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L’acquario

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 29/10/2026 12:14:16

Sgusciavano pertanto: rade forme.

Luminescenti le creature intorno: certe profondità chiedono luce.

Nell’acqua si propaga a stento. Per questo guizzano barlumi.

Gorgoglii talvolta. Ma per udirli occorrerebbe stare dove si trova il suono. Dunque aria.

Non aria. Perché nell’aria si scompone la forma del possibile assemblato. Precipitanti allora (le creature): verso il vuoto. D’aria: anche gli uccelli muoiono.

E gli insetti, i microclimi, gli organismi, la scatola delle scarpe nell’armadio, i fazzoletti chiusi nel cassetto, la biancheria, i fagioli. Ma certo, perché lo dovrei dire? Anche i ricordi.

Dunque dimenticato chiedo: e se il pianeta non fosse che l’acquario di qualcosa di più vasto? Una casa di stelle, forse. O forse un occhio enorme. Due dita, sufficienti a schioccare.

Se (forma dubitativa indispensabile nell’incertezza che ci rende vani); se, dicevo, non fossimo nient’altro che osservati? Oggetti, dunque; certo, d’osservazione! Chi (allora) bisognerebbe chiedersi; e perché.

Ma non ci hanno insegnato che qualcuno guarda le nostre azioni per giudizio. Alla fine di qua o di là, a seconda del luogo (o non luogo) destinato.

Se andiamo alla Sistina mi vedete: solo una pelle vuota.

Ma non succede ai pesci. Chi abita un acquario sta tranquillo. SI nuota, si sguscia, ci si immerge. A volte si riemerge, anche se a volte appare più difficile, soprattutto nei casi di depressione grave.

Sgusciavano, pertanto: rade forme. E percezioni lievi.


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