Mentre le ore dentro l’infinito verso: questa casa distante.
Guarda le stelle, Livia; esse sanno di noi? Un ammasso di sassi e grandi fuochi, lungo distanze senza immaginare. E la luce, che rimbalza nel vuoto, attratta da fermagli di materia che non sa trattenere. Nel fondo del nulla più lontano. Ti è piaciuto il coniglio?
Tu sei un poeta, Flavio. Come fai?
Metto nel mondo quello che non c’è. Attenta agli ossicini: vanno di traverso.
Ne allontana uno, con una smorfia lieve della bocca. Quindi, stende tra i miei cuscini i suoi capelli.
Se ne andava frattanto l’universo nel cambio di scenario, quando il tramonto cede all’insormontabile diverso della sera. Io mi chiedevo dove, nella ricerca di un’alternativa e tuttavia la luna s’insediava all’orlo di colline. Distratta, transita notte.
Sei tu una cosa, Livia?
Mi guarda sconcertata.
Lascia andare: certe volte mi sperdo.
Quindi per rimediare: miele?
Sorride.
E declinava il volto della casa in un’ombra severa dove tutto potrebbe risalire da pozzi senza luce. Ma nel giardino musiche leggere. Da arpa circondante: una fontana.
Primi canti di sera: gli usignoli. Conoscono spartiti d’altre terre; vengono da lontano.
Verrai in chiesa domani? Il Vescovo ci parlerà di un’altra vita.
Ah Livia, sono troppo occupato con la mia.
Non puoi chiuderti sempre.
Hai ragione, ma non è colpa mia: è il mondo che si stringe. Tra i tanti venuti a Roma, voi siete l’invasione più riuscita.
Che vuoi dire?
Dove c’è l’infinito il mondo chiude.
Rimpiangi Roma?
Questa volta è proprio il caso di dirlo: infinitamente!
La faremo diversa.
Oh numi, non oso pensare quanto!
Sorride, mentre mordicchia qualche chicco d’uva.
Adesso mi ubriaco!
Si acciglia.
Ne avrà diritto un povero mortale.
Se lo fai me ne vado.
Affretteresti solo la mia fine.
Dunque?
Rimango sobrio, ma forse non ti converrà.
Oh, vaga minaccia…
Come fa il cielo. Sembra che cambi l’aria.
Quindi, guardando altrove: che ne dici di quell’Inverno nascosto? Come dove? Laggiù, verso il portico. O quell’Apollo delfico nell’ombra? Insondabili profezie… Dovrebbe piacerti: adorate le mortificazioni. E quel puer sdraiato nel giardino? Non sembra un angioletto? In realtà, un figlio della vita a ricordare la caducità. E l’infanzia. Il mondo è un luogo vecchio che ritorna: passa per nuove infanzie quando muore. Voi siete l’ultima infantile incarnazione, con tutte le illusioni del caso.
E tu un vecchio deluso. Che vai cercando Flavio?
Magari un serpentello nel meriggio. Uno di quelli verdi, piccolini. Striscia in silenzio senza fare male a nessuno. Se lo segui, trova sempre una strada in mezzo ai rovi. Eh sì, le rose pungono. Ti piacciono i fiori di campo? Senza coltivazione, spontanei, liberi di essere come sono, pallidi e improvvisati. Scelgono luce povera; la succhiano. Poi ne fanno profumo. No, non li colgo… Mi limito a guardarli nel tramonto, quando si chiudono a trattenere il sole. Hanno piccoli corpi: basta poco. Poi la rugiada: si accontentano. Non c’è bisogno di chiedere a maestri.
Ah, lo sapevo che finivi lì!
Me ne vado di corsa! Guarda, ti porto un bosco. Quando ci entro mi rifaccio il viso. Divento verde d’olivastro scuro, leggero come un faggio, rosso se d’acero e l’autunno ingiallisco. Dormo d’inverno tra creature e attese, fino alla primavera. Le mie acque si fermano nel gelo e le ninfe, meno azzurre del solito, vestono forme d’ombra e un po’ di neve. Prendono bagni d’improvvisazione, tanto per non perdere l’abitudine. In pratica, fanno quello che possono, io con loro. Sì, generalmente canti, come soffio di voci. Voi pensate sia vento: avete perso l’immaginazione. Posso bere un bicchiere… magari mezzo?
Ride divertita.
Da bambino giocavo con mio padre. Proprio lì, dietro quel senex di pietra, immobile come l’inverno che rappresenta. Era greco mio padre; veniva da culture depredate, un po’ come l’Olimpo. Quando di festa, si vestiva da Zeus, ma i fulmini non facevano paura. Nella campagna grande intorno casa, Roma poco distante. Era un mondo sognante. Ogni angolo un dio: per le stagioni, le messi, le speranze. Ed in casa i più cari. Ogni crocicchio aveva la sua pietra, come a rassicurare. La notte si lasciavano lanterne al bordo delle strade, per spaventare gli attimi maligni; il resto lo facevano le lucciole. Era bello guardarle dalla finestra, piccoli fuochi intorno alla mia casa, occhi di notte, favole danzanti, sfaccettature di multiformi dee fatte di luce, belle come la sera. Una volta mio padre spense il lume, aprì la mano e le lasciò volare tutte intorno al mio letto. Era la notte del sole che risorge, alla fine d’inverno. Te l’ho detto, tutto ritorna, almeno nel ricordo. Voi non ne avete più, avete rotto il ponte con il mondo. Mi chiedo cosa potrete immaginare al di là del pensiero della morte. Un’ossessione, una vera ossessione! E la vita soltanto un breve scorcio per scampare una minaccia di annientamento eterno. Alla fine non vi lascia troppa scelta: se hai paura, è una strada obbligata.
Hai dei bei ricordi.
Quando ricordo.
Perché? Era bello il tuo mondo di bambino.
Si, ma i Goti non la pensavano allo stesso modo.
Tace. Quindi: cos’è successo?
Qualunque cosa sia stata, succederà di nuovo. Non illuderti Livia; succederà ancora. Nel circolo caotico dell’essere, tutto è ripetizione. Dite s’è fatto uomo: ha imparato le usanze. Io preferivo qualcosa di lontano, sfumato, sfuso tra molti suoni, presagi, accenni. Un volo, una luce notturna, un moto non atteso della luna. Magari un’espressione poteva dire quello che non c’era. O un battito di ciglia. Preferivo distanza: dava spazio. Il mondo è una scrittura d’improvviso, oggi troppo scontata.
Quanta amarezza! Vieni con noi, Flavio: siamo amore.
Già, peccato che intanto ci ammazzano da tutte le parti! Senza l’ordine di Roma circolano strane ideuzze massacranti.
Impareranno.
Eh no, non potete girarvela sempre come vi pare! Se il tuo dio ci ha fatti a sua immagine, allora la strage gli appartiene. Accetta la contraddizione: è la faccia del mondo. Lui vi insegna a negarlo: è questo che non sopporto!
Il mondo, Flavio: solo un passaggio per l’eternità.
Noi siamo tempo, Livia. Fuori di qui, nessuno.
Non posso credere che tu non senta la Sua voce. Lui si rivolge a tutti.
Tu mi parli di voci. Io ne sento moltissime. Troppe ne salgono da un fondo che non vedo. E afferrano, stridono, forzano, mi prendono la mano. Perché credi che scriva? Non sono io a farlo: troppi altri di me! Il problema è che non so rispondere. Ecco, guarda: questo l’ho scritto ieri sera.
Ho ricevuto lettere.
Ho ricevuto sogni, quando il giorno scompare con la luce e notte vaga in un silenzio errante nell’astrattezza liquida del vago.
Un sospiro cui replicare è inutile: diverso incorreggibile distante. Discorreva di tempo derubato, di desuetudine, dimenticanza, addio.
Elusivo ma intenso, si presentava con lieve sofferenza per far sentire quello che provava.
Non aveva parole: sospensioni.
Un sussurro, un’inquietudine, un sollievo a volte, quando il bisbiglio si faceva voce.
Dava respiro a ciò che resta in fondo, all’escluso, all’inatteso, alla mia debolezza non gradita. Ispirava nostalgia o qualcosa che vi somigliava. Forse ignota, forse d’ignoto.
Una strana speranza, senza pensare di poter sperare. Si presentava come una proposta; un azzardo, un’assenza costante di una presenza invivibile vissuta che ignoro ma conosco e diluita aspiro nel vano dei suoi giorni senza ore.
Non so di te ma so del mio restare margine al tuo luogo sfinito, irremovibile come l’assurdo dove si indovina la nudità del ramo, briciole del tuo resistere alla mia incomprensione e l’asfissia, la forma mai conclusa, un rimestare fluido appannato che mi riguarda e cedo volentieri alla sorte. Non so alludere nello stesso modo, ma devo una risposta. Lo farò come posso, rivolgendo parole che leggerò per te, dato che tu non sai. E nel fraseggio di un insolito invio, mi scuso per la mia incapacità.
Alza gli occhi dal foglio: Lui ti parla.
Non ce l’ho col tuo dio: con chi lo ha costruito. Costantino, i Padri della Chiesa, l’inquisizione, le condanne infinite: hanno cambiato il mondo in un castigo.
Molti errori negli anni.
Si, ma io non ci sto; mi cerco un altro angolo di volo.
E se ne andava, come fa da sempre, ogni forma di stelle. Era serrato il manto delle nubi. Serrato, come nubi.
Guardando in alto. Qualcuno dice che diventeremo un paese piovoso.
Davvero?
Me lo dirai per lettera; domani parto.
Dove vai?
Grecia.
Perché?
Cerco di ritrovare un impossibile.
Quale impossibile?
Un pensiero diverso.
Mi guarda intorpidita: non ti vedrò più?
Sarà una notte lunga.
(Tratto da "Metafisiche a terra")
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