Matteo e Sara si erano diplomati insieme, seduti allo stesso banco, ma subito dopo i loro mondi avevano preso direzioni diverse. Matteo aveva scelto Economia, spinto da una famiglia che vedeva nel successo e nei numeri l’unica strada per dimostrare il proprio valore. Sara, invece, aveva seguito la passione per il restauro, scontrandosi con un padre scettico e con il timore costante di non guadagnare abbastanza per conquistare la propria indipendenza.
Ogni volta che si incontravano, la conversazione finiva inevitabilmente per concentrarsi sui loro percorsi così differenti.
Matteo viveva con l’ansia di non essere abbastanza ambizioso secondo i criteri che i genitori gli avevano imposto, mentre Sara si sentiva continuamente sotto esame, convinta che lui considerasse il suo mestiere poco più di un passatempo, anziché una vera professione.
Tra loro erano calati silenzi lunghi e pesanti. Continuavano a cercarsi con messaggi inviati a tarda notte, si davano appuntamento nei soliti bar e parlavano di tutto: del futuro, delle bollette, delle inquietudini più profonde. Eppure, evitavano accuratamente di affrontare la questione fondamentale.
Il loro legame sopravviveva grazie a un’abitudine difficile da spiegare. Continuavano a definirsi fidanzati perché sentivano di dover rispettare una forma prestabilita, quella direzione apparentemente lineare che la società proponeva a tutti: scuola, università, lavoro, convivenza.
Avevano bisogno di sentirsi “uguali” alle altre coppie che vedevano felici sui social o per strada, arrivando perfino a temere che interrompere quella relazione significasse riconoscere un fallimento personale, la conferma di non essere all’altezza delle aspettative.
Quando uno dei due accennava alla possibilità di prendersi una pausa, l’altro reagiva con un’improvvisa manifestazione d’affetto, terrorizzato dal vuoto che sarebbe seguito. Non riuscivano più a distinguere l’amore dal semplice timore di restare soli, alle prese con le proprie fragilità e con le pressioni familiari.
Una sera di pioggia, però, mentre erano seduti in auto, l’ennesima discussione sui loro difetti sfociò in un crescendo di accuse reciproche. Matteo criticò la testardaggine di Sara, incapace, secondo lui, di accettare i compromessi del mondo moderno. Lei, a sua volta, gli rinfacciò la totale dipendenza dal giudizio degli altri e quella freddezza calcolata con cui affrontava ogni cosa.
Si guardarono ancora una volta, aspettandosi l’ennesimo dramma. Invece, nell’abitacolo calò un silenzio diverso.
Matteo sbuffò, poi accennò un sorriso. Sara lo fissò per qualche secondo e scoppiò a ridere. Quella risata, spontanea e leggera, spazzò via in un istante anni di tensione.
Fu allora che compresero la verità: si erano voluti bene quasi per forza, tentando di incastrarsi in un ruolo che non apparteneva davvero a nessuno dei due. Non erano destinati a offrirsi quell’amore romantico che avevano cercato l’uno nell’altra. Erano semplicemente due persone impaurite, diventate inconsapevolmente lo specchio delle rispettive insicurezze.
Si strinsero la mano.
Non servivano più promesse, né definizioni. Da quel momento avrebbero potuto essere semplicemente ciò che erano sempre stati, senza costrizioni né aspettative: due amici sinceri, liberi di volersi bene nel modo più autentico possibile.
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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