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Roma-Nazaret-Roma (nuova versione)

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 03/09/2026 14:17:57

 

 

 

 

L’arrivo.

Ad ora imprecisata.

Siamo arrivati qui, io e le mie anime scomposte, che non conosco.

La ragione mi avrebbe sconsigliato ma il sentimento spinge nel baratro in cui vive.

Roma è una città RM come le sue macchine. I finestrini sono divisori: servono a spezzare l’aria.

Mi dicono che sono arrivato in treno, ma non me lo ricordo.

Un treno è un espediente sospensivo; quando scendi si complica.

L’albergo è senza stelle: una notte di nuvole.

Di là qualcuno piange, piange sempre. Ho capito che non è neppure una persona.

Forse un ago che cuce il mio disordine.

 

Roma una volta stava alla Madonna come il mio andare sempre alla stazione.

Ci vado per vedere qualcosa che si muove. I treni si muovono quando partono; quando arrivano si fermano.

Alla stazione sbuffo. Lo faccio al posto dei treni.

Quindi riempio scatole; le consegno a un facchino. Le carica. Portano via il superfluo.

Spesso mi siedo su una panchina; una qualunque, lungo le banchine vuote. Anime siedono con me sotto la luce inerte dei lampioni.

Noi non ci siamo mai mentre esistiamo; siamo partenze che sanno ritornare; siamo assenze che sanno di restare.

Poi, dal tremore al sonnifero bastano pochi passi.

 

Anime.

Le guida la Madonna ma non può mai condurle in Paradiso. Restano sulla terra. La sera.

Nei vicoli, quando s’accende qualche finestrella, ne intravedi qualcuna. Come una malattia, ma non c’è guarigione.

La sera ci sediamo a tavolino e raccontiamo storie mai successe. Se fossero vere sarebbero solo fatti.

Le anime non stanno mai nei fatti. Vivono condizioni alternative; per questo non le vede nessuno.

Lei siede con noi.

 

Parole a una figura in oltre-ombra.

Una notte perenne, Signora, e non riesco più a vederti il volto.
Un tempo immaginavo che la fine sarebbe stata un consegnarsi al nulla. Un caso dentro il caso; un improvviso; una sera, così. Non è andata come mi aspettavo.

L’ingordigia trasuda e non si attende altro che la sera per gettare nel nulla il turbamento che è attimo di vita.

La negazione invade queste strade e tutto è come niente dentro il niente. Anche la morte, che è un niente di esistenza per lo meno l’istante in cui si muore.
Qui si tenta di farla ubriacare in un consumo che non basta mai – lei, che è un consumo ultimo.
Questo pianeta brucia, sfolla, sfugge e un giro intorno al sole è una paura. Virus nell’aria, virus nella bocca. E nella mente un virus più mortale che esclude la pietà. E nemmeno rammarico.
I folli un tempo amavano gli dei e ne erano amati. Essi vedevano quel che non si vede, parlavano quel che non si parla, immaginavano quello che l’immaginazione non è in grado di dire alle parole.
Siamo finiti nello stordimento che rende il mondo simile a un collasso e la mancanza si riempie di stati di non senso. Tu sei mancanza a essere e mi chiedi continuamente una risposta viva: un confine d’esistere.
Che non so dare. Scompariremo insieme con l’addio, ma non dirlo a nessuno.

Nel dissesto. Quattro sedie e una notte.

Il dissesto è un elemento instabile: ruota dentro la terra.

Quando s’insedia la rotazione sposta l’asse della coscienza. Questo succede a tutti gli spostati: la follia non è un caso eventuale. Ha ragioni profonde; ti sprofonda.

Ovviamente le sedie sono sghembe e il tavolino scivola. Questo conferma qualsiasi rotazione della stanza: un dissesto stabile.

.

La Madonna stava sopra i muri.

Stava sui muri, stava sotto i muri, con le grazie, ricevute e sperate. Roma è una grazia sperata, come Nazaret. Come Nazaret spera.

Ci sono speranze e speranze. Vivono insieme a quelle disperate.

Le speranze non muoiono mai. Per questo sperano; per questo sono disperate.

Poi uno diventa vecchio e comincia a pensare certe cose. O certe cose cominciano a pensare te.

A furia di pensarle, ti viene il mal di stomaco. Esempio di pensieri (nello stomaco): magari ho un cancro?

Poi pensi che ti resta ancora un po’ di tempo. Tempo che non vorresti. Quando tu c’eri, non mi sarebbe bastato l’infinito.

E allora cerchi di trovare vie di scampo, sapendo perfettamente che non ne esistono. Scampare a volte sembra negazione, ma negare non è scampo. Per questo cerchi: la casa della Madonna.

 

Nazaret.

Da Roma a Nazaret sono pochi passi: basta cambiare sedia.

Per farlo occorre lo sconcerto.

Lo sconcerto è sorpresa: ti trovi dentro quel che già sapevi senza sapere già.

Dunque ti guardi. Nazaret sta nell’osservazione.

 

Nazaret era sporca. Fermarsi ai margini.

Succede sempre così. Lasciato ciò che andava abbandonato, addentrarsi nei vicoli contorti. Era un luogo o una mente?

Lei lo sapeva, ma non poteva dirlo. Non si può cambiare ciò che siamo, anche se siamo noi che lo facciamo.

L’acqua non si trovava spesso; bisognava prenderla dove capitava. Lei era lì. La seguii fino a casa.

Dentro c’erano sette figli.

Lei mi guardava sconsolatamente. Poggiò l’acqua su un banco. Accese il fuoco. Si mise ad impastare non so cosa.

Poi mi fà: non esiste una grotta.

 

La grotta.

La grotta è un elemento inconsistente: non è fatta di roccia. Neppure mattoni o cartapesta.

A volte rassomiglia a un animale privo di pelle.  Altre volte a un veliero, ma soltanto la stiva.

Buia ma non tetra, refrattaria alla luce. Se penetrasse vi introdurrebbe il tempo.

Trasportato da luce, esso ti lascia un’altra notte al buio. A volte ti sorpassa. Altre ti circonda o rimbalza, a seconda di massa, e varia con l’altezza. Se ti muovi, non puoi sapere se sia giusta l’ora. Varia a seconda del passo.

Il tempo è un luogo chiuso del soggetto. Non cercarmi stasera.

 

La grotta è un sotterraneo di Parigi. Somiglia a un buco dentro l'infinito.

Parigi è un'invenzione senza istante, come un mezzosoprano.

Odora di pane, Parigi. Lo senti per le scale. Parigi sale e scende per le scale. Forse è una scala.

Spesso è un dipinto. Parigi si dipingeva di continuo. Ovviamente è fatta di mani, quelle che la dipingono. Oggi si espone. Ha un prezzo.

A Parigi la sera è un aliante: scende senza rumore. Abbaini, rondini, caffè. Se inverti l’ordine Parigi non cambia.

Cambia chi ci ha abitato: basta sfogliare i viali.

 

Quando mi sveglio è notte. Come ho detto, nella grotta il tempo non cammina.

Quando mi sono svegliato ho preparato il caffè. Poi sono tornato a letto.

Quando mi sono rialzato ho rifatto il caffè. Poi… che lo racconto a fare…

Dunque la grotta è un luogo circolare. Fatta di circolarità: le stesse cose. Quando ti incontrano (le cose), tu non sei mai lo stesso. Dipende dai gironi dell’inferno.

 

Gerusalemme spara. Me lo ha detto una formica disperata.

Capitata per caso, è rimasta qualche sera. Seduti al tavolino, raccontava fantasmi.

Era senz’altro affranta: ci ha perso una sorella.

Dico: l’hai seppellita? E cosa… ci è passato sopra un carro armato!

(Beve il caffè, sorseggia, a volte piange).

Quando racconta mi fa pensare al tempo: da qualche parte muore.

 

Berlino è un elefante imbalsamato. Lì il tempo è vietato.

Dunque Berlino è un passato che non passa. Quando è caduto il muro lo hanno ricostruito nella testa. Si chiama nostalgia.

Oggi ha varcato l’oceano e ha i capelli gialli.

Al fondo la nostalgia è un’illusione di longevità. Serve a evitare un’angoscia che non riesci a sopportare. Quella si chiama esistere.

 

Era un paese vecchio a sud di Roma: lì ci stavano i sogni.

Con una sporta antica di pensieri e ceste di passioni.

Atavica la faccia: Ave Maria.

Le processioni, i canti, i loro suoni: coloro che mi hanno preceduto. Che non ci sono più. Né il loro tempo.

La sera li sollevo dalla terra. Parliamo, quando penso la voce.

Nella grotta rimbomba.

 

La grotta è una pupilla all'incontrario, quando mi guardo dentro.

Non ha fondo. Privi di fondamenta si galleggia. Difficile sedersi a tavolino, a meno di volare.

Quando si vola, a volte è una meteora che scompare.

Poi, se dalla terra ti sollevi un poco e guardi dove prima si volava, ti accorgi che ci nascono e ci muoiono certe cose di sera che ci hanno detto di chiamare stelle.

Nascono; muoiono: stelle.

 

La Madonna che osserva i pellegrini.

Ci siamo ricordati di mentire, ma crederci è impossibile.

La domanda è pressante: come considerare che dall’insufficienza che ci costituisce si manifesti una presenza pura? Che da quell’ammasso sanguinolento e pulsante che neppure Leonardo è riuscito a districare nella sua frequentazione di cadaveri si rintracci un’essenza capace di slanciare significati simili all’assurdo? Sono stato dalla Madonna che osserva i pellegrini.

Nascosta in una nicchia al termine di una scalinata grande, essa veste penombra. Non benedice: osserva.

Colma di dubbio, tiene appoggiato al fianco un figlio: non è nato da sangue. Questo farebbe la differenza, se fosse vero. Non lo è. Significa che il Paradiso è un dubbio e occorre fuoriuscire. Dal mondo, dal tempo, dal suo pressante inganno fatto di cose chiuse dentro fatti che passano nel nulla.

Significa che l’illusione è santa. E la follia, la fuga, l’esiliare. E tuttavia sostiene nel suo aspetto una totale mia terrestrità.

 

Percorso inverso.

Quindi la casa somiglia a un doppio senso: anima e corpo; pensiero e pentimento, infinito e finito, credere e poi smentire. Io senza me: nient’altro.

     L’istante si accavalla e sposta altrove: dove mi mancherà.

Comincia a venir sera.

 

Notti difformi

Sapevo che si sarebbero presentati (tutto quello che ho fatto e che ho mancato di fare) non invitati, al mio tavolo stasera, ma è come se lo fossero da sempre.

Ceniamo insieme, come vecchi nemici sconosciuti che hanno l’occasione di guardarsi pur avendolo fatto un’infinità di volte.

L’inutilità frequente delle cene – mi sembrava di pensare – ricordando le occasioni sprecate o, forse, lo spreco delle occasioni. Una di più, ma avevo facoltà di cancellare.

Non intendevo – voglio dire avere l’intenzione di farlo - mentre sarebbe stato facile non farlo, nel senso di una totale negazione.

Si poteva ad esempio sostenere, da qualsiasi parte, che non c’era senso che noi fossimo lì (sarebbe stato identico non esserci) e se proprio avessimo voluto trovarne uno, sarebbe stato più semplice cancellare tutto e presentarsi come fosse la prima volta. Magari non avremmo neppure cenato insieme.

Ci si poteva infatti limitare a uno sguardo, forse un accenno, un saluto distratto, chiedendosi poi “chi era quello”, o quelli, a seconda delle circostanze, o non chiedersi nulla.

Tuttavia ci trovavamo lì, seduti allo stesso tavolo, moltissimi, come il conto degli anni.

Qualcuno aveva i capelli grigi, qualcuno li aveva scuri, qualcuno non li aveva affatto, mentre vagiva fastidiosamente da lontano. I miei erano bianchi. Qualcuno aveva una pistola in tasca, o l’ipotesi di una pistola.

La casa poteva essere una qualsiasi, o diversa. Un locale, anche, indeterminato. Sapevamo perfettamente quello che avremmo ordinato. Riconoscersi, però, era difficile. Forse bisognava procedere a qualche eliminazione, ma sarebbe servito?

Da tempo non si vedevano idee e la conversazione era laconica. Facevo la spola tra la cucina e il tavolo, prendevo le ordinazioni, le servivo. Sedevo a mangiare anch’io. Il fatto è che ognuno faceva quello che faceva l’altro e questo non ci aiutava affatto.

Non era neppure facile stabilire se quella finestra doveva essere aperta o chiusa. Quel tagliacarte doveva stare nel cassetto o nella custodia di pelle appoggiata sulla scrivania? Poteva essere comunque: bastava controllare il tempo e le cose sarebbero andate al loro posto, a seconda del posto e dell’angolazione temporale adatta ad un allora che non c’è.

Neppure si sapeva la stagione, ma questo, visto i tempi che corrono, non aveva importanza. Quanto alla data, bastava scriverne un’altra sopra una qualunque intestazione, cosa che tutti si affrettavano a fare.

C’era chi tecnologizzava, chi costruiva barlumi da raccogliere in una lanterna di passaggio, chi produceva suoni per far sì che si inventasse il pianoforte, mentre qualcuno tentava di dipingere le facce che pensava di ricordare ma non ricordava affatto.

Restavano lacune. Per avere una certa coerenza del discorso ciascuno doveva ricorrere all’altro, ma nessuno aveva voglia di farlo. Dunque, interruzioni: dei pensieri, dei ricordi, delle figure, dei pesciolini rossi al Luna Park.

Non era facile stabilire neppure quando andavano dette certe cose, finendo col non risolvere nulla. Forse quella era la parola giusta, ma non veniva pronunciata, affermandola implicitamente. Afferrarla no.

Sapevamo che qualcuno di noi era malato - era inevitabile che lo fosse - ma nessuno poteva prendere la malattia. Era lì, senza nemmeno che ci fosse.

E venne l’inquietudine, la nostra. Un desiderio di fine che non sapevamo di avere.

Lei però non poteva suicidarsi perché era morta ormai da tempo e chi ha perduto l’esistenza non può morire ancora. Ci trovammo avvolti nel disordine.

Un disordine che non avevamo mai pensato perché non eravamo in grado di pensarlo. Non eravamo stati capaci di pensare il nostro disordine, il disordine di un tempo che non è tale e che non eravamo stati in grado di pensare.  

Capimmo allora che nell’ambiguità che ci veniva proposta se avessimo guardato fuori dalla finestra non avremmo più visto la città e neppure il paese. Né Roma né Nazareth perché il suicidio era già avvenuto ma forse era stato un assassinio.

Che tuttavia non si era compiuto fino in fondo perché se le forme erano sparite quel vuoto conservava residui, relitti e nostalgie.

Per questo non eravamo in grado di distinguerci, perché chi si trova in un presente che non è tempo ma sopravvivenza non può pensare se stesso altro che in una forma indistinguibile.

Dunque nella parzialità di un reale che è stato come è stato e oggi è mancanza.

E tuttavia era proprio quella mancanza di distinzione che ci distingueva, almeno in apparenza: alla fine ci si somiglia tutti; è il tempo che divarica.

 

Notizie da lontano.

Certe volte arrivano. Lontanissime. Se temporale, soltanto un brontolio.

La notte sono buie: non puoi che intravedere (sillabe).

Quando volano, planano come uccelli.

Nella città è diverso: il brusio si trasforma in un convesso angolo di ritorno.

Per non tenere conto del rimbalzo tra muri a secco e buchi.

Vecchi intonaci? Forse residui.

Certe volte soltanto postazioni: bagagli in attesa di viaggi.

Tempo di migrazioni: gli anni vanno.

 

.

 

 

 


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