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.Canto dell’amore e dell’assenza.

di Benny Nonasky
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Pubblicato il 07/06/2024 15:51:41

Dopo le nuvole

deflagra il sole

deflagra il sole

ed è nitidezza.

 

Certo: basterebbe sfiorarti con gli occhi,

immaginarti in una scheggia di vetro,

costringere Omero alla computa direzione,

valicando onde e superflui assassini

e consegnarmi a te,

da nome a nome;

sostanze che si avvolgono alla sera

e piangono.

 

Piangiamo piccoli rospi e sentimenti.

Piangiamo.

 

Una volta, quando gli ingranaggi

non si perdevano tra le voci,

c’era luce nella stanza.

E nella foresta dietro la finestra

dei bambini.

E nei bambini un continente.

E quando i fiumi scendevano a valle:

ecco il Pianeta verde,

ecco il Pianeta mare

nell’incastro d’un bacio;

quasi come sfiorarsi;

quasi averti.

 

In questo tripudio di elementi semplice

si è accasciato corposo il buio.

Costruisce ciminiere intorno al corpo

il buio.

E la foresta collassa.

Senti che sta salendo

destabilizzando la meccanica cardiovascolare:

ogni ordine, ogni sussurro nel castello sospeso –

entrare nelle tue camere, ascoltare il tuo sonno

dirti a mezza voce

che sto cadendo se sono nel vuoto

se non accendi il fuoco dei tuoi occhi

sto cadendo dov’è corposo il buio

e sale fumo a nascondere il cielo

così dissolto in altro e altrove

furioso, criticando il dolore del rimpianto

salivando odio sulla mia bocca livida

divorata da ciò che sei e non ho

se non accendi il fuoco dei tuoi occhi.

 

Mi sarei dovuto soffermare di più

sui dettagli e impazzire:

distruggere la stanza,

motivare qualsiasi dialogo assopito nella vita.

Correre tra gli scogli.

Non irrigidirmi.

Galleggiare pur sentendo il silenzio

che falcia intorno un’eternità e noi.

Disperato. Piangendo.

 

                           Piangiamo piccoli rospi e sentimenti.

                           Piangiamo.

 

Io asciugo il tempo

e deflagra il sole sui corpi infelici.

 

Tu apri ogni via di fuga.

Tu chiudi ogni via di fuga.

Tu abiti in me.

Tu abiti oltre.

 

Non sei penna o luna:

mi sto stringendo al petto un’assenza.

 

Salite. Salite bambini

e portate in cielo il fuoco dei suoi occhi.

Lasciate che incendi qualsiasi artificio

e sia alimento per ogni strato comportamentale.

La foresta deve tornare a parlare.

La foresta deve continuare ad avvolgerci.

 

Bambini, c’è sempre la sua voce

a trafiggere gli ingranaggi del cuore.

Lei non conosce malinconia.

Le sue foglie sono montagne innevate

che il vento sconvolge

e armonizza

e tremo.

 

Bambini, io faccio fatica a non impazzire:

 

ho visto ogni giorno il mondo accasciarsi

davanti ai suoi occhi

e piangere.


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