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Signor Rossi, lei stasera è solo stanco

di Alessandra Ponticelli Conti
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Pubblicato il 19/09/2026 14:52:33

Poggiato sopra un mobile dozzinale della sala d'aspetto della questura, un termoventilatore cigolava. 

Era un suono fastidioso, sottile. Enea, irritato, cominciò a torturasi l'orecchio con la mano destra, come se quel gesto potesse cacciare l'insetto che gli sembrava di avere intrappolato nel punto più profondo del condotto uditivo.

 

Enea si sedette, tenendo l'altra mano ben allargata sul ginocchio sinistro.

 

Alcune macchie scure, dovute all'età, che aveva sul dorso della mano, in prossimità dell'attaccatura del polso, parevano disposte secondo un ordine preciso, corispondendo in tutto e per tutto a quella che era stata, e continuava a essere, la sua esistenza. Mania ossessiva per la pulizia, ordine maniacale, puntualità avevano caratterizzato e scandito ogni minuto della sua vita, fin dall'adolescenza.

 

Aveva aspettato quarant'anni, ma ora si era finalmente deciso a liberarsi di quel peso insopportabile.

 

"Prego, si accomodi", disse una voce pigramente.

Sull'unica finestra che vi era nella stanza, la pioggia sottile di novembre picchiettava forte sui vetri. Dalla parte opposta della scrivania, il vice commissario Lenzi non aveva ancora alzato gli occhi dal monitor del computer. Enea, dopo averla trascinata un po' indietro, si sistemò bene sulla sedia, abbottonandosi con cura la giacca di lino beige.

 

Il vice commissario lasciò scivolare il mouse verso destra, poi si passò una mano sulla nuca quasi completamente calva.

"Il suo nome?" chiese.

"Enea Rossi." 

"Mi dica. Il motivo della sua visita?" aggiunse Lenzi, con voce distaccata e formale.

"Ho ucciso mio padre", rispose Enea.

 

Si stupì di come quella quattro parole gli fossero uscite dalla bocca così ferme, senza tradire la minima emozione.

Era una frase che aveva pronunciato mille volte davanti allo specchio della sua camera da letto, ma lì, di fronte a quel poliziotto che aveva un volto non solo diverso dal proprio, ma anche del tutto differente da come lo aveva sempre immaginato, quella frase aveva assunto un suono ancora più devastante.

 

Lenzi non si mosse, iniziando a tamburellare in modo ritmico il pugno sul piano del tavolo. Poi sollevò lo sguardo. I suoi occhi erano opachi, cerchiati dalla fatica dei turni di notte. Squadrò a lungo quell'uomo anziano in abito estivo fuori stagione, le mani pulitissime e quel tremito impercettibile al lobo dell'orecchio.

 

Un lampo di sconcerto attraversò lo sguardo del vice commissario, increspandogli la fronte per un istante. Mentre il pugno fermava il suo battito sulla scrivania, nella stanza calò un silenzio pesante, interrotto solo da rumore affannoso della pioggia contro i vetri.

 

Lenzi restò immobile a fissare la faccia di quell'uomo, come se stesse metabolizzando il peso assurdo di quella frase detta con tanta naturalezza.

Con un movimento lento, quasi meccanico, i suoi occhi scivolarono di colpo sul vestito estivo inamidato, del quale poteva sentire anche a distanza l'odore tipico degli indumenti rimasti a lungo chiusi dentro un vecchio armadio.

 

Calcolò l'età dell'uomo: doveva avere circa ottant'anni. Un vecchio solo, pensò, uno di quelli che passano le giornate a guardare gli operai lavorare nei cantieri e nel cuore della notte chiamano il 112 perché credono di avvertire strani rumori provenire dal tetto.

 

La pioggia di novembre che continuava a battere sui vetri rendeva quella giacca di lino ancora più assurda, facendo sembrare l'uomo che aveva davanti qualcuno che fosse appena arrivato da  un altro mondo.

"Nome della vittima? chiese spicciativo il vice commissario.

"Egidio. Egidio Rossi. Il fatto è successo alle ore 20,30 del dodici ottobre del Millenovecentoottantasei. In via dell'Argine, al civico 14".

 

Enea parlava con una precisione quasi chirurgica.

"L'ho soffocato con un cuscino mentre dormiva sul divano. Il medico che intervenne non approfondì. Scrisse arresto cardiaco".

 

Lenzi smise definitivamente di tamburellare.

Appoggiò la schiena alla sedia, che scricchiolò.  Guardò l'orologio da polso, poi di nuovo quell'uomo.

"Ottantasei. Signor Rossi, lei ha presente in che anno siamo oggi?"

"Lo so."

"Signor Rossi", disse il vice commissario, mentre il tono distaccato di prima si era intanto trasformato nella condiscendenza che si usa con i bambini o con chi è fuori di testa. "lei è mai stato in cura da qualcuno? prende medicine per la memoria? O per l'ansia?."

 

Enea non si mosse.

"Sono sano. Le ripeto, ho ucciso mio padre. L'ho ucciso con un cuscino blu. Ricordo perfino la trama del tessuto...".

 

Il vice commissario scosse leggermente la testa, in un movimento quasi impercettibile di pietà e fastidio insieme.

Per lui, in Polizia da quindici anni, il quadro era chiarissimo: delirio senile tardivo, fissazione morbosa nata dalla solitudine e presumibilmente rimorso per non essere stato presente quando il vecchio era morto davvero, quarant'anni prima, per un infarto avuto sul divano.

 

La questura era piena di denunce del genere, mitomani imbottiti di talk-show di cronaca nera che confessavano delitti mai commessi, vecchie signore ossessionate da immaginarie microspie messe dai vicini.

 

"Ascolti, disse Lenzi piegandosi in avanti e parlando a voce bassa, come per non agitarlo.

"L'omicidio è un reato gravissimo. Se quello che dice fosse vero, io dovrei trattenerla qui, chiamare un magistrato, aprire un'indagine su una salma che ormai non sarà che polvere.

Ma noi due sappiamo bene che non andrà così.

Lei stasera è solo stanco. Ha confuso un brutto sogno con la realtà."

 

"Non era un sogno", rispose Enea, mentre la sua voce manteneva una fermezza assoluta, quasi artificiale.

"La precisione non appartiene ai sogni."

 

"Ma la solitudine, sì. E a volte gioca brutti scherzi", ribatté Lenzi, stringendo le labbra.

 

Allungò una mano verso un grosso faldone che aveva sul tavolo, come a dire che il tempo era scaduto.

"Vada a casa, Rossi". C'è una farmacia aperta all'angolo. Si faccia dare qualcosa per dormire. Se la ritrovo qui domani, sarò costretto a chiamare un'ambulanza per un controllo medico. E... non credo che lei voglia passare l'intera giornata di domani in osservazione al reparto di psichiatria. Ci siamo capiti?"

 

Enea guardò le mani del vice commissario, poi fissò il piano della scrivania.

Il silenzio tornò a riempire la stanza, rotto solo dal ticchettio della pioggia che batteva sui vetri e dal cigolio del termoventilatore che arrivava dalla sala d'aspetto.

 

La sua confessione, custodita per quarant'anni con ordine maniacale nella sua mente, non era stata ritenuta credibile. Non perché non lo fosse, ma solo per pregiudizio.

Era troppo vecchio per essere creduto. 

E per il mondo lui non era altro che un povero pazzo in cerca di visibilità.

 

"Sì," disse Enea.

 

Si alzò lentamente, controllò che l'ultimo bottone della giacca fosse infilato bene nell'asola e si avviò verso l'uscita. 

Dietro di lui, il vice commissario riprese a muovere il mouse, cancellando la sua fastidiosa presenza, con un clic.

 

Fuori la pioggia di novembre, inzuppò la giacca di lino in un istante.

Enea si fermò sul marciapiede, sotto l'insegna luminosa della questura.

Sollevò il dorso della mano sinistra all'altezza degli occhi.

Sotto l'acqua che scendeva fitta, le macchie scure dell'età sembrarono sciogliersi, diluirsi, diventare solo gocce di pioggia che scivolavano via sulla pelle, come scivola via la vita. 

    

 

 

  

 

 

 

  


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