Il cancello della residenza per anziani era rimasto socchiuso.
Liborio era sgattaiolato fuori senza fare rumore, con le pantofole di stoffa che gli aveva regalato suo nipote. Non sapeva bene cosa realmente stesse cercando, "ma c'è qualcuno che lo sa?" rifletté tra sé e sé.
"Laggiù" disse a voce alta. "Voglio andare laggiù, sento già odore di erba tagliata" aggiunse.
Camminò sotto il sole, intorno solo il silenzio muto della campagna, finché non vide, oltre una rete di recinzione, un vecchio campetto da calcio, dove però qualcuno doveva avere tagliato l'erba di recente.
"Ecco" disse "il mio istinto non sbaglia mai".
Il campo era vuoto, non restavano che due reti da calcio fatiscenti, ma per Liborio ciò non era importante.
"Non mi resta che scavalcare" sentenziò.
Con uno slancio si arrampicò sulla rete. Una gamba rimase impigliata a un ramo di un querciolo poco distante, ma riuscì a liberarsi e, come se fosse un gatto, saltò cadendo in piedi dall'altra parte.
"Che meraviglia di campo!" esclamò.
Per altri quel campetto non sarebbe stato che una piccola landa desolata, ma per Liborio, no.
Guardò fisso l'aria che cominciava a tremargli davanti sotto il sole d'agosto, mentre il silenzio, adesso meno muto, della campagna veniva interrotto dal trillare improvviso di un fischietto da arbitro.
L'aria si popolò in un attimo. Liborio riconobbe ogni singola maglia, ciascuna col suo numero impresso sulla parte posteriore.
"Forza ragazzi!" disse.
Riconobbe ogni singola faccia amica della sua antica giovinezza. C'era un'intera squadra schierata intorno a lui.
"Liborio, sveglia! Muovi quelle gambe! urlò una voce dal cerchio di centrocampo.
Era Cervello, il regista avanzato, quello che vedeva i corridoi prima degli altri. Liborio tese la coscia destra, ammortizzando un passaggio che arrivava alto. La pantofola controllò il nulla con la grazia di uno scarpino di cuoio appena tornato dal calzolaio. Con un colpo di caviglia fulmineo, aprì il gioco sulla fascia sinistra.
"Tua, Fulmine, forza! gridò.
Fulmine, l'ala che correva più veloce del vento, sfrecciò lungo la linea invisibile del fallo laterale. Liborio non perse tempo; si buttò dentro l'area di rigore, tagliando in diagonale. Il suo corpo da ottantenne rispondeva ai comandi come quello di un dodicenne. Sentiva i muscoli contrarsi, il respiro farsi corto, le piante dei piedi premere forte sull'erba.
L'ala crossò al centro. Liborio finse lo scatto in avanti, rubando il tempo al difensore, poi piantò il tallone sinistro e fece una torsione perfetta del bacino, alzando la gamba destra a mezz'aria per colpire al volo.
Mentre era ancora a mezz'aria, una spallata invisibile lo sbilanciò. Cadde sulle ginocchia, ma prima ancora di toccare terra, il trillo del fischietto lacerò l'aria afosa di agosto.
L'arbitro corse verso l'area indicando il dischetto immaginario con braccio fermo. Liborio sollevò lo sguardo e gli mancò il fiato, più di quanto non avesse fatto lo scatto sulla fascia. Sotto il berretto nero, severo, ma con gli occhi di una dolcezza antica, c'era suo padre.
"E' rigore, Liborio. Tocca a te" sembrò dire quel silenzio.
Liborio si rialzò a fatica, ripulendosi le pantofole come se fossero sporche di fango vero. I compagni si allontanarono dal dischetto, lasciandogli di fronte solo lo spazio infinito del destino.
Sistemò bene la sfera d'aria con le mani. Guardò il portiere, poi guardò suo padre, che fece un piccolo cenno con la testa.
Era il segnale.
Prese la rincorsa, tra passi decisi, ignorando il cuore che ormai batteva fuori tempo nel petto. Il corpo assecondò lo slancio, la gamba destra scattò in avanti, veloce, fluida, potente mossa da un'energia che non apparteneva più a questo mondo.
Calciò il nulla con quanta forza aveva in corpo.
"Goal!" gridò Liborio, con gli occhi spalancati verso il cielo.
Poi cadde a terra, sull'erba arsa dal sole, mentre i compagni correvano ad abbracciarlo per sempre e suo padre fischiava la fine di quell'ultima partita.
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