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Il segreto del marmo vuoto

di Arcangelo Galante
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Pubblicato il 29/09/2026 06:42:20

Il marmo di Carrara possiede una temperatura tutta sua. Non è il freddo del ghiaccio, ma un gelo profondo, calcareo, che sembra trattenere il respiro dei millenni.

Luisa lo sapeva bene.

Trascorreva le giornate nell’ala di scultura antica del museo archeologico, con le dita perennemente sporche di grafite e gli occhi consumati a seguire i profili delle divinità olimpiche. Aveva ventidue anni, studiava Storia dell’Arte Antica ed era affetta da una nostalgia acuta per un’epoca mai vissuta, o forse per una perfezione che sentiva di non possedere.

Ogni volta che si fermava davanti a una statua, il rituale si ripeteva. Contemplava il volto marmoreo di un’Atena senza sguardo, la curva impeccabile del bacino di un’Afrodite acefala, la tensione geometrica dei polpacci di un Apollo saettante. E, puntualmente, desiderava sparire. Avrebbe voluto che la sua pelle imperfetta, segnata dalle occhiaie delle notti insonni e dal rossore dell’ansia, si trasformasse in quella pietra immacolata.

Sognava di diventare una divinità. Bramava la grazia assoluta di chi non deve giustificare la propria esistenza, l’immobilità superba di un’icona ignara del dubbio, della solitudine e del rifiuto. Per lei il marmo rappresentava il rifugio definitivo: essere una dea significava essere immortale, intoccabile, al riparo dal caos del dolore quotidiano. Le statue non piangevano per un amore non corrisposto, non fallivano gli esami, non tremavano davanti al futuro. Esistevano e bastavano a se stesse.

Una sera di fine autunno il museo era quasi deserto. Le luci soffuse allungavano le ombre sul pavimento di graniglia.

Luisa si era attardata davanti alla sua scultura preferita: una magnifica Artemide colta nell’istante in cui estraeva una freccia dalla faretra. I lineamenti della dea erano simmetrici in modo quasi spietato, le labbra appena dischiuse conservavano un’espressione di eterna superiorità.

Si avvicinò oltre la linea di sicurezza.

Il silenzio era così denso che riusciva a sentire il battito del proprio cuore. Allungò la mano e, violando ogni regola del museo, sfiorò il polso di pietra della dea.

“Vorrei essere te”, sussurrò, chiudendo gli occhi. “Niente dubbi. Niente paure. Solo pura, eterna bellezza.”

Quando li riaprì, il mondo era cambiato.

Il pavimento era scomparso, sostituito da un piedistallo di pietra scura. Intorno non c’erano più le sale familiari, ma una galleria monumentale dai soffitti altissimi, illuminata da torce fumose. Davanti a lei si accalcava una folla in abiti d’epoca: nobili, accademici e artisti la osservavano a bocca aperta.

Tentò di respirare, ma i polmoni non si espansero. Cercò di muovere le dita della mano destra, ma erano saldate alla faretra di marmo. Il panico cercò di farsi strada dentro di lei, eppure non c’era un petto capace di sussultare.

Il suo cuore era diventato un nucleo di roccia silenziosa.

Era Artemide.

Era la statua.

All’inizio quella condizione le sembrò un paradiso.

Ascoltava i commenti ammirati dei visitatori, i poeti comporre versi sulla purezza delle sue forme, i sovrani lodare lo scultore per aver catturato l’essenza del divino. Era il trionfo della forma, l’orgoglio del re che aveva commissionato l’opera per manifestare la propria vicinanza agli dèi e la gloria dell’artista, celebrato in tutta la città per la sua straordinaria abilità.

Ma il tempo, per la pietra, scorre in modo diverso.

Passarono i decenni.

Poi i secoli.

I governi cambiarono, le guerre fecero tremare le mura del palazzo, la galleria cadde in rovina e venne restaurata.

Lei rimase immobile.

Fu allora che iniziò a comprendere la sua condanna.

Attraverso gli occhi di marmo, privi di pupille, osservava l’umanità scorrere come un fiume in piena. Vide coppie baciarsi all’ombra del suo piedistallo, condividendo una passione che non avrebbe più potuto provare. Vide madri piangere i propri figli e comprese che perfino quel dolore insopportabile possedeva qualcosa che a lei era stato negato: la vita. Vide artisti disperarsi nel tentativo di raggiungere la perfezione, ignari che proprio quella perfezione fosse una prigione.

Un giorno una giovane studentessa, incredibilmente simile a lei com’era stata un tempo, si sedette sui gradini del piedistallo e scoppiò a piangere in silenzio, sopraffatta da una delusione che sembrava invalicabile.

Dal suo confino di roccia, Luisa fu attraversata da un’ondata di compassione.

Avrebbe voluto chinarsi, posarle una mano sulla spalla, dirle che tutto sarebbe passato, che il dolore appartiene al cammino di ogni essere umano.

Avrebbe voluto perfino piangere con lei.

Ma non poteva fare nulla.

Nessuna lacrima avrebbe rigato quel volto perfetto.

Nessun pensiero avrebbe trovato voce attraverso quelle labbra di pietra.

Fu proprio in quell’istante di lucida disperazione che comprese la verità.

Quella scultura non possedeva un’anima.

Non era nata per celebrare una divinità né per consolare gli uomini. Era soltanto uno strumento di propaganda, un simulacro creato per esaltare il potere dei regnanti e la maestria degli artisti. La pietra non custodiva alcun segreto divino: era un vuoto assoluto mascherato dalla simmetria.

La perfezione del marmo pretendeva in cambio il sacrificio dell’anima.

“Voglio tornare indietro”, pensò Luisa con tutta la forza che ormai non possedeva. “Rivoglio i miei dubbi. Rivoglio la mia rabbia, la mia tristezza, i miei sorrisi sbilenchi. Preferisco essere imperfetta, ma viva.”

Un brivido improvviso attraversò la pietra.

Una crepa invisibile sembrò percorrere il polso della dea.

Luisa sussultò.

Il petto si riempì d’aria con un respiro profondo e doloroso che le bruciò la gola. Aprì gli occhi e barcollò all’indietro, rischiando di inciampare nel cordone di sicurezza del museo.

Le luci erano ancora soffuse.

Il pavimento di graniglia era di nuovo sotto i suoi piedi.

Le mani erano calde, vive, tremanti.

Davanti a lei Artemide svettava immobile, fredda e indifferente sotto i fari della sala. Il suo sguardo vuoto continuava a fissare il nulla, incapace di vedere la ragazza che le stava davanti.

Luisa abbassò gli occhi sulle proprie mani.

Vide le linee del palmo, i piccoli graffi, le tracce di grafite. Sentì il cuore battere con furia nel petto, un tamburo disordinato che celebrava la vita.

Sorrise.

Una lacrima vera, calda e salata, le rigò la guancia, lasciando una scia lucida sulla pelle.

Non avrebbe mai più desiderato essere una dea.

Uscì dal museo a passi rapidi e accolse il vento freddo della sera sul viso, felice come non mai di essere semplicemente, magnificamente, una persona.

 

 

 

 

N.d.A.: Nomi e fatti sono frutto di fantasia, ogni riferimento è puramente casuale.

 


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