto inanimato: faceva soltanto il suo lavoro ed era, in fondo, un estraneo, per quanto ricorrente fosse il loro incontro nello stesso locale.
Se qualcuno per strada chiedeva qualche spicciolo o un aiuto, distoglievano lo sguardo con la precisione di un calcolo matematico.
Accoglievano i rari messaggi d’affetto o i regali dei vecchi parenti con un fastidio sordo, liquidandoli con un “grazie” di circostanza, arido e impersonale, incapaci di restituire anche solo un grammo di calore.
Insomma, erano sopravvissuti al dolore non per diventare migliori, ma bensì padroni assoluti della propria solitudine, fieri di non dovere più nulla a nessuno: né un sorriso, né una lacrima, né un briciolo d’amore.
N.d.A.: Senza generalizzare, purtroppo accade che alcune persone non imparino nulla dalla sofferenza: non cambiano il proprio modo di guardare gli altri, né quello di affrontare la vita.
Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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