Pubblicato il 28/02/2017 08:57:07
La tradizione in Italia: Il Carnevale 2
(Testo di Giorgio Mancinelli con la collaborazione di Landa Ketoff, desunto da Folkoncerto: Maschere rituali, un programma radiofonico di RAI Radio3 del 1980/81, prodotto da Pierluigi Tabasso).
Noi ventagli e voi amanti / tra di noi ci somigliamo. / Or mutati, or scordati, / or dimessi, or cercati, / capovolti, raggirati,/ or di moda ed or nol siamo,/ come piace alle belle a cui serviamo. Il tuo bene, il tuo bel foco / fa allamore in altro loco. / E tu intanto che farai, / per passar questo momento? / Fatti vento. De le belle il capo a nuoto / va in turbin di capricci. / Io movendomi do moto / a quel turbin di capricci: / e cos con lopra mia / impedisco che corrotti / non divengano pazzia. (Scherzi per ventagli elab. da G.Parini N. Gargano)
A Venezia nei giorni del Carnevale.
In questo mese di Febbraio la Serenissima diventa il palcoscenico di sfilate in maschera e rievocazioni storiche con almeno cinquanta eventi sparsi per le calli e i campielli, in cui vivere assume il pi alto significato ludico che mai sia stato raggiunto e dal quale hanno preso spunto tutti i carnevali sparsi per il mondo. Perch vivere non vuol dire soltanto affidarsi al ritmo biologico dellesistenza, ma trovare le ragioni per continuare a farlo. Malgrado le tante avversit che si incontrano sul proprio cammino, la cosa pi naturale da farsi, vuoi per neutralizzare le forze negative che si agitano nel mondo, vuoi per rigenerare la dose necessaria di saggezza che necessita, pertanto lapprendimento di una sola arte: quella di vivere. I filosofi antichi ne erano convinti, sia che puntassero, come gli epicurei sul piacere di vivere, o che raccomandassero laccettazione del mondo, come gli stoici. Le religioni in genere, e il cristianesimo in particolare, contengono molti elementi consolatori che hanno consentito per millenni a fedeli e non di affrontare con speranza le sfide del male e della morte. Molte volte dallantichit ad oggi, come abbiamo appurato nella prima parte di questo articolo, la religione ha cercato in vari modi di contrastare gli aspetti ludici del Carnevale che la vedevano coinvolta in prima persona, con esiti pi o meno coercitivi, tuttavia senza riuscire ad estirparne del tutto lessenza e pur nella coscienza di s nellazione e nello scambio comunitario. A Venezia nel Settecento, sia pure in contrasto con il tempo del sacro, si scontrano e si ritrovano allo stesso tempo, in quello che tutti chiamiamo il Tempo di Carnevale, nuove forme ludiche a sostegno dei sentimenti regressi in cui la gente cerca di esternare la propria gioia di vivere. Pertanto vivere Venezia o semplicemente gioire del suo raffinato entourage di maschere e vezzi, significava riappropriarsi dei propri sentimenti, per quanto la breve durata del Carnevale lo consentiva. Sar il Volo dellAngelo o come meglio conosciuto della colombina, con la spettacolare discesa della fanciulla prescelta per loccasione che, assicurata a una fune dallalto del campanile di San Marco verso il Palazzo Ducale allo scoccare di mezzogiorno, a decretare ufficialmente linizio del cos detto Carnevale di Venezia; allorch il Rio di Cannareggio si trasforma in palcoscenico per eventi acquatici e performance di artisti di strada, cortei e remiere di voga, spettacoli di saltimbanchi e di teatro con spirito godereccio e goliardico ... Ed ecco che al suono di un tamburino annunciata la rappresentazione nel campiello pi vicino, dove una compagnia di commedianti ha montato un paclco rimediato: la scena disegnata con il carboncino perch la tela dipinta devessersi rovinata durante i continui trasferimenti. E gi sode il brusio delle voci e dei rumori tra risa e lazzi degli spettatori accorsi numerosi
- Entra Arlecchino in sella a un asino di legno che, con la maschera sotto il braccio, legge da un canovaccio quale scena dovr rappresentare tra un momento: Arlecchino cerca lasino sul quale salito. Immaginiamoci per un momento dessere in uno dei molti campielli che saprono allimprovviso come per magia fra ponti e calli, finestre aperte e balconi di antichi palazzi, canali dacqua dove le gondole sforano le brume e i mille riflessi della laguna, dove larrivo di un torototela (cantastorie) richiama lattenzione degli abitanti a uscire di casa e unirsi alla sfilata tra suoni e canti, ciprie e ventagli, maschere e costumi rinnovando lusanza di abbellirsi per la festa ... X riv el torototela. Son tri giorni che camino / par venirla a ritrovar / o parona me fafaso avanti / par venirla a domandar / son el povaro torototela / son el povaro torotot / che domanda la carit. Se la varda ne la credenza / che calcossa la trovar / se polenta o pur farina / la me daga presto qua / che calcossa me dar. Son el povaro torototela / la sachetina go prepar / e la ringrassio tanto / che naltrano so ancora qua. Son el povaro torototela / che gni ano arriv per el Carnev / son el povaro torototela / son el povaro torotot .
Una festa brillante dincontri mondani, ghiotta di moda e di raffinatezze, di pettegolezzi e arguzia, incipriata di frivolezza e di veneziana malizia. Sono ormai migliaia i turisti e i curiosi che ogni anno si riversano nella citt in festa per il Carnevale, ma non tutti sanno che la sua origine molto antica, derivata dalla trasformazione di manifestazioni popolari arcaiche, ancor prima delle antiche Sacre Rappresentazioni che si tenevano sul sagrato delle chiese durante il medioevo. documentato che feste e divertimenti dogni genere si tenevano in Venezia in molte occasioni e invadeva la vita di tutti i giorni, fino a far dire di questa citt che vivesse in un carnevale infinito. Sembra che la popolazione si lasciasse trascinare da una sorta di follia collettiva che oltrepassava i limiti e i confini della ricorrenza cui era legata, subito addentrandosi in quella successiva. Dovunque nei palazzi signorili e nelle strade, un pubblico numeroso composto non solo da veneziani ma anche da genti di passaggio e turisti, si riversasse nella Serenissima non solo per ammirarne le meraviglie, quanto per prendere parte a spettacoli teatrali, concerti strumentali, banchetti lussuriosi, ai quali lintervento (mai casuale) del Doge e dei Senatori della Repubblica conferiva una maggiore solennit. Si vuole che a Venezia linteresse maggiore consista nel fatto che il Carnevale sia fatto oggetto di vero e proprio culto inteso come esibizione di maschere, lungi quindi dallessere considerato un breve periodo di festa della durata di qualche giorno appena, bens che riempie tutta una stagione di preparativi costanti. Si pensi che in passato aveva inizio il giorno della ricorrenza di Santo Stefano fino alla Quaresima, per riprendere poi, dopo la Pasqua con linizio della primavera fino allautunno inoltrato. Or sono pi di mille anni, esattamente nel 979, che il Doge Orseolo I, al momento di ritirarsi a vita spirituale allinterno di un convento, lasci una somma cospicua per i suoi tempi, al Governo della citt da destinarsi alle feste pubbliche. Addirittura si narra che la morte improvvisa del penultimo Doge della Serenissima sia stata dissimulata (ritardata) per non turbare i festeggiamenti del Carnevale in corso. Nel XVII secolo quello di Venezia era gi un carnevale cosmopolita, quale sarebbe stato pi tardi, il carnevale di altre citt europee. Per loccasione confluivano nella Serenissima diplomatici da molti paesi stranieri e personaggi famosi del teatro e non solo la cui fama aveva oltrepassato i confini della penisola. Nelle molte sale adibite agli spettacoli nei palazzi patrizi, dei albeghi pi lussuosi come nei teatri e nei casin, si svolgevano spettacoli unici al mondo, come appunto li definivano le cronache dellepoca. Una folla eterogenea e capricciosa assisteva alle commedie di Chiari e Gozzi o di Goldoni decretandone il trionfo o linsuccesso nonostante le assoldate claque dei gondolieri che venivano fatte entrare in sala dagli autori allultimo momento
Ostreghe, capetonde e caragoi / Oh issa! oh issa eh! / ma isselo in alto oh! / e in alto bene oh! / poich conviene oh! / Te dago segno eh! / ma sar de segno oh! / poi dimendemo eh! / ma vago i madri oh!
Ai concerti strumentali e talvolta corali prendeva parte un pubblico ovviamente pi raffinato che ascoltava musiche e madrigali dei compositori pi in voga, come Marcello, Vivaldi, Tartini, Galluppi eseguite da vere e proprie orchestre e cori di madrigalisti. Per quanto non mancassero intermezzi di villotte e canzoni da battello eseguite da popolani virtuosi. Ci per quanto la vera magnificenza del Carnevale di Venezia era e continua ad essere lindossare la maschera in ogni sua espressione, che sia semplicemente popolare o incredibilmente lussuosa, accessibile alle fasce pi facoltose della societ o dei ricchissimi imprenditori che qui misurano la loro creativit e la loro esuberanza, ma forse solo la loro follia dessere per un giorno, e perch no, ci che non potrebbero essere mai. Lassenza di carri e carrozze ad esempio una delle ragioni per cui il Carnevale di Venezia pressoch sentito, in quanto mette in scena proprio quella velleit personale di esibizionismo diretto della persona e del proprio corpo, concedendo ad essa piena libert di espressione e di movimento. Alle maschere infatti concesso di invadere calli e piazze, di entrare ed uscire dalla case o i palazzi dove si tengono feste, formare capannelli, di sciogliersi e rincorresi luna con laltra il cui fine quello dellincontro, del vicendevole riconoscimento, dellintrattenimento. Bench il Domino sia stato in passato il costume pi diffuso, maschere di tutte le fogge e colori invadono oggi i campielli e le calli mescolandosi a una moltitudine di altre ed a quelle della tradizione della Commedia dellArte. Accanto alla classica e nobilissima bautta spesso indossata con un tabarro che ricopriva lintera figura, scrive ancora il Dazzi nel lontano ..: Venezia schierava una folla di maschere e di travestimenti, dei quali i pi celebri erano: il Mattaccino, il Magnifico o Pantalon, i due Zanni, Brighella e Arlecchino, il dott. Graziano e il dott. Balanzon; oltre a chiozoti, gnaghe, calabresi, pastori, cocchieri, ninfe, diavoli. I luoghi pi frequentati erano la piazzetta, il molo, Riva degli Schiavoni, dove si tenevano anche lotterie, teatri dei burattini, di cantanti e di comici popolari; cerano le strologhe, i venditori di profumi e cerotti, e non in ultimo, i cavadenti. Inutile aggiungere che si stesse parlando di maschere e mascheramenti del Carnevale popolare. Oggi, per quanto una certa tradizione venga ancora osservata da sparuti esemplari veneti e limitrofi che giungono da fuori, ci che si svolge pressoch attribuibile alla meraviglia estasiata dei nostri occhi. Ma la maschera, come sappiamo, non costituisce solo un camuffamento della persona; essere in maschera significa essere in incognito e dunque, potersi abbandonare a lazzi e scherzi dogni genere. Ed proprio a questa possibilit di vivere in incognita costituiva il senso segreto del mascherarsi. Scrive a sua volta Pino Correnti: La maschera assumeva in Venezia unimportanza mai riscontrata altrove, () tanto che mettersi in maschera era diventata unabitudine e la si indossava per evitare di fare incontri che dovevano permettere lanonimato a chi la indossava. Tuttavia sussisteva un cosi detto segno di maschera, consistente in una sorta di distintivo, di un piccolo domino in miniatura appuntato sul cappello. Chiunque lo portava era considerato come mascherato e non andava salutato, anche se, come accadeva sovente, chi lo portava era un personaggio importante. () In altre parolebastava il simbolo del mascherarsi per fare tabula rasa delle gerarchie sociali. La libert che lindossare la maschera concedeva nella vita privata faceva tuttuno con la possibilit di fare e ricevere scherzi o battite di scherno, come anche di dare sfogo alla naturale arguzia veneziana di ndar ala Sensa che in gergo significava e significa ancor oggi perdere la testa. Curioso a dirsi la Sensa anche il nome di una festa marinara perdurata fino a tutto lOttocento il cui fulcro era lo sposalizio del mare, dacch Venezia ogni anno sposava simbolicamente il mare gettando in esso lanello doro donato da Papa Alessandro III al Doge Ziani, per celebrare la vittoria sulla flotta dalmata, avvenuta nel 1177, che la rese dominatrice assoluta sul mare. Che fosse una propaggine del Carnevale? Sembrerebbe di no, anche se per loccasione tutta la citt si lanciava in festeggiamenti in maschera fastosi e straordinariamente regali. Ogni tipo dimbarcazione in grado di galleggiare seguiva il Bucintoro, limbarcazione dorata del Doge che sfilava lungo il Canal Grande in un tripudio di gondole e balotine adorne di broccati, zendali, corone di fiori, tra spari di mortaretti e fuochi dartificio
No gh ne la storia del mondo una festa pi bela, pi splendida a Venezia de questa: incanto de popolo, de re e imperadori delizia martirio de artisti e scritori. Superba memoria de un tempo pas de cento citt .
Inizia cos la descrizione di uno spettacolo rimasto famoso e ripreso da una lirica riferita alla regata che si tiene prima del Carnevale, di Riccardo Selvatico, commediografo veneziano del secolo scorso che scriveva in versi dialettali. La festa legata alla regata che si svolge con un percorso rimasto sempre uguale nel corso dei secoli, si rinnova ogni anno sulle gondole e, come tutte le feste popolari veneziane richiama un gran numero di turisti che si mescolano allallegria generale in cui Venezia, brulicante e multicolore, si trova a essere la sede naturale duna gioia infinita che si diffonde per tutta la citt. Festa che raccoglie attorno a s giostre e tornei, assieme a gare di giocolieri, caccde dei tori, tra suoni, canti e saltimbanchi che si esibiscono nelle famose forze dErcole in cui i pi giovani si esibiscono nel dare forma ad alte piramidi umane. Molte altre feste si svolgevano in Venezia prima, durante e dopo il Carnevale di cui si rende impossibile riportare in questo breve articolo, ma che possibile leggere in Le feste e le maschere veneziane di Giulio Lorenzetti ed anche in Feste e Costumi di Venezia di Manlio Dazzi. Di fatto c che ogni notte a Venezia pu sempre accadere qualcosa di straordinario o quanto meno dinconsueto, come spesso narrato nelle avventurose memorie di Casanova, e nelle ancor pi accessibili comedie di Carlo Goldoni: Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno i commestibili messi in vendita, le osterie aperte, e cene pronte negli alberghi e nelle locande; perch i pranzi e le cene di societ non sono comuni a Venezia, ma le partite di piacere e gli spuntini danno occasione a radunate con maggior libert e allegria. A notte inoltrata poi, la folla si frantumava in piccoli gruppi e si avventurava per le calli illuminate dalle lanterne e addobbate con drappi e festoni. A bordo non mancavano i fritoleri che ammannivano ciambelle e pesce fritto, mentre lungo le rive la gente affollava i caff, le finestre delle bettole e delle cucine ambulanti per godersi lo spettacolo dato dai burattinai, dai ciarlatani e i cantastorie, ma nei canali, sui battelli pavesati di frasche e rischiarati da lampioncini di carta colorata, suonatori e cantanti accompagnavano le allegre comitive con canzonette popolari dal gusto satirico o quantomeno salace, come in questa canzone da battello del Settecento veneziano
Premi o stali Premi, via! Premi o stali! Se premar no ti vol, / a far el barcariol, dime, chi tha insegna? / Oh quanti carnevali che avmo in sto mistier / senza un principio aver / senza un principio aver de quel mister che i fa! Ci, varda come i va, / i va de qua e de l / Sia! Topa, i ve d drento! / Via, premi I vol stalir! / Stali se ghe pol dir, che alora i premar! / I premar! Quando fa un po de vento quelo no i sa mai tor, / co i voga un poco i mor / co i voga un poco i mor, sti corpi senza fi! Ci varda come i va / Assae de sti paroni no i vol i boni, no! / La mazor parte se che i cerca el bon marc / el vbon marc. Vien fora sti mincioni, un cdega, un vilan, / Ci, varda come i va / Miracolo xe intanto che co sti grezi alfin / in testa, un gondolin no sabia rebalt / rebalt. No l xe picolo vanto, se l crede qualchedun, / che gnanca mai nissun / che gnanca mai nissun se nabia sfracass. / Ci, varda come i va.
Stando alle cronache del tempo, Piazza San Marco era ed ancora oggi, il principale luogo di convegno delle maschere che si mettevano e si mettono in mostra nel corso di quello che comunemente chiamato il liston, durante il quale tutti continuano a d avere lopportunit di ammirare gli altri. Vi si raccoglievano un numero esorbitante di maschere da superare le quarantamila che poi si sparpagliavano nei teatri, nelle sale da ballo, nei caff alla moda e, ovviamente, nei festini, quei balli pubblici in cui lentrata era libera per ogni persona che indossasse una maschera, oggi non pi. Ed ai quali Carlo Goldoni intitol una sua commedia, Il festino appunto, che portava in scena quello spettacolo ininterrotto che era il Carnevale. Durante le ore notturne poi, si frequentavano i cosiddetti ridotti e i casini adibiti massimamente al gioco, dove la nobilt veneziana teneva banco aperto a tutti coloro che si presentavano con lintenzione di giocare. Sembra infatti che nel Ridotto di San Mois, nellantico Palazzo Dandolo, furono dissipate ingenti fortune dalla nobilt dellepoca in cui Giacomo Casanova spogliava per cos dire le Dame della migliore societ: Vi erano molti tavoli disposti in fila, innanzia ai quali stava un gentiluomo con davanti mucchi di zecchini e ducati, prontissimo a tener banco con chiunque portasse la maschera, nonostante un editto del 1703 ne proibiva luso nelle case da gioco, o che appartenesse al ceto patrizio e, ovviamente, avesse contanti da scambiare. Le maschere della Commedia dellArte attinsero a piene mani nellironico mondo del Carnevale di Venezia dando un impulso straordinario al teatro che da allora in poi pot dirsi: che vivevano recitando e recitavano vivendo. In proposito Paolo Toschi a riguardo scriveva: Il teatro comico italiano nasce dal clima festoso del Carnevale proprio come la Commedia dellArte e ne conserva lo spirito tripudiante, irriverente e licenzioso. Uno stretto legame confermato dallelemento folkloristico pi caratteristico, cio la maschera. Ma sarebbe un errore credere che le maschere in Venezia fossero tutte colorate e pazze come gli Arlecchini figli di zanni, discesi in citt dallalta Val brembana; o i Pantaloni in zimarra nere e brache rosse che dovevano rappresentare lespressione pi intima vis comica popolare. A Venezia le maschere erano per lo pi silenziose, gravi, quasi tristi. Il piacere di mascherarsi era qualcosa di sottile, di intimo: una delle libert pi care ai veneziani. Cronista instancabile del costume di una societ sopra le righe Carlo Goldoni rappresent nelle sue commedie gli svaghi e i costumi della borghesia mercantile veneziana facendo uso di un linguaggio ricco di grande sensibilit. Ogni momento del vivere quotidiano trovava in esse la sua giusta collocazione, dai sorrisi agli sguardi, alle mosse affettate, alle moine adulatrici, alle leziosaggini preziose; dalle riverenze alle riverenze, alle chiacchiere delle cameriere e dei servitori; dal pettegolezzo del barbiere imparruccato alle Smanie per la villeggiatura della ragazza per bene; dalle Baruffe chiozzote ai Preparativi per il Carnevale. In ogni sua commedia troviamo un amabile realismo e un inimitabile colore che ci permette qui, di scoprire un neo provocante o uno sguardo insistente dietro un occhialino; l una confidenza sussurrata dietro un ventaglio o un paravento per signore. E perch no, il propagarsi sommesso di voce in voce di uno scandalo accolto da risa soffocate; come anche il modo tutto veneziano di presentarsi e congedarsi in societ, o come apprendere la cadenza misurata e aggraziata di un passo di minuetto. La Commedia dellArte fu, secondo una calzante definizione, un teatro antiletterario, nel senso che veniva messa in scena non gi sulla scorta di un testo redatto in ogni sua parte, bens su di un canovaccio che serviva da trama di base su cui di volta in volta costruire i costrutti comici o drammatici, e sul quale gli attori erano chiamati ad improvvisare e a costruire il dialogo, le gag e gli sproloqui che tanto raccoglievano gli applausi del pubblico. Pertanto la rappresentazione scenica non era mai la stessa, che si potrebbe dire unica, unautentica creazione collettiva. Il bravo attore/attrice era di per s il perno della commedia rappresentata, il cui successo dipendeva dalla sua capacit verbale, dalla loquacit e spesso dalla proverbialit delle sue battute scelte di volta in volta a seconda del pubblico che si trovava di fronte. Occorreva per che nessuno degli attori in scena rovinasse goffamente leffetto botta e risposta richiesto dal protagonista. Ognuno doveva sapersi tirare in disparte o intervenire prontamente e aiutare chi di loro si trovasse in difficolt o venisse meno lispirazione. Come pure osservava un contemporaneo: Il risvolto comico di questo fare teatro consiste negli aspetti ridicoli o talvolta mostruosi della natura; deriva da volti deformi e nasi caricaturali, da fronti a bauletto e crani calvi, orecchie a sventola e gambe storte, pi spesso ottenuti artificiosamente mediante maschere e trucchi particolari. Il tutto risiedeva dunque nel gioco e nella sottigliezza caricaturale popolaresca rintracciabile nella variegata fauna che lumanit, colta nelle sue espressioni naturali e popolari. Scrive George Sand: La Commedia dellArte non solo lo studio del grottesco e del faceto, soprattutto lo studio dei caratteri reali dallantichit a oggi, con una tradizione ininterrotta di fantasie umoristiche, con un fondo per anche molto serio, tale che si potrebbe dire anche molto malinconico, come tutto ci che mette a nudo le miserie umane. Una usanza popolare molto diffusa durante il Carnevale il processo burlesco con il quale alcune figure vengono condannate al pubblico scherno finanche ad essere messe a morte. La vecchia ad esempio viene spesso bruciata o segata in pezzi come effige del Carnevale. In questa tragicommedia popolare, tanto amata dai veneziani, dal rogo si vedono apparire alcune maschere comiche, tra le quali appunto la vecchia che fa testamento mentre gli attori che vi prendono parte infieriscono contro di lei, come in questa vilotta a ballo
La la la la / A gera in orto che colgea fenoci / alzo la testa e vedo i bei oci / da tanto che sti oci me sluseva / note che gera giorno me parea. La la la la / X tanto tempo che no vedo el sole / e stamatina l visto levare / x tanto tempo che no vedo lo mio amore / ma stamatina lho visto pasare. La la la la / Son sto cimbanin, sonlo forte / sonlo chel se senta a la lontana / e se ghe fusse qualche bel sogeto / son lo forte, per farghe dispeto.
A tutto questo va aggiunto che la Commedia dellArte rispecchiava, esagerandoli, gli aspetti ridicoli e le caratteristiche locali che tanta importanza hanno avuto in ogni paese in cui il teatro popolare trovava terreno fertile per ogni sua rappresentazione. In Italia ad esempio, fu in particolare e in parte lo ancora, luso dei dialetti regionali a fare la differenza proponendosi come mezzo di distinzione e oggetto di scherno tra citt e citt; cos se a Firenze si rideva dellaccento veneto, a Venezia lo si faceva del bolognese, come del bergamasco o del siciliano che figurassero in maschera o senza. A tal proposito lo studioso della materia Gleijeses scrive: la maschera rappresenta sostanzialmente la vita del secolo in cui si vive e di volta in volta cambia necessariamente sulla scena le sue caratteristiche in quanto deve uniformarsi ai tempi. Pur tuttavia la Commedia dellArte in special modo a Venezia conserv i suoi tipi tradizionali per molti secoli ancora dalla sua origine popolare, restando per lo pi immutata nei suoi gesti e nellimprovvisazione. Soprattutto non perdette la sua vivacit, la battuta pronta capace di colpire nel segno con i suoi strali comici e satirici riferiti alla societ Ci a voler dire che la Commedia dellArte non mai stata fine a se stessa, bens trovava una sua precipua collocazione nel tempo in cui essa era funzionale allaspetto sociale che andava affrontando. Va anche detto che vis comica era molto varia, la comicit non sempre di facile definizione perch peculiare di un certo territorio. Tale variet di caratteri o caratterizzazioni derivava dal fatto che ogni citt italiana, ogni regione o addirittura ogni singolo paese, aveva una sua versione dello stesso personaggio, finanche della stessa maschera. Cos, ad esempio, il vecchio che a Bologna citt universitaria, riassume i tratti del dottor Balanzone, a Venezia diviene il mercante Pantalone, a Napoli veste i panni di Tartaglia ma anche di quel Pulcinella, maschera per assai pi complessa di cui spero di poter parlare in un altro articolo dedicato. Di fondo il personaggio lo stesso ma differiscono per labito indossato, la maschera, i tic della voce e nelle espressioni del volto, cos come negli aspetti della singola comicit; di quel fare il vezzo di se stessi tipico di certi personaggi che oggigiorno possiamo vedere soprattutto al cinema. Va qui fatto un appunto alla mancanza di figure femminili nella Commedia dellArte se si esclude la risma tuttavia numerosissima di servette, fidanzate, mogli e amanti che per lungo tempo sono state escluse dallapparire sulla scena ma delle quali conosciamo parecchi risvolti perch sostituite da attori uomini che ne rifacevano i vezzi. Duchartre azzarda due ipotesi per questa mancanza di maschere femminili: la prima che la vera maschera la stlizzazione di un carattere ben definito, non riscontrabile nelle donne della Commedia dellArte in quanto s pieno di sfumature e di varianti, ma estremamente vago. Laltra che nessuna maschera femminile riesce a rendere leffetto prodotto da un bel viso, e questo perch le prescelte erano sempre molto belle e ci bastava a renderle sublimi. Tuttavia una certa caratterizzazione venne attribuita anche a loro; le innamorate ad esempio variavano dalla fanciulla casta e di animo nobile da sposare; alla civetta furba pettegola e bugiarda, alla cortigiana vera e propria, cio colei che non da sposare e tuttavia sempre fedele alluomo cui concede i favori. Ma ecco che infine, mentre le note del Carnevale di Venezia di Giovanni Bottesini gi invita alla danza, gli intervenuti fan sentire il loro chiassoso andirivieni lungo le calli e nei campielli. Il tempo quello della festa e per loccasione qualcuno fa esplodere i mortaretti dando luogo a un fuggi fuggi generale che si sparpaglia in tutta la citt: ..e qui sode un gondoliere che canta un antico ritornello, pi in l una lavandaia che saccora; una compagnia che leva il suo teatro improvvisato, un giocoliere che fa il suo numero davanti a una folla rimediata per caso lungo la via, e sotto gli archi uno zanni che prova labito di scena dellanno passato che non gli va pi mentre un Goldoni di marmo dallalto dello scranno che lo tiene sollevato dalla piazzetta a lui dedicata, passa in rassegna gli innamorati di sempre, la locandiera che accoglie gli ospiti sulluscio, la gente seduta al caff che chiacchiera e sparla ora di questo ora di quella, un gondoliere che passa e si balocca, una servetta che bighellona con lo sguardo nellaria, di questa citt unica al mondo, persa negli effluvi di un Carnevale che egli sa non poter durare in eterno, ma che a tutto c rimedio, come in questa canzone popolare raccolta a Venezia ancora nel 1965 da Luisa Ronchini del Canzoniere Popolare Veneto
El Carneval xe nda El carneval xe nda go perso la morosa come gogio da far par ndarla ritrovar vestio da capucin mi me vogio ndar. Vestio de capucin el ga buss la porta el fassa piano pian el fassa pian pianin che go la fia in leto che la xe par morir. Se la xe par morir bisogna confessarla e voi che siete padre padre confessor mont su par le scale e confessela vu. E sera ben le porte e spensi su i balconi che no senta nissuni far la confession. Col padre ha finito si leva e poi va via la figlia vien da baso e dice mama mia e dice mama mia il frate m guar. Sia benedetto el frate e anca el cordon chel porta e anca el cordon chel ga che m guario la figlia in leto amal.
Quandecco gi un galante consegna un biglietto alla servetta, una lettera damore per la sua padroncina. Un segreto da conservare di un presunto incontro, o cosa? si chiede. Intanto fra il pubblico cresce lattenzione. Suvvia! questa una delle tante trovate del teatro che si costruisce giorno dopo giorno come per magia sulle tavole del palcoscenico della Commedia dellArte, cos senza un copione ben definito, per quanto frutto di quotidiana fatica di chi ogni sera ricrea levento gioioso e talvolta amaro, che segue a ogni levarsi del sipario e che precede gli applausi di rito.
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