Pubblicato il 05/03/2017 09:54:32
La tradizione in Italia: Maschere popolari. (Ricerca filologica di Giorgio Mancinelli tratto da Cantarballando un programma radiofonico RAI Radio3 del 1982).
Storie di Cantastorie: la battaglia.
La tradizione pi antica in Italia indubbiamente quella cavalleresca che rivive nei testi degli spettacoli dei Burattini e del Teatro dei Pupi, nei dipinti dei carretti e nella recitazione dei poemi medievali, rappresentati in questi luoghi o sulla pubblica piazza dove il Cantastorie, seduto in mezzo a un cerchio di vecchi e bambini, gesticola con in mano una spada di legno e racconta le interminabili avventure o disavventure di questo o quelleroe del tempo passato. Ma anche di altri relativamente pi vicini a noi, come ad esempio le guerre di Carlo Magno, le cruente battaglie contro gli infedeli, le storie di Rolando e di Ruggero, di Astolfo sulla Luna ecc. che ha imparato a memoria e che sono, in parte, basate su poemi dellAriosto, del Boiardo, del Tassoni e molte di riferimento religioso desunte dalla Bibbia e dai Vangeli, e dalla vita di santi. Tutti, ma davvero tutti, attendono per con impazienza le scene di battaglia, nelle quali il Cantastorie, il viso distorto dalla furia del combattimento, taglia laria con la spada e spezza le parole in modo da accrescere linteresse dello spettatore. Nella scena qui presentata molto nota in Sicilia, ripresa dal Teatro dei Pupi, il Conte Gano, il fellone, sfida e combatte Rinaldo:
Ma se tu vuoi fare la pace, io sono pronto, / ma se tu vuoi il mio sangue, sangue avrai. / perch tu ben sai che Fusberta (spada) / non ha mai avuto paura del taglio di / Durlindana (spada). / Quindi disse : Se vuoi venire a paragone / delle armi / e vuoi vendicare zio Carlo e quel patrigno / il Conte Cane di Magonza, prenditi la distanza / disse / chew son pronto ad affrontarti. / Come Carlo di Magonza vede Orlando / digrignare i denti / e lo bestemmia la sua sorte appellandolo / traditore vigliacco / e come si prende la distanza / lo stesso fece lo Conte Rinaldo. / Ma quando fussero a grande distanza / i due cavalieri in nome delle alte mura / guardavano attentamente / dei due terribili figlioli.
fuor di dubbio che stiamo parlando di leggende sorte dalla fantasia degli scrittori del tempo ma ancor pi di una tradizione orale che pi spesso era re-interpretata da cantastorie ambulanti e da quei cantori che talvolta le mettevano in musica con inserimenti di villanelle e strambotti, e gagliarde a ballo onde far divertire il pubblico che accorreva numeroso alle loro rappresentazioni. La fantasia popolare, in quanto essenza di credenze magico-religiose entrate nei costumi tradizionali, ha in origine contribuito allaffermarsi di un Teatro Popolare Regionale di cui le maschere e i mascheramenti rappresentavano la pi espressiva delle forme darte. Ogni regione, almeno per quelle riferite allItalia, ne possiede di proprie che mettono in risalto i caratteri dei suoi abitanti ed rappresentativa delleredit di una pi antica arte ludico-rituale. Molte delle maschere qui di seguito presentate sono native di regioni diverse e relative a epoche pi o meno recenti, tra il 500 e il 700. Addirittura alcune non nascono neppure come maschere a se stanti, quanto invece sonocaratterizzazioni di personaggi veramente esistiti, per cos dire messi alla berlina, entrate in seguito nelle rappresentazioni di piazza e nel teatro dei saltimbanchi. Un teatro fatto di scherzi e lazzi, di burle salaci e di trovate in cui venivano presi di mira gli autori inconsapevoli di pettegolezzi cittadini; le deformazioni fisiche e i tic professionali di personaggi pubblici; come pure i rappresentanti di questo o quel mestiere e ovviamente i chierici e i prelati, tutti visti, neppure a dirlo, atttraverso la lente caricaturale. Ma se il teatro o comunque la scena rappresenta il luogo deputato per la rappresentazione in maschera, la piazza (quella piazza universale di cui si gi parlato in altro articolo), e indubbiamente la stada cittadina comprensiva dellintero paese, al dunque il prototipo umano forgiato dalle chiacchiere della gente che vi abita. La tradizione, infatti, riconosce in questa o quella maschera il personaggio archetipo della singola regione. cos che con Geppin e Nena, due maschere contadine genovesi risalenti al XVI secolo, approdiamo In Liguria, terra di marinai ma anche di coltivazioni terriere di cui entrambi sono rappresentativi e che ritroviamo durante il Carnevale a passeggio per i paesini liguri accompagnati dal suono della piva (sorta di zampogna) e che recitino filastrocche satiriche indirizzate ora a questo ora a quel cittadino pi o meno noto. Geppin indossa un corpetto scarlatto sotto la giacchetta di fustagno color nocciola o di velluto verde; calzoni corti di velluto ner, le uose (scarpe) alla contadinesca e in testa un cappello di feltro a falda larga. Nena vestita secondo luso contadino ama adornarsi di molti monili doro e dargento e, durante il Carnevale completa il suo abbigliamento con un parapioggia. Dorigine ligure-piemontese un canto narrativo dal titolo Ghe nea de tre figette conosciuto anche come La pesca dellanello desunta da quella raccolta ben pi lunga del Nigra:
Ghe nea de tre figette inscia riva du mar. / A ci bella l a ci picina s missa a naveg. / In to mentre cha navegava, gh cheitu lanello in m. / O pescator dellonda, vegnilu in po a pesc. / Quando lavr pescato, che cosa lei mi dar?/ Dar trecento scudi, e una borsa ricam.
Con Meneghino e Cecca, due maschere milanesi del Seicento siamo invece in Lombardia. Per la tradizione Meneghino povero ma con il cuore in mano. Si vuole che il suo nome derivi da Domenichino, nome dato alla servit in servizio la domenica ma, pi probabilmente, dal pi antico Omeneghino. Indossa una casacca verde orlata di rosso, pantaloni e scarpe nere, calze a righe bianche e rosse, parrucca e tricorno. Secondo Amina Andreola studiosa del nostro teatro regionale: La sua comicissima maschera un tempo indicava il contadino inurbato, ignorante, bonario e pieno di buon senso ma ancor prima il servitore devoto, prudente, con un pizzico di spavalderia. Ma che, rivisitato al giorno doggi riscontrabile nel franco e dinamico tipo del milanese fao tuto mi. Laffianca di solito la moglie Cecca ,sorta di popolana irosa e linguacciuta che lo mette spesso in difficolt davanti agli altri e, non in ultimo, lo rincorre spesso con il matterello da cucina per picchiarlo. Tuttavia Meneghino, con il suo buon carattere, in fine riesce a domare non senza qualche lamentela da parte di Cecca, finch la pace comune non ristabilita. Con La cansiun busiarda si intende qui dare un tipico esempio della popolarit di certe maschere che in realt sono pi costumi che mascheramenti in quanto esse non indossano una vera e propria maschera facciale ma il loro lato comico sta nella frivolezza dei loro costumi multicolori, nei modi del loro parlare desunti dalgli usi dialettali, nella gestualit tipica del teatro della Commedia dellArte, in cui la bugia era di rigore, allorigine di tutta la confusione proverbiale che ne derivava sulla scena:
E chi vol sent, cant, sent cant / l la cansun busiarda / larilalal, larilalal / l la cansun busiarda. / Sun pas nt un pais nt un pais / viviju a la grusra / larilalal, larilalal. / Jra l fn ent i butai ent i butai/ e l vin su la finra / larilalal, larilalal. / E le fje jeru sel giuch / e le galine filavu / larilalal, larilalal. / Ln butaje la ruca al bch / e l fus en ms le gambe / larilalal, larilalal. / Jra l privi nt el pursil nt el pursil / e l crin cantava messa / larilalal, larilalal.
In Piemonte troviamo i noti Gianduia e Giacometta nativi di Caglianetto (Asti), inizialmente noti come burattini. Trasferiti nella cittadina Torino diventano maschere del Carnevale. Conosciuto nelluso dialettale come Givan dla donja ovvero Giovanni del boccale cos detto perch gli piace il vino, e che qualcuno dice: anche un po troppo, per dire che un ubriacone. Gianduia dal viso aperto, pienotto, ridanciano, col naso volto allins, veste il costume originale di Caglianetto consistente in un giubbino di panno marrone orlato di rosso, calzoni al polpaccio di panno verde e calze rosse. In testa ha la parrucca nera tirata allindietro che finisce col codino, sotto al tricorno verde, il cappello indossato nel torinese alla fine del Settecento. Caratterizzazione del galantuomo tutto cuore, integerrimo ma generoso, difensore dei deboli e degli oppressi, talvolta un po stordito e linguacciuto ma bonario. Esempio tipico del robusto contadino piemontese, ingenuo quel tanto che basta, amante dello scherzo, dello scherno a fin di bene, come del buon vino e delle ragazzotte. qui in Piemonte che si tramandano canzoni e filastrocche note fin dal secolo XV, come quella riportata qui sotto dal titolo La bergera:
A lombretta del bussn bela bergera l andurmija, / j da l pass n trs joll franss / a lha dije: Bela bergera vi leve la frev. / E se vi la frev farai f na cuvertura, / cn al m mantel cha l cs bel, / farai f na cuvertura passer le frev. / E la bela lha rispnd:/ Gentil galant f l vostr viagi, / e lasseme ste cn al m berg, / con al sn dla sa viola n far danss.
Ed ecco giungiamo nella ridente Toscana dove incontriamo Stenterello un po narciso un po giocherello di se stesso. Maschera del teatro popolare fiorentino conosciuta appena nel XIX secolo , rappresenta il popolano piccolo borghese, tra il furbo e lo sciocco, ma buono e incredibilmente giusto. Sua principale caratteristica lagile e colorito uso della lingua fiorentina infiorata di frizzi e frasi boccaccesche. Cos ad esempio egli definisce le donne:
Donna ciarliera e bizzosa, peggio dogni cosa./ Donna che parla poco, nasconde in seno il foco. / Donna che parla assai, non ti fidar giammai. / Donna muta e silente, peggio di un accidente.
Stenterello ha fronte spaziosa, volto biaccato con sopracciglia allungate col nero di sughero bruciato che le rende arcuate e folte, al pari delle maschere pi antiche. Indossa una zimarra di stoffa blu, un panciotto verde o giallo canarino, braghe nere e calze diverse, una turchina e una gialla, oppure una a tinta unita e una a righe, scarpe basse con grande fibbia e il tricorno sulla parrucca bianca. Alla Toscana legata uno stornello amoroso dal titolo La mamma un vole:
Ho seminato un campo daccidenti / se la stagione me gli tira avanti / ce n per te e per tutti li tu parenti. / La mamma un vole, un vole, un vole / che io faccia lamor con te / ma vieni amore quando la mamma un c. / Ho seminato un campo di carciofi / giovanottino mi son belle nati / carciofi come te un so venuti. / So nata per i baci e voglio quegli / come linnamorati se gli danno / gli voglio sulla bocca e sui capelli / poi chiudo gli occhi, dove vanno, vanno. / E a me mi piace l fischio del motore / perch il mio amore gli era macchinista / mi buggerava e un me ne ero avvista. / E a me mi piaccion gli uomini biondini / perch biondino lamore mio / biondino lui moretta io / che bella coppia che ha creato Iddio. / E a me mi piaccion gli uomini fustini / perch fustino lamore mio / fustino lui piccina son io / che bella coppia che ha creato Iddio.
Fra le maschere legate ai costumi popolari del Lazio spicca il romano Rugantino, una sorta di bravaccio di rione intelligente e coraggioso, sincero e patriottico, si vuole discendente da quel Miles Gloriousus di Plauto gi entrato nella commedia antica, forse anche dal grottesco Manducus, a tratti sprovveduto e nullafacente, innamorato della popolana Nina alla quale pi spesso dedica la sua serenata. Nina si voi dormite conosciuta come canzone dautore forse quella rimasta nel repertorio pi a lungo di tutte le altre:
'Nde 'sta serata piena de dorcezza / pare che nun esisteno dolori. / Un venticello come 'na carezza / smove le piante e fa' baci li fiori. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / L'odore de li fiori che se confonne, / cor canto mio se sperde fra le fronne. / Chiss che ber sorriso appassionato, / state facenno mo' ch'ariposate. / Chiss, luccica mia, che v'insognate? / Forse, chi canta che v'ha innamorato. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / Per, si co' 'sto canto, io v'ho svejato, / m'aricommanno che me perdonate. / L'amore nun se frena, o Nina, amate, / che a vole' bene, no, nun peccato. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / L'odore de li fiori che se confonne, / cor canto mio se sperde fra le fronne.
Il costume di Rugantino ha per origini settecentesche, tipico dei carrettieri a vino, costituito da un farsetto rosso sulla camicia bianca, calzoni corti allacciati sotto il ginocchio, calze bianche a righe orizzontali, fascia ai fianchi e coltello alla cintola. Sua compagna Nina o anche Ninetta, una popolana orgogliosa di essere tresteverina e spendacciona; porta lo spadino fra i capelli che alloccorrenza usa contro i numerosi ammiratori che si rivelassero troppo arditi. Un po smargiasso e attaccabrighe ma schietto e simpatico Rugantino rappresenta il romano pi autentico, un po millantatore di bravate ma di buon cuore, sempre pronto quando si tratta di bevute in compagnia, sia che si tratti di una morra giocata all Osteria del tempo perso; sia che si tratti di stornellate in comitiva con tanto di sberleffi e narrazioni salaci. Non a caso in epoca moderna il duo Garinei e Giovannini ha potuto costruire sulla sua leggendaria maschera il noto musical dal titolo omonimo: Rugantino, che tanto successo ha riportato nel mondo e del quale bene lo rappresenta questa Ballata di Rugantino:
Ma pensa che bellezza / nun c'ho niente da fa' / porcaccia la miseria / nientissimo da fa' / e rompo li stivali a tutta quanta la citt / perch 'n c'ho niente da fa'. / Rugantin... Rugantin... nemmeno giorno e gi vi ruga' Rugantin... Rugantin... tranquillo e bono non ce poi sta' Sto proprio come un Papa / anzi mejo, Santit / perch Lei, gira, gira, / quarche vorta ha da sgobba'. / Io, viceversa, sgobbo solamente si me va / perch 'n c'ho niente da fa'./ Rugantin... Rugantin... c'hai sempre voglia de sta' a scherza' Rugantin... Rugantin... ma non c'hai voja de lavora' Voja de lavora' sarteme addosso / ma famme lavora' meno che posso. / Non posso perde tempo / nun c'ho niente da fa' / levateve de mezzo / fate largo a Sua Maest / ariva Rugantino che c'ha voja de ruga' / perch 'n c'ha niente da fa'. Rugantin... Rugantin... che vai cercando, se po' sap? Rugantin... Rugantin... 'sta smania in corpo chi te la d?
Gli fa coro una lista incredibilmente variegata di personaggi: Marco Pepe, Meo Patacca, Mastro Titta, Cassandrino, Mezzetino, Sora Menica, Ghetanaccio il burattinaio e finanche la Befana, figura questa tra le pi complesse della tradizione arcaica, tra il magico e il religioso, entrata di traverso sia nel teatro popolare che in quello pi specifico dei burattini. Alla Befana legata pi duna filastrocca e conta fanciullesca che bene ne illustrano il personaggio, come questa dal titolo significativo La Befana ripresa dalla tradizione umbro-laziale:
La Befana gli arivata / di colore darcobaleno / e le porta le puppe in seno / che gli fanno balla balla. / Massaina e Capoccino sem venuti a casa vosra / ci darete del quattrino / se lavete nella borsa. / Noi vogliamo delle ova / o mia cara Massaina / e per far bna figura / ce ne date una dozzina. / Noi si piglia anche dellagli / o cipolle o sian capretti / empiremo queste balle / di coniglioli o galletti. / Poi si da la bonanotte / a i segnore benedette / questa vorta non si sorte / ci farete anche l rinfresco. / Se vi avremo contentati / con la mia grande squadriglia / smo meglio noi de frati / fora de la porta / benediciamo tutta la famiglia. Ma era la maschera facciale infine che pi dogni altra cosa trasformava la fisionomia del personaggio chera preso di mira e che lo rendeva immediatamente riconoscibile al folto pubblico che presenziava a detti spettacoli popolari. Era la maschera infatti, pi del travestimento, ad esporre nellimmediato il carattere tipico dellincongruenza dogni personaggio che si affacciava sulla scena. Che fosse una risata subito trasformata in una smorfia sarcastica, oppure una lamentazione amorosa, o ona constatazione di morte, la maschera facciale determinava la conseguente gestualit dellattore al quale era richiesta grande maestria dimprovvisazione; tale che gi nellantichit il termine maschera si dava come sinonimo di persona. Lambiguit e la variet che il termine ha assunto sono esplicite in numerose citazioni di autori latini, nelle quali ricorre, oltre che con il principale significato di maschera teatrale, anche quello di attore o parte rappresentata sulla scena, ed ancora quello di carattere, personalit, che pi si avvicina al valore che noi oggi gli attribuiamo. Il significato tradizionale rituale-magico e religioso della maschera trova una sua precisa spiegazione proprio in ambito teatrale in quanto le maschere venivano indossate dai partecipanti in primis nelle cerimonie religiose in cui la persona letteralmente si travestiva da qualcosa daltro: satiri, animali, uomini/donne divinit. Luso della maschera dunque per assolvere a esigenze pratiche. Come i partecipanti del rito, attraverso la maschera che copriva il volto, gli attori venivano trasferiti in una diversa realt che li possedeva completamente, annullando la realer individualit di ciascuno, cos nella scena, lattore si calava completamente nella situazione di cui era protagonista e la maschera era il mezzo essenziale per il trasferimento in una realt altra che si voleva rappresentare. Ed ecco che come per incanto o per magia sotto il ritratto un po burlone, un po grottesco delle maschere popolari troviamo infine quelle relegate a personaggi che pur facendo riferimento a questa o quella regione, indossano la maschera facciale propria della Commedia dellArte. Figure queste forse pi note al grande pubblico e per certi aspetti forse pi care.
Ogni regione scriveva Sergio Tofano si impadronita di una maschera venuta fuori non si sa bene da dove, ma vecchia quanto il mondo e destinata a non morire, che ha dato ad essa unappropriata cittadinanza. Fatta sua, lha riforgiata, lha ripulita, lha rimpastata, arricchendola di pregi e difetti, modellandola come un monumento vivo sui suoi vizi e sulle sue virt.
Bologna, ad esempio, citt universitaria per eccellenza, sembra sia la pi antica universit al mondo, ha il Dottore, profondo e pedante come solo sa essere un dotto. La citt lagunare di Venezia, sede di traffici e luogo di avventurieri ha il suo bel Capitano che, stando a quanti sono gli attori che lhanno interpretato ha spalancato i confini dEuropa. Bergamo cos detta soprana e sottana per via dei molti baciapile religiosi, ha il suo Arlecchino che, con Brighella forma il duo comico pi famoso e scassato che si sia visto al mondo. A Milano troviamo invece Beltrame e Scopone fratelli di Meneghino che li rappresenta bene entrambi. A Napoli beh, a Napoli quella che la maschera pi complessa e straordinaria che si possa immaginare: Pulcinella, per quanto accompagnato da altre notevoli maschere come Scaramuccia e Tartaglia.
Ci che ne venuta fuori - scrive ancora Tofano una girandola, e che girandola! Dai colori pi smaglianti, tutta nostra, che ha dato tanto spesso al nostro paese e ha fatto ridere il mondo intero. Come in questa Canzone di Niccol depoca medievale, attribuita a Niccol Macchiavelli ed entrata nelluso popolare tosco-emiliano:
Perch la vita breve / e molte son le pene / che vivendo e stentando ognun sostiene / dietro alle nostre voglie / andiam passando e consumando gli anni / ch chi il piacer si toglie / per viver con angoscia e con affanni / non conosce gli inganni / del mondo, o da quai mali / o da che strani casi / oppressi quasi sian tutti i mortali. / Per fuggir questa noia / eletta solitaria vita abbiamo / e sempre in festa e in gioia / giovin leggiadri e liete ninfe stiamo. / Or qui venuti siamo / con la nostra armonia / sol per onorar questa / s lieta e dolce compagnia.
Il bergamasco Arlecchino figura tra le maschere italiane pi antiche e fa la sua apparizione gi nelle composizioni improvvisate dei mimi attori della cultura latina. Ricoedata in un primo manoscritto di Bartolomeo Rossi risalente al 1584, successivamente passato dalla scena italiana ai teatri di tutta Europa grazie a Carlo Goldoni che lo scelse come protagonista di alcune sue commedie famose. il tipico esempio del servitore, semplice, ignorante e credulone, al tempo stesso arguto e malizioso. La sua figura piena di grazia ma anche di sveltezza e agilit ha sempre destato simpatia fra gli spettatori di ogni et data, forse, dal suo vestito fatto di tanti pezzi rombi di stoffe e colorazioni diverse che lo rendono molto gradevole allo sguardo, quasi una figura sfuggevole alla presa. Va qui ricordato uno dei pi grandi esempi del teatro italiano allorch leclettico regista Giorgio Strehler che negli anni 60 lo riport in auge nella goldoniana commedia: Arlecchino servitore di due padroni interpretato dal pur grande Ferruccio Soleri che ha fatto il giro del mondo. Per quanto vadano qui ricordati gli storici anni della prima esecuzione del 1947, Marcello Moretti, Franco Parenti e Checco Rissone. Non a caso ci troviamo a Venezia in casa di Messer Pantalone, un tempo chiamato il Magnifico poi anche de Bisognosi, forse per il fatto che fosse cos avaro e brontolone da rifiutare qualsiasi aiuto ad alcuno. Lo si vuole desunto dalle antiche Atellane del V secolo a. C: farse romane caratterizzate da un linguaggio popolare e contadinesco e da maschere fiss il cui nome trae origini proprio dalla citt di Atella, fra le popolazioni osche della Campania. Rappresenta un anziano mercante allantica, tutto sommato un buon vecchio astuto e grave, onesto ed onorato, spesso ingannato dai suoi servitori dei quali ne paga sempre le spese. Padre incline a tiranneggiare le proprie putele quali Rosaura e Colombina che vuole a tutti i costi maritare a chi vuole lui, ma anche senza spendere un baiocco. Vecchio e grasso con il naso adunco e la barba a punta, veste secondo la foggia dei veneziani benestanti del tempo antico, una zimarra lunga fino ai piedi che lo rende riconoscibile e figura di tutto rispetto. Carlo Goldoni lo ritrasse cos nella figura di Lunardo in I Rusteghi di cui qui riportato il Contratto di matrimonio:
Margarita - (A Lunardo) Via, caro mario, ve compatisso. Conosso el vostro temperamento: s un galantomo, s amoroso, s de bon cuor; ma, figurarse, s un pocheto sutilo (48) . Sta volta gh'av anca rason: ma finalmente tanto vostra fia, quanto mi, v'avemo domand perdonanza. Credme, che a redur una donna a sto passo, ghe vol assae. Ma lo fazzo, perch ve voggio ben, perch voggio ben a sta puta, bench no la 'l conossa o no la lo voggia conosser. Per ela, per vu, me caverave tuto quelo che gh'ho; sparzerave el sangue per la pase de sta fameggia; content sta puta, quieteve vu, salv la reputazion della casa, e se mi no merito el vostro amor, pazenzia, sar de mi quel che destiner mio mario, la mia sorte, o la mia cativa desgrazia. Lucietta - (Piangendo) Cara siora madre, sela benedeta, ghe domando perdon anca a ela de quel che gh'ho dito, e de quel che gh'ho fato. Filippetto - (La me fa da pianzer anca mi). Lunardo - (Si asciuga gli occhi) Canciano - (A Lunardo) Vedeu, sior Lunardo? Co le fa cus, no se se pol tegnir. Simon - In suma (49) , co le bone, o co le cative, le fa tuto quel che le vol. Felice - E cus, sior Lunardo?... Lunardo - (Con isdegno) Aspet. Felice - (Mo che zoggia!) Lunardo - (Amorosamente) Lucieta. Lucietta - Sior. Lunardo - Vien qua. Lucietta - (Si accosta bel bello) Vegno. Lunardo - Te vustu maridar? Lucietta - (Si vergogna, e non risponde) Lunardo - (Con isdegno) Via, respondi, te vustu maridar? Lucietta - (Forte, tremando) Sior s, sior s. Lunardo - Ti l'ha visto ah, el novizzo? Lucietta - Sior s. Lunardo - Sior Maurizio. Maurizio - (Ruvido) Cossa gh'? Lunardo - Via, caro vecchio, no me respond, vegnimo a dir el merito, cus rustego. Maurizio - Dis pur su quel che volevi dir. Lunardo - Se no gh'av gnente in contrario, mia fia x per vostro fio. (I due sposi si rallegrano). Maurizio - Sto baron no lo merita. Filippetto - (In aria di raccomandarsi) Sior padre... Maurizio - (Senza guardar Filippetto) Farme un'azion de sta sorte? Filippetto - (Come sopra) Sior padre... Maurizio - No lo vi maridar. Filippetto - (Traballando mezzo svenuto) Oh, povereto mi! Lucietta - Tegnlo, tegnlo (50) . Felice - (A Maurizio) Mo via, che cuor gh'aveu (51) ? Lunardo - El fa ben a mortificarlo. Maurizio - (A Filippetto) Vien qua. Filippetto - Son qua. Maurizio - Xstu pento de quel che ti ha fato? Filippetto - Sior s, dasseno, sior padre. Maurizio - Varda ben, che anca se ti te maridi, voggio che ti me usi l'istessa ubbidienza, e che ti dipendi da mi. Filippetto - Sior s, ghe lo prometo. Maurizio - Vegn qua, siora Lucieta, ve acceto per fia; e ti, el cielo te benedissa; daghe la man. Filippetto - (A Simon) Come se fa? Felice - Via, deghe la man; cus. Margarita - (Poverazzo!) Lunardo - (Si asciuga gli occhi) Margarita - Sior Simon, sior Cancian, sar vu i compari (52) . Canciano - Siora s semo qua, semo testimoni. Simon - E co la gh'aver un putelo? Filippetto - (Ride e salta) Lucietta - (Si vergogna) Lunardo - O via, puti, st aliegri. X ora, che andmo a disnar. Felice - Dis, caro sior Lunardo, quel forestier che per amor mio x de l che aspeta, ve par convenienza de mandarlo via? El x st a parlar co sior Maurizio, el l'ha fato vegnir qua elo. La civilt non insegna a tratar cus. Lunardo - Adesso andemo a disnar. Felice - Invidlo anca elo. Lunardo - Siora no. Felice - Vedeu? Sta rusteghezza, sto salvadegume che gh'av intorno, x st causa de tuti i desordeni che x nati ancuo (53) , e ve far esser... Tuti tre, saveu? Parlo con tuti tre: ve far esser rabbiosi, odiosi, malcontenti e universalmente burlai. Si un poco pi civili, tratabili, umani. Esamin le azion de le vostre muggier, e co le x oneste, don qualcossa, soport qualcossa. Quel Conte forestier x una persona propria, onesta, civil; a tratarlo no fazzo gnente de mal; lo sa mio mario, el vien con elo; la x una pura e mera conversazion. Circa al vestir, co no se va drio a tute le mode, co no se ruvina la casa, la pulizia sta ben, la par bon. In soma, se vol viver quieti, se vol star in bona co le muggier, f da omeni, ma no da salvadeghi; comand, no tiraneggi, e am, se vol esser amai. Canciano - Bisogna po dirla: gran mia muggier! Simon - Seu persuaso, sior Lunardo? Lunardo - E vu? Simon - Mi s. Lunardo - (A Margarita) Diseghe a quel sior forestier, che el resta a disnar con nu. Margarita - Manco mal. Vogia el cielo che sta lizion abia profit. Marina - (A Filippetto) E vu, nevodo, come la tratereu la vostra novizza? Filippetto - Cus; su l'ordene che ha dito siora Felice. Lucietta - Oh, mi me contento de tuto. Margarita - Ghe despiase solamente co le cascate x fiape. Lucietta - Mo via, no la m'ha gnancora perdon? Felice - A monte tuto. Andemo a disnar, che x ora. E se el cuogo de sior Lunardo non ha provisto salvadeghi, a tola (54) no ghe n'ha da esser, e no ghe ne sar. Semo tuti desmesteghi (55) , tuti boni amici, con tanto de cuor. Stemo aliegri, magnemo, bevemo, e femo un prindese alla salute de tuti queli, che con tanta bont e cortesia n'ha ascolt, n'ha sofferto e n'ha compatio.
Quella del Capitano unaltra figura assai comune in ogni tempo, nella cui maschera sono confluiti personaggi nativi di luoghi ed epoche diverse, finch scrive Vittorio Gleijeses con linstaurazione del predominio spagnolo in Italia, il suo aspetto tipologico si identifica con il soldato sbruffone, fanfarone e brutale, feroce ma anche ridicolo, oggetto di avversione e di odio per le angherie e ruberie di cui capace e che ne fanno loggetto di una piet sprezzante a causa della sua miseria materiale e morale. Pur conservando in ogni sua rappresentazione la foggia militare del costume, la sua maschera segu i tempi cambiando foggia. Una delle maschere indossate poi divenuta famosa soprattutto in Francia certamente quella dello Scaramuccia napoletano, amante delle belle donne e delle bottiglie di vino, divenuta celebre nel 600 grazie a un interprete deccezionale bravura, di uno : Tiberio Fiorilli, uno dei maestri di Molire, sempre agilissimo e spiritoso fino allet di 83 anni. Nota anche in Calabria col nome di Giangurgolo diventa un soldato ancora pi fanfarone e allo stesso modo fifone degli altri pi famosi di lui, quali Capitan Fracassa o quel Capitan Spaventa i cui nomignoli fanno gi pensare ai soggetti che vanno a interpretare. Con Giangurgolo eccoci proiettati nellestreme Sud della nostra penisola. Lo testimoniano di gi le musiche e le canzoni narrative tipiche della tradizione. Come in questa Carnascialata dal titolo significativo zza Marianna:
Zza Marianna, zza Marianna / lu campaneddu vostru cu vi lu ntinna? / Ca vi lu ntinnu jeu: / Zza Marianna, cori meu / Ha dssiri di Patti la pignata, / pe fari la minestra sapurita! / Zza Marianna, ciuri di bellizzi / non vidi ca ti pennunu ssi lazzi! .../ Ti dicu mi ti pettini e ti ntrizzi, / ca L mini p tia nsciunu pazzi / Lu cori di la donna est na canna / ma lomu forti comu na culonna! / Zza Marianna , zza Marianna na vota / jeu fari non la pozzu cchi sta vita! / La testa mi firria comu a na rota: / Zza Marianna , figghia sapurita ! / Mangia carni di pinna, e m corbacchia; / dormi cu na signura , e puro vecchia!
Con Peppe Nappa maschera del servo pigro e sbadato approdiamo in Sicilia in rappresentanza dei prototipo dei citrulli, cio lo sciocco degli sciocchi di questo mondo, tale che tutti i citrulli di questo mondo messi assieme non potrebbero combinare i pasticci che questi combina, al punto che viene da chiedersi se il Nappa sia davvero stupido o finga di esserlo. Peppe Nappa non porta maschera n sinfarina o si trucca in volto, agilissimo nella danza, maestro nelleseguire le pi comiche e burlesche piroette. riconoscibile per le sue nappe, cio le toppe che ha nei calzoni, da ricordare la figura del pi moderno pagliaccio da Circo che, pur prendendo calci e bastonate riesce infine a far ridere e a farsi amare. A Peppe Nappa dedichiamo questa Terra ca nun senti:
Maledittu ddu mumento / ca raprivi locchi nterra / nta stu nfernu / sti vintanni di turmentu / cu lu cori sempre nguerra / notti e juorno. / Terra ca nun senti / ca nun voi capiri / ca nun dici nenti / vidennumi muriri! / T / Terra ca nun teni / cu vole partiri, / e nenti ci duni / pi falli turnari. / E chianci, chianci / ninna oh! / E chianci, chianci / ninna oh! / maledittu sta cunnanna, ca ti nchiova / supra a cruci da speranza! Maliditti cu tinganna / prumittennuti la luci e fratillanza.
Maschere di una certa rilevanza sono note in Sardegna, diverse se presenti al Nord o al Sud dellisola dove rappresentano figure pi o meno legate alla natura dei luoghi; come ad esempio quelle di sughero dellIglesiente e quelle invece di legno pi dure della Gallura. Ancora pi arcaiche, forse dorigine pastorale magico-religiose risultano essere quelle dei Mamuttones tipiche del Carnevale Barbaricino di Mamoiada. Ricco di atmosfere suggestive, impreziosito da eventi come la sfilata appunto dei Mamuthones, personaggi arcaici rivestiti di pellicce danimale e maschere sul volto, cadenzata dal cupo suono ritmato dei campanacci, portati a spalla in gran numero dalle maschere che conferiscono ai danzatori un significato per niente casuale e tantomeno effimero:
Le maschere cupe, le loro movenze, i suoni lugubri che ne fanno da contrappunto, incutono rispetto e, al tempo stesso, metteno a disagio. Assistendo a una loro esibizione non difficile immedesimasi in quel lembo di antiche tradizioni che le stesse intendono e riescono ad evocare. (..) Le maschere a loro volta sono attorniate dagli Issokadores, questi sfilano senza campanacci indossando il costume tradizionale sardo e recano in mano una fune detta sa soca , con la quale riescono a catturare gli spettatori che a un certo punto vengono tirati al cospetto ravvicinato delle maschere, tra lo spavento e talvolta la paura che incombono. (F. S. Ruiu)
Recenti studi, coralmente recepiti, collocano lorigine delle maschere del Carnevale barbaricino nel tempo delle religioni misteriche e dei riti dionisiaci. Logico pensare che i riruali proposti siano quanto rimane di antiche manifestazioni propriziatorie sopravvissute nel tempo, legate alla fertilit e allalternanza delle stagioni. Anche Sa Sartiglia di Oristano, un tempo chiamata sortija, la giostra equestre pi affascinante della Sardegna tra cultura e tradizioni. Menzionata per la prima volta in documenti che risalgono al 1547, cos come giunta sino ai nostri giorni, da considerarsi come un pubblico spettacolo, organizzato allo scopo di intrattenere e divertire gli spettatori che ogni anno vi prendono parte sempre pi numerosi. La particolarit di questa sfida, che si differenzia da tutte le altre conosciute, racchiusa nella vestizione e infine nellindossare la maschera bianca che nasconde il vero volto di chi la indossa: su Componidori. L'espressione profonda di questa maschera trasforma su Cumponidori, lo rende inavvicinabile, inarrivabile. Da quel momento in poi, sino alla fine della corsa, il Cavaliere diventa un semidio sceso tra i mortali per dare loro buona fortuna e mandare via gli spiriti maligni. Alla fine su Cumponidori, vestito con in capo un cilindro nero, la mantiglia, una camicia ricca di sbuffi e pizzi, il gilet e il cinturone di pelle, sale sul cavallo che stato fatto entrare in una sala disposta a religioso silenzio per non innervosire la bestia, gli viene consegnata sa pipia de maju e, completamente sdraiato sul cavallo, esegue sa remada per passare sotto la porta ed uscire all'esterno, dove lo attendono gli altri cavalieri e una folla plaudente che subito inizia a benedire.
Con Pulecenella si dovrebbe aprire qui un capitolo a parte per la sua complessit storico-sociologica e filosofica del popolo napoletano. Cosa questa che rimando ad altra occasione non solo per ragioni di lungaggine dellarticolo, soprattutto perch con essa si entra prepotentemente nella storia del teatro popolare di piazza e non solo. Legata a origini pi antiche la maschera di Pulicenella un miscuglio di coraggio e cialtroneria, vanit e astuzia, alloccorrenza alterigia e ciarletaneria che ne fanno un esempio, o forse un modello della complessit umana. Ghiotto e insolente, arguto e gioioso, piacevole e impertinente, pazzerello e ciarliero, Pulecenella accoglie in s il sentimento pi profondo e oscuro dellallegria e della tristezza dellanimo partenopeo, misero e arguto al tempo stesso, che non conosce cattiveria infame e che pure, riesce a impietosire per un piatto di maccheroni:
P tutte so nu principe / p tutte no signore. / Solo per il mio pubblico / fedele servitore.
Ed ecco infine abbiamo ritrovato il nostro buonumore, come per incanto o per magia sotto il ritratto un po grottesco e un po burlone delle maschere popolari della tradizione italiana, siamo giunti alla fine di questo incontro con quei personaggi pi o meno noti e per certi versi cari. Alla fine altro non mi rimane che ringraziare e come un Arlecchino di fare a tutti voi (che mi avete seguito) linchino.
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