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Dire Salute! non è educato. Ovvero...

di Maria Musik
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Pubblicato il 13/06/2010 13:57:43

Dire "Salute!" non è educato. Ovvero: cronache di normale malasanità.

Premessa.
Credo sia giusto rivolgermi a quanti, fra i lettori, esercitino la professione medica od infermieristica. So bene che fra loro vi sono persone degne, umane e professionali. Ma posso assicurare che quanto narrato non è frutto di fantasia o stereotipo.
Ogni riferimento a fatti e persone è voluto perchè i fatti raccontati sono realmente accaduti.


Anime perse nei corridoi degli ospedali, pietiamo i nostri diritti a testa bassa, trascinando le catene della malattia e del dolore, sperando che il loro patetico rumore infastidisca gli dei in camice bianco ed i loro illegittimi figli verde acqua che, in nome della nobile parentela, ardiscono beffarsi degli uomini. Varcando la soglia del nosocomio, negli occhi l’illustrazione di Gustave Doré, sapevamo bene che per quella porta s’entrava in Dite: abbiamo lasciato la nostra identità nel portaombrelli perché non sgocciolasse qua e là, indispettendo i Signori della Cura preoccupati di scivolare e cadere in un’imbarazzante pozza d’umana pietà.
Da quel momento in, poi, si cambia registro di comunicazione: per prima cosa il “lei” è abolito. Non fraintendiamo. Non siamo in Inghilterra. Tutti ci daranno del tu mentre noi continueremo ad usare la terza persona di cortesia. Inoltre, è bene ricordarsi che i vocativi muteranno: gli anziani saranno apostrofati con “nonné”, i giovanissimi con “regazzì”; per le donne di età media variano a seconda dei casi: “cocca mia”, ”bella”… Per una sorta di parità di genere, questi ultimi valgono anche per i maschi. In corsia, si cambia ancora: vocativo e cognome sono sostituiti con il numero del letto o, nel peggiore dei casi, con la patologia da cui si è affetti.
“Mi scusi?”
“Che nun sai legge'? C'è scritto de nun sonà”
“Ma al Pronto Soccorso mi hanno detto mio padre è stato ricoverato qui da voi. Devo lasciare i suoi effetti personali”.
“Ma chi er “21”, quello co’ l’infarto? O er nonnetto che se deve rioperà?”.
“Sì, il signore anziano che deve ripetere l’impianto del pacemaker”.
“Allora è er 34. Ultima stanza. Solo cinque minuti!”.
“Grazie, la ringrazio tanto”.
“La borza la metti nell’armadietto, quello voto. Basta er piggiama. Le mutanne riportale che tanto cià er pannolone, che più robba lassi più se ne rubbano”.
“Ma come, scusi? Mio padre non è incontinente!”
“Cocca, mica che potemo core ‘gni vorta che je scappa! Semo solo in tre e ciavemo du’ mano!”
Ingoio, come fosse fiele risalito, la voglia di prenderla per i verdi baveri della casacca e sussurrarle, a mezzo centimetro dal viso, guardando proprio dentro quei due occhietti cattivi:
“Per intanto me chiami S i g n o r a perché nun so tu’ sorella e n’avemo mai magnato ‘nzieme. E, poi, Cocca, mo vai de là, je levi quer cazzo de pannolone e je rimetti le mutanne, si no prima te meno e, poi, chiamo li carabbigneri! E, domani, scrivo a tutti li giornali e je ricconto quanto fate schifo!”
Ma, purtroppo, sono una persona civile e, soprattutto, perfettamente conscia che, quando me ne sarò andata, mio padre resterà loro ostaggio.
D’altra parte ci sono passata anch’io: “Partorirai con dolore, figlia di Eva” fu scritto. Si vede che avevano già inventato gli ospedali e le Regioni! Quando sei in sala travaglio ognuno che entra, tira via il pietoso lenzuolo che ti copre e, dopo aver detto la fatidica frase “Vediamo a che punto sei”, ficca dentro minimo tre dita e spinge. I medici li riconosci dal camice bianco, gli altri… mah… ostetriche, infermieri, tutti uguali: potrebbe essere pure l’inserviente che vuole giocare a fare il dottore. Quello che capisci in fretta è che la tua vagina è un’acquasantiera: chiunque entra, ci mette una mano!
E, comunque, non c’è bisogno di un ricovero per capire al volo il meccanismo. Basta recarsi in ospedale per banalissime analisi del sangue. Il medico di famiglia e lo specialista ti hanno detto che non si fidano dei centri convenzionati e, poi, perché pagare di più quando c’è il servizio pubblico? Così vai. Prima c’è il CUP. Fai la fila presso la macchinetta per prenotare il turno di accettazione, quindi, passi nel gruppone che aspetta, davanti al display, che esca il numero tanto atteso: se riesci a fare Bingo in un’oretta, sei fortunato.
La signorina al di là del vetro è palesemente scocciata (ne ha parlato per venti minuti con i colleghi, al di là del vetro, lasciando che il contatore facesse le ragnatele), perché ha dovuto sostituire un collega malato e è stata costretta al turno doppio. Tu la capisci: con tutti i tagli sulla Sanità. Ma lei, ahimè, non capisce te. Quel vetro che vi divide è antiproiettile e antisuono.
“Per cosa fa gli esami?”
“Amenorrea.”
“COSA? PARLI PIÙ FORTE!”
“AMENORREA”
Ritorna a guardare il monitor e a far ticchettare le dita inanellate sulla tastiera.
Si blocca, di nuovo.
“Qui ci sono dosaggi ormonali. Ha le mestruazioni?”
“No”
Parli più forte!”
“NOOOOOOOO; STUPIDA OCA IGNORANTE: AMENORREA VUOL DIRE ASSENZA DI FLUSSO MESTRUALE!”.
Ma, ovviamente, questo accade solo nella tua testa: in realtà ti limiti a negare a voce più alta, perché ti hanno insegnato che non è educato urlare ed offendere, anche se provocati. Nel frattempo,ovviamente, dietro la linea di cortesia atta a garantire la privacy, ci sono almeno venti persone che oramai conoscono il tuo codice fiscale, il tuo stato di salute nonché quello della tua fertilità svanita. O, dimenticavo: sanno, anche, che hai pagato € 55,20 per fare analisi del sangue… già, quelle che il centro privato dietro casa avrebbe eseguito per l’esorbitante cifra di € 60,00, con un’attesa media di quindici minuti.
Ti avvi verso la sala prelievi: non ci sono indicazioni. Grazie al cielo, una folla di rassegnati habitué, ti indica la giusta direzione. All’accettazione ti è stato comunicato di tenere il “numeretto” assegnatoti dal dispenser perché è quello con cui verrai chiamata. Stanno facendo passare il paziente 28. Guardi lo stazzonato fogliettino che hai fra le mani insieme a tre ricette, due ricevute, un foglio per il ritiro, uno per l’eventuale delega a terzi ed uno per l’ospedale, alla faccia dell’informatizzazione dei dati e della deforestazione globale. Sei il numero 78. Rapido calcolo mentale: sullo scontrino c’è l’ora di ritiro dal distributore automatico, ore 08:24:00. Per fare la pratica hai impiegato circa un’ora perché erano aperti solo due sportelli. Nell’ambulatorio ci sono quattro persone addette ai prelievi che sono in servizio dalle 07:30:00. Come è possibile che alle 09:25:31, siano stati effettuati solo 28 esami? Una simpatica, anziana signora mette subito a tacere le tue elucubrazioni matematiche.
“Aho! E, che famo? È da più de n’ora che quella poraccia s’è ‘ntesa male. Ariva sto dottore o no?” Una signora, che parla un perfetto italiano ma con uno spiccato accento calabro, risponde:
“L’avete rivoluto il Duce? E adesso, aspettiamo senza tante storie, che con tutto questo urlare creiamo ancor più disagi”.
Un corpulento signore interviene:
“Si era mi madre, avevo fatto venì giù puro li Santi, antro che er dottore! Stamo sotto al Pronto Soccorso: che je ce voleva a scenne, l’invito?”.
Poi, si avventa sulla porta e bussando a gran forza, urla:
“Allora? Nun ce sentite da ‘sta recchia?”.
Una voce da dentro:
“Nun è corpa nostra se er medico nun scenne: c’avrà le urgenze”.
La porta si dischiude cosicché tutti si possa vedere la donna, cerea, la mascella contratta come nei morti, inerte sul lettino con accanto la figlia in lacrime.
Di fronte alla scena il popolo insorge. Il popolo ha un cuore, non è come la casta.
“Ancora stamo così? E mica potemo sta qui tutta la matina!”
“Ma basta. È due ore che aspetto. Portatela via!”
“Se uno non regge la vista del sangue, non dovrebbe accompagnare!”
Finalmente, una giovane signora, indignata, si rivolge all’Erinni:
“Ma cosa dite. La signora è svenuta qui, nel corridoio. Ci saranno almeno 30° e non c’è aria!”
“Si uno sta male, cara Signora, se ne resta a casa e non viene a creare problemi alle altre persone!”.
Dopo una lunga serie di sbuffi e commenti, cala il silenzio.

Mi lascio andare a fantasie morbose, in barba agli insegnamenti della mia povera nonna che ripeteva sempre che il male non si augura a nessuno. Immagino che tutta la Giunta Regionale, con a capo il Presidente, cadano in disgrazia, perdano ogni favore e prestigio, vengano colpiti da morbi vari e siano costretti a rivolgersi come anonimi, comuni ammalati alle loro strutture pubbliche.
“Ahchoo!”
Meccanicamente, mi rivolgo al ragazzo che ha starnutito:
“Salute!”
L’attempato gentleman seduto accanto a me, mi confida a voce bassa: “Ho letto che dire <<Salute!>>, non è educato.”
Comincio a ridere. E rido, rido, rido… sino alle lacrime.
Ancora piango!

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