Pubblicato il 09/04/2017 18:02:35
Pasqua di Resurrezione. (ricerca etnologica e musicale per una festa)
Il nostro Dio nero. Nero di eterna bellezza, con grandi labbra voluttuose, capelli arruffati e scuri occhi liquidi. Forma darmonioso aspetto Egli , poich a Sua immagine siam fatti, il nostro Dio nero.
(poesia di E.E.G. Armattoe Ghana, tratta da Nuova Poesia Negra Guanda 1961)
Proiettati nella festitit cristiana dorigine ebraica della Santa Pasqua propongo lascolto di composizioni musicali estemporanee alla liturgia ufficializzata dalla Chiesa di Roma, ci nondimeno qui raccolte a testimonianza di un sentire religioso quanto mai vivo che accomuna molti popoli da un capo allaltro del mondo. ormai ampiamente accettato che le diverse popolazioni che trovano nella comunanza cristiana unautentica fonte di religiosit unificatrice, vogliano testimoniare a proprio modo e nella loro lingua dorigine la vocazione spirituale che laccompagna nella loro esistenza e, in certi casi dove sopravvivere assume una dimensione pressoch ardua, la loro sentita riconoscenza, con lofferta di canti di lode e inni penitenziali dedicati, desunti dalle loro pi aderenti tradizioni popolari in fatto di musica.
Evolutasi sulle stesse direttrici conformi alla realt cristiano-cattolica e conforme allutilizzo dei salmi, oltre ch suddivisa secondo i canoni costitutivi della tradizione liturgica che tutti noi conosciamo, la Messa di tipo etnico pone allevidenza un fare musica di alto contenuto spirituale. Quello stesso che in illo tempore deve aver forgiato le singole culture di tipo tribale, sia quelle riferite ad esempio alla cultura africana, che quelle presenti nelle difformi aree del bacino mediterraneo; sia quelle originarie di tradizione spagnola, sia quelle trasferite oltreoceano nel folklore latinoamericano. In ognuna delle quali si avverte il confluire di forme di acculturazione tardive, verosimilmente diverse che, in qualche modo, hanno trasformato gli individui, considerati fino allora attori casuali di una vicenda ad essi estranea, in protagonisti di una situazione storica che appartiene in primis a noi e alla sacralit del tempo. Il vasto processo di cristianizzazione avviato per secoli nei confronti di alcune popolazioni erroneamente ritenute pagane, ha spesso dato vita, in campo musicale, a simbiosi religiose qua e l caratterizzate da influssi linguistici dialettali-gergali destinati alluso quotidiano delle Missioni attive nelle aree di riferimento.
Le popolazioni del continente nero, qui prese ad esempio, pur vivendo esse in piccoli gruppi isolati e conoscendo poco o niente una lingua scritta, hanno saputo mantenere quellequilibrio, quasi perfetto, con la natura circostante delle origini, articolando la propria struttura tribale sulle indicazioni fornite loro dagli antenati, che infine gli ha permesso il riconoscimento duna esistenza spesa alla conservazione dei loro idoli ancestrali. Idoli che il culto cristiano ha spazzato via lasciando al loro posto non pi che maschere svuotate del loro contenuto sapienzale che hanno ereditato. Tutto ci che rimane dello spirito comune delle popolazioni africane, e che vaga da un continente allaltro, da una religione allaltra nella costante ricerca di un dio, sia esso cristiano o dappartenenza ad altro credo o ad altra confessione, purch garantisca loro una qualche forma, seppure coatta, di sopravvivenza.
. . . Sono di nuovo con me - Spriti del vento, oltre il riparo delle mani degli di vanno a nord ed est e ovest, guidati dallistinto. Ma per volere degli di Seduto su questa rupe Li osservo andare e venire Dallalba al tramonto, con lo spirito che urge di dentro
(essai da una poesia di Gabriel Okara Nigeria, tratta da Nuova Poesia Negra Guanda 1961)
La necessit spirituale della presenza di un dio rientra nelle prime necessit dellessere umano, da cui la credenza nella stregoneria o lappartenenza religiosa derivano da una stessa radice clericale; poich entrambe presuppongono la salvaguardia di quellequilibrio ideale che vede il bene opposto al male. Ne deriva che il dio africano acquista rilievo e corposit solo se inquadrato nel contesto antropologico-culturale del continente nero, della sua estensione geografica e delle diversit inerenti alle sue popolazioni. Dove gli di primigeni (pagani) mantengono connotazioni proprie: divine e magiche, superstiziose e animistiche. L dove il Cristianesimo, pur in mezzo a tanti contrasti e nello scontro in atto di diverse culture, ha finito per innestare una sua verit conciliante di pace.
* Quella stessa che possibile riscontrare nelle forme prevalse nella liturgia cristiana della Messa africana , dove il fatto religioso cattolico non annulla, n sovrasta la ritualit ereditata dalla tradizione (pagana). Anzi, questultima lo sovraccarica di vigore, onde lAfrica con i suoi strumenti, i suoi ritmi, le sue voci, i suoi battimani e le sue grida che viene in primo piano, regalando allascoltatore un evento rigoglioso di selvaggio brio. Proprio come in questo African Sanctus elaborato da David Fanshawe (CD Philips 1989), ricco di tamburi africani e percussioni rock; registrazioni dal vivo di cori tipicamente africani e mediterranei e voci soliste. Nel disco sono presenti brani liturgici come appunto il Sanctus elaborato sulla danza Bwala dellUganda; il Kyrie sulla chiamata alla preghiera e il Gloria ripreso dalla musica per matrimonio, di tradizione islamico-egiziana: il Credo dal Sudan; il Crucifixus dalla zona equatoriale; uno Chant sul Qui tuum esr regnum da una ninna-nanna Masai; e infine lAgnus Dei da una danza di guerra dei beduini del deserto del Sahara.
* Che dire in proposito, ce n da fare un riassunto culturale sulla musica africana; tuttavia in questa carrellata di ascolti non pu mancare: Missa Kongo abbinata in questo disco alla Missa NKaandu (LP Philips 1970), comunemente cantate durante le funzioni religiose nella regione del Kisanto a Sud di Kinshasa (Zaire), che testimoniano dellavvenuta interazione musicale zairota con lesperienza religiosa cristiana. Le due Messe, decisamente diverse fra loro, utilizzano i toni ritmici degli strumenti tipici e il necessario impeto delle danze tribali, cos come dai canti sorti dallimprovvisazione popolare. Luso prorompente delle percussioni sulle grida spontanee delle donne Biyeki-yeki nella Missa Kongo , interrotte da colpi simili a spari darma da fuoco tipiche delle popolazioni Bantu, suscitano, verosimilmente, quella sensazione di paura ch figlia dogni avvenimento trascendentale che scaturisce da un fatto magico , o comunque trasgressivo. Apprezzabile inoltre lintervento di seconde voci in alternanza alla voce solista di ispirazione tradizionale liturgica. La Missa NKaandu a differenza della precedente propone in alcune parti un effetto melodico di maggiore spessore pur non tralasciando la qualit ritmica accattivante. Ci dato dal fatto che si richiama alla drammaticit cerimoniale del sentimento cristiano. In special modo nella Prire Universelle, una sorta di canto piano davvero apprezzabile e molto gradevole allascolto.
Luragano sradica tutto intorno a me E luragano sradica da me fogli e parole inutili. Vortici di passione sibilano in silenzio. Sia pace sul turbine secco, sulla fuga delle bufere! Tu Vento ardente, Vento puro, Vento di bella stagione, brucia ogni fiore, ogni pensiero vano Quando ricade la sabbia sulle dune del cuore. Donna, sospendi il tuo gesto di statua, e voi bimbi, i vostri giuochi e le vostre risa davorio. Tu, distrugga la tua voce col tuo corpo, secchi il profumo della tua carne. La fiamma che illumina la mia notte come una colonna, come una palma. Avvampa le mie labbra di sangue, Spirito, soffia sulle corde della mia kora. Salzi il mio canto, puro come loro di Galam.
(poesia di L. Sdar Senghor Senegal - tratta da Nuova Poesia Negra Guanda 1961)
* La Messa a Yound, raccoglie documenti sonori del Camerun, detto per questo anche riassunto dellAfrica, qui si trovano presenti le varie caratteristiche del Continente Nero: islamismo, animismo e cristianesimo professati da oltre 200 gruppi etnici divesi, due lingue ufficiali, il francese e linglese, inoltre ai varie dialetti autoctoni. Le forme melodiche praticate sono molto vicine al modo gregoriano per quanto riguarda la liturgia cristiana, anche se sul piano melodico e ritmico, va detto, la musica europea mal corrisponde alle rigorose esigenze toniche, per esempio, del dialetto Ewondo, o alla vitalit africana. Diversamente accade per le influenze orientali portate senza dubbio dalle frange mussulmane del Nord di gran lunga superiori di quella cattolico-cristiana, fatto questo che, gi negli anni 60, alcuni studiosi tra folkloristi, sociologi, musicologi del Camerun si sono posti il problema dellafricanizzazione della liturgia cattolica. Ma infine stato lAbate Pie-Claudie Ngumu , gi maestro di cappella della cattedrale di Notre Dame a Yound, fondatore della Scuola Cantori della Croce dEbano, a passare dalla teoria alla pratica.
Ispirandosi ai testi biblici Padre Ngumu ha scritto quelli che oggi sono detti i Cantici di Ewondo, utilizzando una delle prinipali lingue vernacolari del Sud, dove pi influente il cattolicesimo, componendo sia la musica in stile africano; sia utilizzando strumenti originali tipici come il balafon, anche detto omvek, sorta di xilofono usato per il canto dIngresso e la lettura dellEpistola, entrambi basati su un movimento di danza tradizionale e fonte di vero divertimento dei fedeli. Nel prosieguo, la lettura del Vangelo con relativa predica invece inprontata sul suono dellarpa mvet tipica del Camerun, spesso mimata per una migliore comprensione dei suoi profondi significati. Lo stesso accade durante il Credo in cui lofficiante apre una sorta di dialogo con il Coro con la partecipazione dellintera comunit. Seguono il Kyrie e l Offertorio , durante il quale la Corale, fino allora limitata a seguire i movimenti ritmici dei tamburi e del tam-tam, si snoda in processione attorno allo spiazzo raccogliendo uomini, donne e fanciulli che, al tipico clangore di campane di metallo, recano sulla testa le offerte dei prodotti della natura che depongono davanti allaltare per la benedizione rituale.
Successivamente la processione si scioglie e il Coro riprende il suo posto, mentre alcune donne, piegate su se stesse, lanciano l oyenga (prerogativa delle sole donne), un urlo stridente che nellesaltazione generale, riveste molti significati esoterici, ma che, alloccorrenza, un semplice segno di ovazione, ripetuta in sequenza nell Alleluia e nel Canto finale che, come di consueto, appartengono allo schema latino ma che qui accrescono di colore e forza evocativa dal sapore gospel, con lintendimento di creare uno stato di ebbrezza mistica, coreograficamente assai eloquente: contorsioni, spostamenti repentini di lato, palme volte al cielo, uniscono in uno stesso slancio officiante, musicisti e pubblico. Il tutto raccolto in una registrazione dal vivo e prodotto nella collana Universo Folklore (disco Arion 1975).
* Missa Luba, pi volte riproposta da gruppi africani diversi, trova il suo originale nellesecuzione dei Les Trobadours du roi Baudouin che ne furono i primi interpreti nel lontano 1958 (disco Philips BL 7592). Trattasi di una Messa latina basata su native songs in puro stile congolese (ex Congo-Belga), costruita su ritmi percussivi e armonie (ninne-nanna, weddings, ecc.) rituali delle regioni Kasai e Kiluba, da cui il nome. Frutto dellintuizione del missionario belga padre Guido Haazen, fondatore e arrangiatore del Coro formato da 45 bambini tra i 9 e i 14 anni insieme a 15 insegnati del Kamina School che accompagn in una lunga tourne iniziata nella Sala Nervi nella Citt del Vaticano e prosegita nel resto dEuropa. Missa Luba indubbiamente la pi rappresentativa di tutta la produzione liturgica africana. Un piccolo capolavoro che ben riproduce lalto livello di interazione raggiunta tra i diversi popoli e le diverse religioni: tradizione-etnica e cristiano-cattolica.
Musicalmente parlando il senso di influenza reciproca raggiunto nelleliquilibrio perfetto che tutto sublima in una stessa delle parti: Kyrie, Gloria e Credo infatti, si svolgono secondo landatura inalterata dei canti kasala della regione Ngandanjika (Kasai) da cui provengono. Mentre il Sanctus e il Gloria sono costruiti su canti di addio/arrivederci tradizionali Kiluba; mentre Hosanna riprende il tempo di danza ritmica propria del Kasai, l Agnus Dei si basa su un canto popolare di Luluabourg. Va sottolineato che nessuno di questi canti stato finora trascritto nelle lingue originali, pertanto la bellezza di questa Missa Luba sta anche nel fatto che certi ritmi, armonie e abbellimenti scaturiscono dallimprovvisazione spontanea dei suoi componenti. Salutata come .. il pi significativo inno che le generazioni africane abbiano mai elevato al Dio non soltanto e necessariamente cristiano: un prezioso documento storico da sottolineare e da prendere come esempio, che ravviva la forza mistica di cui dotata la musica sacra.
Se quelli qui appena toccati possono essere considerati incredibili esempi di religiosit attiva nel mondo; sottolineare quanta strada si fatta fin qui nel campo della trasmissione e della conoscenza, ci non di meno possiamo sentirci forti di un sentimento che, per quanto oggi sia fortemente contrastato, pur ci permette di rinnovare la nostra adesione al fatto religioso e di viverlo intensamente. Ed forse proprio grazie alla spinta della ricerca etnologica che possiamo intraprendere la strada della concertazione e di uno stesso modus vivendi con le altre culture; con il recupero di quelle tradizioni popolari che al giorno doggi, e malgrado i contrasti inevitabili, non hanno mai smesso di far sentire il loro altissimo grido, levato in difesa di una unica identit da salvare, la nostra e quella di tutti quei popoli che giustamente riscattano la propria esistenza.
La liturgia cristiana come abbiamo avuto modo di leggere prevede lofferta dei doni della natura durante la Messa, cos come prevede anche la suddivisione dei prodotti della natura, trasformati in cibo, ai pi bisognosi affinch possano godere della gloria di Cristo con lo spirito colmo di quella gioia che nutre la fame. Questo per dire che alla fame va corrisposta unadeguata dose di sostentamento rigenerante per il corpo e per lo spirito. Allora ben venga la Pasqua che dopo i necessari pianti rituali di espiazione, si presta a proponimenti di gioia per la festa di Resurrezione e di ritorno alla vita. Questo in vero il senso della spiritualit religiosa proprio dello spirito comunitario della Pasqua affermatasi in Spagna agli albori del Medievo e che verr ripresa solo al tempo dei Re cattolici avvenuta durante il XV secolo, allorquando Santa Romana Chiesa esercit il suo pieno potere con linstaurazione del Tribunale Ecclesiastico, pi conosciuto come la Santa Inquisizione. Prima quindi che la religiosit popolare si trasformasse nelle tribolazioni edificanti delle Sacre Rappresentazioni a scopo esclusivamente penitenziale e nelle truculente Processioni per Settimana Santa, ed incendiasse i roghi contro la stregoneria, i giudei-sefarditi, gli zingari, i diversi e quantaltri che abbiamo appreso ad elencare dalle insanguinate pagine della storia.
Pagine dalle quali abbiamo anche appreso che una tale ferrea disciplina, per quanto dovesse essere accettata forzatamente da tutti, ci che avvenne nel lungo termine non senza trovare sul suo cammino molti ostacoli di carattere aconfessionale e quindi laico, riscontr un certo disaccordo con lallora potere regnante, di quelle frange dei vecchi cristiani che andavano soto il nome di Mozarabi, grazie ai quali gi attorno allAnno Mille dopo labolizione del rito da parte di Papa Gregorio VII nell XI secolo, avevano conservato la propria lingua mozarabica, (un continuum dialettale romanzo parlata nella penisola iberica da parte dei Cristiani nell'XI secolo e nel XII secolo), allinterno della loro secolare liturgia in comunione con la chiesa cattolica. In verit non poco si deve a quei a quei padri missionari che, giunti nei primi secoli della cristianizzazione della Spagna, incoraggiarono le popolazioni autoctone, compresi i nomadi zingari e zingaro-gitanos, a misurarsi con i canti cristiano-mozarabici durante le nuove funzioni liturgiche imposte loro. * La celebrazione della Messa Mozarabe nellinterpretazione dei cristiani che lhanno trasmessa, caratterizzata dal connubio di elementi ispano-gotici ed elementi di origine spagnola. Ci dovuto alla sua cristallizazione nel periodo della calata dei Visigoti in Spagna. In ogni caso ritenuta la liturgia toledana per eccellenza, essendo Toledo allepoca il centro di magior forza e vitalit della sua diffusione. Ma mentre nella Cattedrale veniva imposto il rito romano, un saggio compromesso permise al rito mozarabico di essere conservato nelle altre chiese. Gli esperti sono tutti daccordo sul fatto che lo schema della liturgia morarabe romano, quantunque essa presenti, come tutte le liturgie occidentali, elementi affini a liturgie orientali (bizantine). Alla liturgia Mozarabe attribuita la pi antica versione del Pater Noster nelluso proprio della cantillazione, una sorta di recitazione quasi intonata (derivata dalla maniera ebraica di cantare testi in prosa della Bibbia), fatta con voce nasale, usata dai cristiani orientali nella lettura dei testi liturgici. Ancor prima quindi della riforma gregoriana, il testo veniva eseguito nelle chiese spagnole durante loccupazione dei Mori, facendo in modo che questi non ne comprendessero il senso. Una certa eleganza formale proviene da un altro esempio ripreso dallantifona In pace come preludio corale al Salmo successivo:
Lumen ad revelationem gentium: et gloriam plebis tuae Istrael. Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace. Quia viderunt oculi mei salutare tuum. Quod parastiante faciem omnium populorum. Gloria Patri et Filio, et Spiritui sancto. Sicut era in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.
Quella registrata in questo disco venne eseguita dal Coro del Seminario di Toledo e del Collegio de Infantes diretto da P. Alfonso Frechel con una orchestra di elementi antichi, direttore Jos Torregrosa. Nota a parte: dopo aver ascoltato, il 15 Ottobre 1963, la Messa Mozarabe nella Sala Conciliare del Vaticano II, uno dei cardinali presenti afferm che era il rito pi bello che fosse mai stato celebrato nella Basilica di San Pietro.
* La Misa Flamenca costituisce una chiave di lettura di particolare interesse etnico e musicologico allinterno della tradizione liturgica Gitano-Andalusa. Si spesso detto delle possibili influenze indiane, ebree, arabe e bizantine che avrebbero concorso alla formazione del flamenco nel suo insieme. Va detto della profonda trasformazione che molti gruppi minoritari, che subirono o che tentarono di sottrarsi al terrore dellInquisizione con la fuga, o anche nascondendosi nelle cuevas (sorta di grotte nascoste fra le montagne), avrebbero apportata allinterno della religione cristiana. Fra questi gli Ebrei-sefarditi, mentre altri, come ad esempio i Gitanos, si convertirono al cattolicesimo ormai imperante, allorch migliaia di maestranze giungevano in pellegrinaggio da tutta Europa per lavorare alla costruzione dei grandi santuari di Montserrat, Barcellona, Toledo e di Santiago de Compostela, avviando quella che sarebbe poi diventata la grande tradizione liturgica della cattolica Spagna.
In quellepoca, la religiosit consolidata sul territorio, successiva ai primi canti sacri improntati sul gregoriano ed entrati in uso durante le grandi festivit stabilite dalla Chiesa Cattolica Romana, fecero la loro apparizione i primi villancicos cantati per la Nativit di Nostro Signore e ricreati sulle popolari canciones de cuna (ninne nanne popolari) e, verosimilmente in contrapposizione lineare con questi, si ebbero le lamentazioni funebri legate alla celebrazione della Settimana Santa che si officiava un po ovunque in tutta la Spagna con grande solennit, a cui partecipavano le masse con tanto di devozione e partecipazione pi o meno sentita. Siviglia in quanto considerata epicentro della tradizione araba e moresca nonch gitana e quindi miscredente, si adegu lentamente e straordinariamente produsse unalta espressione liturgica, forse la pi alta in assoluto con lespressione conosciuta della saeta, un canto religioso fortemente espressivo che in seguito venne accolto nel corpus del Cante grande, e che possiamo definire una specificazione dellanimo profondo del Cante jondo.
A sua volta elaborata nelle scuole di Jerez e di Siviglia sulle salmodie corali dei fedeli cattolici nelle processioni liturgiche. Le pi antiche e forse le pi belle saetas rimangono quelle lanciate, anzi scagliate appunto come una saetta, o anche come frecce in onore della Vergine Maria o al Cristo durante il sostare della processione, quando allinterrompersi della banda musicale che laccompagna, si crea un spazio liturgico espressamente dedicato al Cante. Lambiente dunque quello trecentesco del Medioevo che trover il suo completamento alla fine del Cinquecento, tempo in cui le celebrazioni per la Settimana Santa conobbero il loro apice nelle rappresentazioni della Passione. Quello qui sotto riportato un passo ripreso da una cronaca pi recente che ben ricrea lambientazione e lo svolgersi di una processione:
Nella mattina degli ultimi giorni stazionano nella Cattedrale (di Siviglia), varie Confraternite e Congregazioni recanti in solenne processione i rispettivi e meravigliosi pasos. Le Confraternite presenti sono in tutto 49 con complessivi 91 pasos, distribuite nei 6 giorni che compongono la Settimana Santa. I confratelli indossano ampie cappe e alti cappucci a punta con rispettivo stemma (di appartenenza) sulle spalle e sul petto. Impugnano lunghi ceri o pertiche con lo stesso stemma in cime. I gruppi statuari, montati su enormi palchi sorretti a spalla dai fedeli e stupendamente addobbati, rappresentano le vicende dellagonia e della morte di Cristo, come narrata nei Vangeli. Laccompagna la Vergine Maria lussuosamente vestita come persona viva, stringente nelle mani il fazzoletto o la corona, il petto trafitto da una o pi spade. Il Venerd mattina il turno della Cofradia de los Gitanos con due pasos entrati nella tradizione popolare.
Pasos che Antonio Machado ha incluso in una sua raccolta poetica:
Oh la saeta, el cantar / al Cristo de los gitanos, / siempre con sangre en las manos, / siempre por desenclavar! / Cantar de la tierra mia, / que echa flores / al Jess de la agonia, / y es la fe de mis mayores! / Oh, no eres t mi cantar! / No puedo cantar, n quiero / a ese Jess del madero, / sino al que anduvo en el mar! Oh la saeta, il cantare / al Cristo dei gitani, / sempre con il sangue nelle mani, / sempre per dischiodare! / Il cantare del popolo andaluso, / che tutte le primavere / va chiedendo scale / per salire alla croce! / Cantare della terra mia, che lancia fiori ( al Ges dellagonia, / ed la fede dei miei padri! / Oh, non eri tu il mio cantare! / Non posso cantare, n lo voglio / a questo Ges sulla croce / se non a quello che cammin sul mare.
Manuel Martinez Torner tuttavia non la include nel genere flamenco e la considera a parte come di un genere decisamente religioso per la sua caratteristica spirituale tipicamente occidentale. In pieno accordo con quanto riferisce padre Diego da Valencina che fa risalire la saeta alla lauda francescana, si tratta qui di un autentico grido pari a una frecciata che si leva improvviso e quindi inaspettato sopra la processione ad invocare il mistero che la liturgia contiene:
Vienes de los remotos paises de la pena. Viene dal remoti paesi della pena.
Recita con accorato pianto chi effettua il lancio della saeta, riportando alla mente il Pianto della Madonna di Jacopone da Todi, per quanto non manchino attribuzioni a pi antichi riti pagani. Su questo stesso terreno fortemente impregnato di religiosit si formata nei primi anni 60 lidea di una Misa flamenca moderna in stile flamenco che rispondesse alle esigenze del popolo andaluso. La sua celebrazione, in quanto avvenimento rituale che esprime un mistero ha riscaldato gli animi dei Gitanos che infine ne hanno cristianizzato il senso in una performance di intensa drammaticit. La Misa trasposta nelluso interpretativo del flamenco, in quanto: ..evocazione di un atto storico unico e manifestazione di un fatto che permane nelleternit al di l dellumana capacit di comprendere e rappresentare; trova la sua originalit nellutilizzo di elementi dispirazione gregoriana e reminiscenze della pi antica polifonia spagnola, connessi con temi gitano-andalusi, trascritti per loccasione da solisti impegnati alla chitarra e cori misti. Ma stato infine il ricorso fatto alla saeta che nel momento pi alto dell eucarestia lha accesa di interiorit carnale, quasi da ricondurla alla trascendenza pagano-naturalista (e umana) delle origini.
Non stato facile adattare la Messa in spagnolo alla metrica fisica del canto flamenco scrive Antonio Mairena co-autore di questa suggestiva Misa Flamenca in quelloccasione: non v espressione drammatica pi graffiante della seguiriya; non c alcun cantico che eguagli la serenit della malaguea; n alcuna spiritualit potr mai essere comparata a quella della sole. In questo lavoro di trasposizione della prosa in versi, noi abbiamo cercato di rispettare alla lettera le parole sacre. Il rimanente venuto da solo e molto dovuto allesperienza e alla tradizione del Cante.
Non un caso che allinterno della Misa flamenca ritroviamo alcuni dei canti che hanno dato forma al corpus del Cante gitano-andaluso. Ma ancora e soprattutto la struttura austera e ieratica del Cante jondo a sovrastare lintera partitura della Misa pur rispettando lordine della sequenza ufficiale: Introito, Gloria, Kirye, Credo, Sanctus, Agnus Dei. In quanto frutto di unautentica espressione artistico-musicale la Misa flamenca trova la sua affermazione nellambito della moderna religiosa spagnola la cui salda continuit lha accolta nella tradizione, in quanto sintesi di una perfetta fusione del fatto religioso con la tensione drammatica espressiva del Cante. Esattamente cos come lhanno vissuta i suoi esecutori in prima persona e tutti coloro che assisterono al suo rito, registrata dal vivo il 29 Giugno 1968 nella Chiesa del Barrio A del poligono di San Paolo a Siviglia. (presente su disco Philips 843.126 sul lato opposto alla Misa Mozarabe):
La piazzetta di Santa Ana era il cuore del flamenco di Triana. Giungeva fin l il suono metallico del martello sopra lincudine, e si univa al rintocco della campana che chiamava al tempio. Un gitano, Manuel Cagancho, cre al ritmo di questo suono un canto per seguiryas che ora figura nella Misa Flamenca. Nella preghiera e supplica del Kirye, leco profondo della malaguena imprime la sua andatura con reminescenze del canto gregoriano. Il Gloria, cantico di esaltazione e allegria per la presenza di Dio sulla terra, si fa solenne e rispettoso sulleco del romance gitano. Landatura grave nel lamento della petenera serve a introdurre il Credo, mentre per il Sanctus usata la sole; laccordo della chitarra introduce la ton, la debla e il martinete che si fanno preghiera. Lunione sublime del Padre Nostro con il sangue e la carne del Figlio di Dio medesimo nellatto solenne dellAgnus Dei invece affidato alla seguirya gitana nello stile pi puro del Cante jondo: ..se ha puesto de rodillas y vibra y reza canta y llora.
Leco profondo della malaguena tradizionale qui trasposta nella forma del Kyrie sulla reminiscenza del canto gregoriano:
Dime donde ba allegar. / Este querce tuyo y mio. / Dime donde ba allegar. (..) / Yo cada dia te quiero mas. / Que Dios me mande la muerte. Dimmi dove ci porter. / Questo amore tuo e mio. / Dimmi dove ci porter. (..) / Mentre io tamo ogni giorno di pi. / Spero che Dio mi mandi la morte.
Un tema, questo della morte, che ritorna spesso nella letteratura e nella canzone ispirata dei Gitanos, ma qui siamo di fronte a un fatto musicale che esula dalla semplice operazione colta sul folklore che possiamo facilmente abbinare allimpatto della tradizione spagnola come espressione singolare dei Gitanos che ha fatto del flamenco e in particolare della Misa un momento trainante e accomunante che si poi imposto sulle diverse culture presenti sul territorio in quanto punto ideale delle diverse culture indiana, ebraica, araba e bizantina ma soprattutto cristiana, qui confluite come per un encuentro ormai avvenuto con il popolo gitano-andaluso e il resto del mondo.
* Composta da Ariel Ramirez negli anni che vanno dal 50 al 63 come unopera per solisti, coro e orchestra accompagnati da strumenti tipici delle popolazioni latino-americane, la Misa Criolla denota con estrema originalit una simbiosi di intenti musicali diversi, realizzati grazie alla perfetta combinazione di temi religiosi ed elementi folkloristici ripresi da ritmi e forme musicali proprie della sua terra di appartenenza: lArgentina. Forme che riprendono musicalit proprie molte popolari, come ad esempio il carnavalito, qui utilizzato come forma di esaltazione del fatto liturgico. La Misa a tutti gli effetti una Messa cristiana come la interpretiamo oggi, seppure con inserimenti popolari legati alla tradizione ispano-americana in cui Ariel Ramirez ha saputo conciliare il fervore religioso con lelemento folklorico dando ad ogni sequenza della messa un elemento di originalit: Il Kyrie apre la messa con i ritmi della vidala e della baguala, due forme espressive rappresentative della musica tradizionale creola argentina; il Gloria accompagnato dalla danza argentina del carnavalito, segnato dalle note del charango; il Credo invece, scandito dal ritmo andino della chacarera trunca; il Carnaval de Cochahamba, tipico della tradizione boliviana, fa da contorno al Sanctus, mentre infine, l Agnus Dei conclude la messa sullo stile strumentale usato della Pampa argentina. Bella e gradevole allascolto la Misa Criolla raccoglie in se il pacato spirito del tempo che si aggira sulle Ande. Uno spirito stranamente dimesso, quasi sussurrato, che potremmo attribuire al vento, se non fosse che proprio questultimo a trasportarlo attraverso la Cordigliera che attraversa tutta lAmerica Latina fino agli estremi della Patagonia.
Quello stesso spirito che fa vibrare le corde degli strumenti e ottunde le pelli delle percussioni, cos come risveglia i semi contenuti nelle zucche sonore utilizzate per i ritmi-a-ballo durante le numerose feste che si tengono un po ovunque, dai piccoli pueblo arrampicati sugli altipiani alle ciudad delle vallate, ai villaggi dei pescatori che coronano le coste. Per quanto, tuttavia, uno spirito allegro, espressione di forme musicali puramente folkloriche caratterizzate dalla presenza di strumenti e ritmi tipici della tradizione popolare latino-americana che sintrecciano con i temi della tradizionale messa religiosa.
Racconto sulla nascita di "Misa Crolla" di Ariel Ramirez 1964. Nel 1950 presi una nave che, dal porto di Buenos Aires mi avrebbe portato nel continente europeo. Genova fu il luogo in cui, per la prima volta, posi i piedi su quelle terre. Il mio proposito era quello di lasciare un messaggio sulla nostra musica per mezzo del mio piano e aspiravo a porre al centro di quella illusione la citt di Parigi. Per un invito da parte di un amico di infanzia, Fernando Birri, mi devi a Roma nellottobre dello stesso anno. Da qui inizi una serie interminabile di avventure con diversi pianoforti diversi nuovi amici ed uninfinit di nuovo pubblico. Nei quattro anni in cui restai a quelle latitudini il mio domicilio fu Via della Lungara 229, nel cuore trasteverino di Roma.In quel periodo, con la mia musica, percorsi in lungo e in largo l'Italia, l'Austria, la Svizzera, la Germania, l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia, la Spagna, ecc. in un costante andare e venire, che mi riportava comunque e sempre a Roma. In dignitosa povert alloggiavo in alberghetti, collegi religiosi, conventi, ospedali, case di amici, Universit, dove cento mani cattoliche si tendevano per aiutarmi.
Dal secondo anno in avanti il mio lavoro cominci ad avere una certa continuit ed il numero di citt interessate a conoscere la mia musica si ampli notevolmente. Ripetutamente tornai in molte di queste citt come Londra, dove stipulai contratti con la BBC, interessata affinch un mio programma radiofonico si diffondesse nel Latinoamerica. Alla stessa maniera stipulai contratti con Universit come quella di Cambridge, di Utrech, di Delf, di Santander oltra a societ concertistiche e di teatro. A poco a poco stavo convertendomi a questo mondo che lentamente si andava ricostruendo dopo la guerra. Tutti i miei profitti furono resi possibili grazie all'aiuto ricevuto da esseri umani straordinari che contribuirono non solo alla mia formazione culturale, ma anche alla mia crescita spirituale. Sapevo di dover trovare una forma di ringraziamento per tutto questo.
Un giorno del 1954, pi o meno nel mese di maggio, a Liverpool, non potei resistere alla tentazione di prendere unaltra nave: la Highland Chefstein, questa volta diretto a Buenos Aires dove mi attendeva mia figlia di cinque anni ed i miei genitori che superavano la settantina. Ero convinto che in due mesi sarei tornato nei luoghi dove avevo deciso di stabilirmi per sempre, per il destino mi avrebbe riservato tutto un altro percorso. Su quella nave che attraversava l'atlantico verso il sud, non potei fare a meno di ricordare tutta la solidariet umana, tutto l,amore che avevo ricevuto da parte di persone sconosciute con cui potevo appena comunicare per l,ignoranza reciproca della lingua. Mi commuoveva il pensare che quello che avevo ricevuto era esclusivamente dovuto all,amore di queste persone per la mia musica e per la mia persona, finch compresi che l'unico modo che avevo per ricambiare quelle persone era quello di scrivere in omaggio a loro un opera religiosa. Per non sapevo in alcun modo come realizzarla.
All'arrivo in Argentina tutto mut nella mia vita: la mia carriera si andava affermando e le mie canzoni a diventare molto popolari; con il tempo l'Europa si allontan, per il mio pensiero continuava ad essere concentrato su quell'idea sorta in mezzo all'Atlantico. A questo scopo cominciai a cercare e raccogliere informazioni e fu cos che, in prima istanza, conobbi Padre Mayol, che mi pass una serie di poemi di carattere religioso di un religioso del Nord dellArgentina perch li musicassi. In seguito incontrai Padre Antonio Osvaldo Catena, mio amico di giovent a Santa Fe, la mia citt natale. Padre Catena contribui realmente a trasformare il mio iniziale proposito, una canzone religiosa, in un idea che aveva dell'incredibile: la realizzazione di una messa con ritmi e forme musicali della nostra terra. Padre Catena, nel 1963, era Presidente della Comisin Episcopal Para Sudamrica, incaricata di realizzare in spagnolo la traduzione del testo latino della messa, secondo le direttive del Concilio Vaticano del 1963 presieduto da SS Paolo VI.
Quando ebbi terminato i bozzetti e le forme dello spartito della messa, lo stesso Catena mi presento a chi, con straordinaria erudizione avrebbe realizzato gli arrangiamenti corali dell'opera: Padre Jes Gabriel Segade. Quest'anno, insieme, abbiamo celebrato, i 30 anni di Misa Crolla: tre decadi di amicizia. Questo il racconto della nascita della Misa Crolla. Quando la sua composizione fu conclusa ci sentimmo di dedicarla ad otto amici, i cui nomi rappresentano in qualche maniera tutta la serie di care persone che mi avevano aiutato generosamente durante quegli anni cruciali della mia giovent. Queste persone sono: Padre Avelino Antuńa (Argentina), Hnas, Elisabeth e Regina Bruckner (Germania), Ruth Hope (Germania), Herbert Koch (Germania), Maya Hoojvel (Olanda), Padre Wenceslao Van Lui (Olanda), Mauricio Sillivan (EE.UU.)
Un'opera musicale richiede - per essere conosciuta - una trasposizione concreta. Con questo sentimento noi possiamo gi dare la giusta dimensione al nome del Direttore della Philips, Massimo Wijngaard colui che rese concretizz il mio suono e contribu alla sua realizzazione con un entusiasmo fuori dal comune, una volta superato il suo pi forte interrogativo: "Maestro, chi comprer mai una Misa Criolla?" (n.d.r. di quella Misa Criolla furono vendute 12 milioni di copie).
Nello spito della lingua latino-americana utilizzata nella sequenza della Misa mi piace qui chiudere con un testo in lengua del poeta spagnolo Pedro Salinas:
Los cielos son iguales.
Azules, grises, negros, Se repiten encima del naranjo o la piedra: nos acerca mirarlos. Las estrellas suprimen, de lejanas que son, las distancia del mundo. Si queremos juntarnos, nunca mires delante: todo lleno de abismos, de fechas y de leguas. Djate bien flotar sobre el mar o la hierba, inmvil, cara al cielo. Te sentirs hundir despacio, hacia lo alto, en la vida del aire. Y nos encontraremos sobre las diferencias invencibles, arenas, rocas, aos, ya solos, nadadores celestes, naufragos de los cielos.
(poesia tratta dalla raccolta La voce a te dovuta Einaudi 1979).
BUONA PASQUA a Tutti Voi.
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