Elisa amava i libri antichi.
Non soltanto per le storie che custodivano, ma per il profumo della carta ingiallita, per le copertine consumate dal tempo e per quelle pagine che sembravano aver assorbito, una dopo l’altra, le mani di chi le aveva sfogliate prima di lei.
Ogni sabato pomeriggio, quando gli impegni della settimana glielo permettevano, percorreva le strade del centro di Firenze e raggiungeva una piccola libreria di via de’ Neri, stretta tra una bottega di antiquariato e un vecchio negozio di stampe.
La libreria apparteneva al signor Giulio, un anziano dalla voce pacata e dagli occhiali sempre appoggiati sulla punta del naso. Conosceva ogni volume del suo negozio e, soprattutto, aveva imparato a riconoscere i libri che avrebbero potuto piacere a Elisa.
“Questo è arrivato ieri”, le diceva talvolta, porgendole un vecchio romanzo rilegato in pelle.
Lei lo prendeva con delicatezza, quasi temesse di disturbare il sonno di quelle pagine.
Quel pomeriggio di novembre pioveva.
Una pioggia insistente tamburellava sui vetri della libreria, mentre Elisa era seduta in fondo al negozio, intenta a sfogliare una vecchia raccolta di poesie.
La porta si spalancò improvvisamente.
Un ragazzo alto entrò di fretta, cercando riparo dall’acquazzone. Aveva i capelli bagnati e una giacca scura sulla quale brillavano ancora le gocce d’acqua.
“Mi scusi”, disse rivolgendosi al signor Giulio. “Posso aspettare qualche minuto qui dentro?”
“Se promette di non allagarmi la libreria, può restare quanto vuole.”
Il ragazzo sorrise.
Fece appena in tempo a chiudere la porta che urtò una pila di riviste d’arte. Le riviste scivolarono a terra con un rumore secco.
Elisa si alzò per aiutarlo.
“Credo che questa sia colpa mia”, disse il ragazzo.
“Non mi sembra che sia stata lei a mettere le riviste proprio dietro la porta.”
“Ha ragione. Allora darò la colpa al proprietario.”
Elisa rise.
Fu in quel momento che i loro sguardi si incontrarono.
Per qualche istante nessuno dei due disse nulla. Fuori continuava a piovere, ma Elisa ebbe la strana sensazione che il rumore dell’acqua si fosse improvvisamente allontanato.
Il ragazzo si chiamava Marco.
Quel giorno rimase nella libreria molto più a lungo di quanto avesse programmato. Quando la pioggia finalmente diminuì, lui ed Elisa erano ancora seduti sulle due vecchie poltrone di velluto rosso accanto alla finestra.
Parlarono di libri, di Firenze, di viaggi e di luoghi che avrebbero voluto conoscere.
Scoprirono di avere la stessa passione per le poesie di Eugenio Montale e una curiosa debolezza per il tè al gelsomino.
Quando Marco si alzò per andare via, prese dal portafoglio un piccolo segnalibro di carta grezza.
“Non è un granché”, disse, porgendoglielo.
“Perché me lo dai?”
“Perché un libro senza segnalibro rischia di perdere il punto.”
Elisa sorrise.
“E se invece il libro fosse già arrivato alla fine?”
“Allora bisogna trovarne un altro.”
Marco uscì nella strada ormai umida.
Elisa rimase a guardarlo dalla vetrina finché non scomparve tra la gente.
Il sabato successivo tornò.
E anche quello dopo.
Poi ancora.
Per quasi un anno, quella piccola libreria divenne il loro rifugio. Si cercavano tra gli scaffali, si scambiavano libri, discutevano di poesie e inventavano viaggi che forse non avrebbero mai fatto.
Il loro amore non arrivò all’improvviso.
Crebbe lentamente, senza rumore, come quei fiori che in primavera aprono i petali un poco alla volta.
Poi, un giorno, arrivò la notizia che avrebbe cambiato tutto.
Marco aveva ricevuto un’offerta di lavoro a Londra. Si trattava di un importante progetto di restauro che sarebbe durato tre anni.
“È un’occasione che non posso rifiutare”, disse.
Elisa cercò di sorridere.
“Lo so.”
“Ho paura di perderti.”
“Non mi perderai.”
Il giorno della partenza si incontrarono alla stazione di Santa Maria Novella. Il cielo era grigio e il rumore dei treni sembrava confondersi con quello dei loro pensieri.
Marco le strinse le mani.
“Non è un addio. È soltanto una pausa tra un capitolo e l’altro.”
Elisa annuì.
“E il libro?”
“Il libro resta aperto.”
All’inizio mantennero la promessa.
Arrivarono lettere scritte a mano, fotografie, messaggi notturni e telefonate che sembravano non finire mai. Marco raccontava delle strade di Londra, del lavoro e dei vecchi edifici che stava riportando alla luce. Elisa gli parlava dei suoi studenti, dei libri che leggeva e della libreria di via de’ Neri.
Ma la distanza, lentamente, cominciò a fare il suo lavoro.
Gli orari diversi rendevano difficili le telefonate. La stanchezza di Marco aumentava. Elisa imparava a vivere senza aspettare ogni sera il suono del telefono.
Le lettere divennero più rare.
Le telefonate più brevi.
Poi arrivarono i silenzi.
Nessuno dei due seppe indicare il momento esatto in cui qualcosa si era spezzato. Non ci fu una discussione, né una colpa precisa. Semplicemente, un giorno smisero di scriversi.
E nessuno trovò il coraggio di essere il primo a ricominciare.
Elisa chiuse quella parte della sua vita come si chiude un libro che fa troppo male.
Non lo gettò via.
Lo ripose soltanto in fondo a uno scaffale.
Passarono cinque anni.
Elisa aveva cambiato lavoro e ora insegnava lettere in un liceo. Aveva costruito una vita tranquilla, piena di ragazzi, libri e giornate spesso troppo brevi.
Non era più tornata nella libreria di via de’ Neri.
Ogni tanto, però, quando incontrava una poesia di Montale o sentiva il profumo del tè al gelsomino, pensava a Marco.
Il ricordo non faceva più male come un tempo.
Somigliava piuttosto a una vecchia ferita che, con il cambiare del tempo, tornava a farsi sentire.
Era un pomeriggio di fine settembre quando Firenze fu avvolta da una pioggia sottile.
Elisa camminava senza una meta precisa.
A un certo punto si fermò.
Davanti a lei c’era la vecchia libreria.
Non seppe spiegarsi perché fosse arrivata proprio lì.
Forse alcune strade conoscono la memoria meglio delle persone.
Spinse la porta.
Il campanello suonò.
La porta scricchiolò esattamente come cinque anni prima.
Il signor Giulio era ancora dietro il bancone, più curvo e con qualche capello bianco in più.
“Signorina Elisa”, disse, riconoscendola. “Pensavo non sarebbe più tornata.”
Lei sorrise.
“Nemmeno io lo pensavo.”
Poi lo vide.
Dietro il bancone, intento a sistemare una pila di vecchi cataloghi, c’era un uomo con una sciarpa blu.
Marco.
Si voltò lentamente.
Aveva qualche segno in più sul viso e i capelli leggermente brizzolati alle tempie. Ma gli occhi erano gli stessi.
Per un minuto intero nessuno parlò.
Non era un silenzio freddo.
Era pieno di tutto ciò che era accaduto e di tutto ciò che non era accaduto.
Marco infilò una mano nella tasca della giacca.
Ne tirò fuori un piccolo pezzo di carta spiegazzato.
Elisa lo riconobbe immediatamente.
Il segnalibro.
Quello di carta grezza che lui le aveva regalato tanti anni prima.
“L’ho conservato in ogni libro che ho aperto a Londra”, disse Marco. “Non sono mai riuscito a buttarlo via.”
Elisa lo guardò senza riuscire a parlare.
“Avrei dovuto tornare prima”, continuò lui. “Molto prima. Ma ogni volta trovavo una ragione per rimandare.”
“E adesso?”
Marco abbassò lo sguardo sul segnalibro.
“Adesso non voglio più rimandare.”
Elisa sentì le lacrime scenderle sulle guance.
Per anni aveva pensato che certe storie, una volta interrotte, non potessero più essere riprese.
Forse si era sbagliata.
Forse alcune storie non finiscono davvero.
Aspettano soltanto che qualcuno abbia il coraggio di riaprire il libro.
Elisa fece un passo verso Marco.
Poi un altro.
Infine lo abbracciò.
Fuori, la pioggia continuava a cadere sulle strade di Firenze.
Dentro la libreria, invece, il tempo sembrava essersi finalmente fermato.
Il signor Giulio li osservò da dietro il bancone e sorrise.
“Direi”, disse piano, “che quel libro non era ancora arrivato alla fine.”
Marco guardò Elisa.
Lei gli strinse la mano.
“No”, rispose. “Era soltanto rimasto senza segnalibro.”
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
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