Su uno scoglio di roccia lavica lambito da un mare cobalto, dove il vento portava sempre il sapore del sale e del rosmarino selvatico, sorgeva un piccolo borgo di pescatori. In cima alla scogliera più alta, isolata dal resto delle modeste case in pietra, svettava una villa magnifica, circondata da agrumeti e protetta da alte mura. Lì viveva Susanna, una giovane isolana che tutti guardavano con una miscela di rispetto, invidia e, infine, profonda stanchezza.
Era materialmente assai più fortunata di chiunque altro. Mentre i figli dei pescatori crescevano con le mani precocemente indurite dalle reti e dal freddo, e molti orfani faticavano a rimediare un pasto caldo, lei non aveva mai conosciuto la privazione. La sua fortuna, tuttavia, era anche la sua gabbia.
Era figlia di un uomo facoltoso e autoritario che, per eccesso di affetto, l’aveva viziata. Per lui rappresentava una creatura di porcellana da preservare dal fango del mondo. L’aveva cresciuta in una bolla d’oro, esaudendo ogni capriccio prima ancora che diventasse un desiderio, lodando ogni gesto e proteggendola dalle asprezze della realtà. Così aveva compiuto un danno irreparabile: non le aveva trasmesso il valore del discernimento, privandola della capacità di comprendere dove finisse il proprio compiacimento e dove iniziasse il bisogno autentico degli altri. Soprattutto, non le aveva insegnato l’importanza di non fare promesse a vuoto.
Mossa da un desiderio superficiale di sentirsi buona e amata, trascorreva le giornate scendendo tra le vie del paese. Con gli abiti impeccabili e il passo leggero di chi non aveva mai portato pesi, si avvicinava a chi soffriva. A ogni vedova, a ogni orfano, a ogni anziano rimasto solo, stringeva le mani e, con un sorriso radioso, diceva con apparente sicurezza: “Io ci sono”.
Nella sua mente quelle tre parole erano un talismano. Credeva che bastassero a rassicurare chi le ascoltava. Dietro quel “io ci sono”, però, non arrivava mai nulla. Se un orfano le confessava di avere fame, prometteva di mandare dei viveri l’indomani, salvo dimenticarsene pochi minuti dopo, distratta da un nuovo dono del padre o da una passeggiata nel giardino della villa. Se una madre le confidava l’angoscia per un figlio malato, rispondeva: “Non temere, io ci sono”, ma non tornava mai a informarsi, né offriva quell’aiuto concreto che le sue immense ricchezze avrebbero potuto garantire senza alcuna difficoltà.
Col passare del tempo non imparò a riconoscere chi avesse davvero bisogno di sostegno. Non distingueva il silenzio dignitoso di chi stava morendo di stenti dalle lamentele di chi cercava soltanto un po’ di attenzione. La sofferenza altrui era diventata un palcoscenico sul quale interpretare il ruolo della salvatrice compassionevole. La sua presenza era volatile come la schiuma del mare: arrivava, abbagliava con parole di speranza e svaniva senza lasciare traccia.
Gli abitanti, inizialmente ingannati da quell’apparente benevolenza, compresero presto la vera natura del suo comportamento. Capirono che il suo “ci sono” non era un’ancora a cui aggrapparsi, ma un guscio vuoto, il riflesso di un’educazione paterna che l’aveva resa incapace di assumersi una responsabilità verso il prossimo. Le sue promesse erano fatte di vento.
Il tempo, implacabile, regalò alla comunità una dolorosa epifania. Gli orfani e i diseredati, pur piegati dalla fame e dalla sfortuna, possedevano qualcosa che a Susanna mancava del tutto: una fiera e autentica dignità. Cominciarono a guardarla non più con speranza, ma con una compassione venata di rifiuto. Capirono che accettare le sue parole significava umiliarsi due volte: prima per la propria miseria, poi per il tradimento puntuale di una promessa mai mantenuta.
Così, per preservare quella dignità, chiunque avesse bisogno del suo aiuto preferiva continuare a vivere di stenti. I pescatori smisero di chiederle favori, le madri non le mostrarono più i figli scalzi e gli orfani evitavano il suo sguardo quando la incrociavano nei vicoli. Sceglievano il digiuno, il freddo e la fatica piuttosto che elemosinare una compassione di facciata. Nelle sue parole e nei suoi gesti non sentivano il calore di una presenza autentica: trovavano soltanto il gelo di una giovane viziata che giocava a fare la santa senza spendere un grammo di vero sentimento.
La villa sulla scogliera rimase così sempre più isolata. Per qualche tempo Susanna continuò a scendere al paese, offrendo il suo consueto e vacuo “io ci sono”, ma riceveva soltanto silenzi cortesi, passi che si allontanavano e porte che si chiudevano senza rumore.
Gli isolani non la odiavano; semplicemente, la cancellarono dal proprio orizzonte mentale. La dimenticarono senza rimpianto, lasciandola sola nella sua prigione dorata, prigioniera di un padre che l’aveva amata troppo e male, e di se stessa, incapace di comprendere che la vera presenza non si pronuncia a parole, ma si dimostra restando nel fango accanto a chi soffre.
N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.
“Molti tentano di arroccare gli altri nelle parole, nei propositi, ma solo i fatti vincono la prova del tempo”. (cit. Fabio Privitera)
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