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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Una storia qualunque

di Giuseppe Bisegna
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Pubblicato il 12/03/2008

Non saprete mai il mio nome, nessuno lo verrà mai a sapere, nemmeno dei collaboratori, perché non ne ho avuti, certe cose vanno fatte da soli è l’unico modo per non essere scoperti, da solo sei insospettabile e nessuno può tradirti.
Ho calcolato tutto nei minimi dettagli, ho riveduto decine e decine di volte tutto, le cause e gli effetti; a parte un benevolo shock sull’opinione pubblica e qualche titolone sui giornali, tutto filerà liscio come l’olio…almeno fino a questo momento, tutto è andato assolutamente bene, a riprova che il mio piano è perfetto!
Le cose più sono semplici e meno danno problemi!
Sono quarant’anni che ci lavoro su, ho settantadue anni, ma me li porto bene, diciamo che la fatica non mi ha mai ammazzato!
La guerra me la sono fatta di striscio, ma la paura, quella, la ricordo bene, sul volto di mia madre e nel ricordo di un padre che non c’era più.
Con molti sacrifici mi sono dato allo studio, una sorta di studio autodidatta, andando a cercare le cose che mi interessavano e dalle quali trovavo soddisfazione, sviluppando sin da subito una visione critica delle cose, di tutte.
A scuola facevo il giusto per andare avanti, già all’epoca, da giovinetto, cominciai a rendermi conto che la scuola ti insegna quello che qualcuno vuole che ti sia insegnato, gli amici, e soprattutto i nemici, te lo dicono loro chi sono, chi devono essere, la mente di un ragazzino è una tabula rasa su cui puoi scrivere di tutto, cosi come una tabula rasa lo era il paese appena uscito dalla guerra, c’hanno potuto scrivere di tutto.
Quando guardo i giovani e la scuola di oggi, penso che ci sono riusciti nel piano di rincoglionimento sistematico, hanno studiato tutto molto bene, ma di me… non hanno mai sospettato.
Poi è venuto un periodo di benessere, ma è stata una cosa effimera, un po’ come il gioco della carota e del bastone, il popolo cominciava ad essere intraprendente, libero, spensierato, sicuro, e questo non andava bene, non va bene, il popolo va sempre tenuto all’insicuro, la paura deve essere sempre presente in qualche modo, la paura è una grande macchina di controllo, la casta sacerdotale lo aveva capito da svariati anni.
Ancora oggi mi viene un amaro sorriso quando un bambino viene azzannato da un cane, quale più ghiotta occasione – così come le altre- ! Eserciti di pseudo-giornalisti sguinzagliati alla ricerca di tutti i cani che mordono bambini, per sviare l’attenzione pubblica dagli inganni e dai problemi seri; bisogna creare e cercare di mantenere con ogni mezzo possibile la disattenzione pubblica, perché quando sei disattento riesce più facile che le cose ti passino sotto il naso, senza che te ne accorga, e spesso sono quelle cose, che se il popolo stesse un minimo attento col cavolo che le permetterebbe.
La situazione non poteva reggere, cosa fare? Vennero gli anni di terrore, si crearono parti e controparti che si ammazzavano in strada fra loro, aizzate da chi poi andava a cena assieme, quante mangiate mi sono fatto anche io con quei personaggi. Si gozzovigliava fino a tardi e ci si metteva d’accordo su cosa dirsi l’indomani l’uno contro l’altro, per alimentare le rotative; sembrava come stare nei camerini di un teatro, si sceglieva la parte, la si imparava e la si recitava sul palco dei media.
E intanto fior di gioventù si scannava credendo chissà in cosa.
Il piombo era nei cuori di quei oscuri signori dietro le quinte, non in strada.
Ma torniamo a me, nel frattempo ero diventato ricco, molto ricco, li conoscevo tutti uno ad uno e a tutti facevo favori e loro in qualche modo dovevano ricambiare, ma io non chiedevo mai, li avrei tenuti sempre in caldo.
Spaziavo dal più piccolo segretario, al ministro, all’alto prelato; sapevo tutto di loro, delle loro bassezze, ero anch’io uno di essi e la cosa mi stava bene, era il mio mondo, la mia vita, ero fortunato in fondo!
Dapprima non sembrò una cosa tragica, poi man mano mi resi conto che la discesa era stata imboccata; quando cominciai a vedere che nei punti chiave venivano posizionati gli inetti e gli incapaci, perché questi te li giochi come ti pare, sono facilmente manovrabili; le persone con la testa sulle spalle sono quelle pericolose, se ad un certo punto una cosa non gli va o cominciano a farsi degli scrupoli, fanno di testa loro e non sia mai! La testa eravamo noi, loro il braccio per i nostri vigliacchi giochi.
Non perdevo la minima occasione, mondana e non, per ingraziarmeli, i modi più semplici erano: dire sempre ciò che loro volevano sentire e spillare soldi a volontà.
Davo feste in continuazione nelle mie ville, sulla mia barca, finanziavo di tutto, dalla mostra d’arte più insulsa all’iniziativa falsamente benefica.
Ad un certo punto della mia vita qualcosa cominciò a cambiare, la notte non dormivo più, avevo sempre un peso sullo stomaco, cominciavo a commuovermi per delle sciocchezze.
Un giorno decisi che avrei cambiato le carte in tavola, sarei stato io il “deus ex machina”, avrei dato uno scossone a questa acqua putrida e ristagnante; niente sistemi “democratici”, loro giocano pesante, anch’io dovevo farlo.
Mi posi il problema anche con Dio, ciò che maturava nella mia mente mi imponeva di farlo.
Avrei eliminato il cancro una volta per tutte; non sto qui a sciorinarvi tutti i dubbi che mi sono posto e che mi prendevano allo stomaco, alla fine mi convinsi di avere ragione, dovevo fare del male… per abbatterne uno più grande, la cosa vi sembra risaputa eh? Beh ci credo! Ma se per un giorno, per un solo giorno aveste potuto udire cosa quei signori, con quale facilità e con quale leggerezza macchinavano alle spalle di un popolo ignaro e ingenuo, senza dubbio sareste giunti alle mie conclusioni.
Il piano cominciava, invitai tutti coloro che muovevano le fila, le menti, quelle toste, quelle che dirigono e che mi credevano grande amico, ad una delle solite feste sfrenate che ero uso a dare, sulla mia nuova nave.
Tutto venne fatto nel massimo riserbo, d'altronde tra di noi le cose si facevano sempre cosi, il popolo non sapeva mai niente, c’eravamo abituati.
A tarda notte tutti erano a bordo, ordinai di servire vino e champagne a fiumi, la festa andò avanti per un bel pezzo, quando l’alcol cominciò a fare i suoi effetti ordinai all’esiguo equipaggio di riunirsi in sala comando, tutti i macchinari di bordo vennero messi fuori uso, cosi come nella sala macchine.
Ci allontanammo velocemente con uno scafo, l’unica scialuppa presente sulla nave.

Siamo appena approdati, domattina i giornali, nel caso qualche peschereccio noti i relitti, parleranno di una nave misteriosamente affondata, e nei palazzi ci saranno molti assenti.






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